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Le opere d’arte dei secoli passati ci incuriosiscono sempre un po’. Da una parte ci sembra impossibile che uomini “preistorici”, che civiltà tanto meno “evolute” della nostra siano stati in grado di produrre oggetti di rara bellezza. 
Dall’altro, rimaniamo semplicemente incantati dalle cose che la mano umana può creare.

Ci sono poi manufatti che incuriosiscono anche per una terza ragione: perché non riusciamo a collocarli né spazialmente né temporalmente in modo ben definito.

Questo è, ad esempio, il caso della splendida ma enigmatica Dama di Elche.

Un ritrovamento fortuito, o forse no

Il primo mistero che avvolge la Dama di Elche riguarda il suo ritrovamento, dopo che era rimasta sepolta per secoli. In merito infatti esistono due versioni, nessuna delle quali completamente appurata. Siamo in Spagna, ed è il 4 agosto 1897.

La prima versione parla di un ragazzo, Manuel Campello Esclapez, che lavora come manovale e sta facendo delle buche con la pala …

Il luogo è La Alcudia, un’azienda agricola che si trova a sud della cittadina di Elche, in provincia di Alicante. Esclapez, scavando, urta qualcosa di solido. Ciò che trova lo lascia esterrefatto. Si tratta di un busto di donna dalle fattezze squisite, anche se dall’acconciatura un po’ singolare.

L’altra versione della vicenda, quella in realtà più accreditata, attribuisce il ritrovamento ad Antonio Maciá. Questo è il nome riportato da Pere Ibarra, il quale si occupava di tenere i registri del paese. La bellezza di quel volto femminile fece sì che il busto, oggi noto come la Dama di Elche, si guadagnasse anche il titolo di “Reina Mora”, regina mora.

Da quel momento in poi il busto ha avuto una vita piuttosto avventurosa. Il padrone della tenuta lo espose sul suo balcone affinché tutti potessero ammirarla. Così l’opera fu notata da un archeologo francese, Pierre Paris, che la segnalò al Louvre. E così la Dama di Elche finì a Parigi. Durante la Seconda Guerra Mondiale subì varie altre vicissitudini finché non fu riportata “a casa”. Oggi si può ammirare esposta al Museo Nazionale di Archeologia spagnolo di Madrid.

La Dama di Elche, più enigmatica della Gioconda

Davanti ad un simile reperto le prime domande a cui si cerca di dare risposta sono due: quando è stata realizzata? E da chi? La Dama di Elche pone alcuni interrogativi che studiosi di storia dell’arte e archeologi hanno cercato di svelare.

Innanzitutto, l’oggetto appare chiaramente un’urna funeraria. Sul retro ha infatti un’apertura, dentro la quale sono state trovate ceneri di ossa umane. Un tempo era dipinto con vivaci colori, di cui non restano che pochi frammenti, ma che è stato dimostrato siano pitture antiche. La pietra usata è quella calcarea che si trova comunemente nella zona di Elche.

La datazione è fissata al IV secolo avanti Cristo, ma è tutt’altro che certa. Le fattezze della dama fanno pensare ad un forte influsso ellenistico nella forma del viso, mentre il suo copricapo fa pensare ad una veste folcloristica locale.

In verità, il modo in cui sono acconciati i suoi capelli non trova riscontro in nessun’altro reperto, né in nessuna veste tradizionale. Assomiglia però moltissimo al modo in cui le ragazze Hopi, una tribù di nativi Americani dell’Arizona, pettinano i capelli quando sono ancora nubili.

Uno strano modo di pettinare i capelli

I due grandi dischi che incorniciano il volto della Dama di Elche hanno suscitato vivo interesse, ed è su di essi che si è appuntata l’attenzione di moltissimi studiosi. I dischi sono chiamati “rodetes“, e sembrano far parte di un copricapo cerimoniale dalla forma allungata. Non ci sono però riferimenti precisi da poter dare, solo ipotesi sul fatto che la donna raffigurata dovesse essere molto potente, forse una sacerdotessa.

Ma le ipotesi sono anche altre. Secondo alcuni la statua raffigurerebbe Tanit, la dea cartaginese, visto che La Alcudia è un sito archeologico che conserva resti romani, greci, fenici e cartaginesi e quindi ha subito una stratificazione di diverse culture. Il copricapo sarebbe simbolico e ricorda il suo sposo Baal.

Oppure quel buffo copricapo è in realtà un congegno tecnologico… e la donna raffigurata è il ricordo di uno degli antichi abitanti di Atlantide, che vivevano in un continente molto evoluto che si estendeva solo qualche metro più in là della Spagna. Pare che La Alcudia un tempo fosse circondato da un fiume e sorgesse su una collina. Un luogo ideale per una colonia atlantidea.

Una Regina di un Altro Mondo

Ad avvalorare questa ipotesi c’è non solo la sorprendente somiglianza delle acconciature Hopi con la Dama di Elche, ma anche con un’effigie raffigurata a bassorilievo su un medaglione d’oro. Questo ornamento è stato ritrovato in Utah durante delle operazioni di scavo, e mostra una donna sorprendentemente simile alla Dama di Elche. Solo che si trova dall’altra parte del mondo.
Altra cosa da notare è l’incredibile attaccamento che la gente di La Alcudia dimostra nei confronti della Dama di Elche. A lungo infatti il paese ha lottato per riavere quella icona, come se fosse sacra, come se facesse parte di un retaggio antico, forse dimenticato, ma irrinunciabile.
Di certo il volto di questa donna affascina, così come la forma stranamente allungata del suo cranio. Le sua fattezze non assomigliano a quelle della popolazione iberica e fanno pensare a tratti somatici diversi. Il suo buffo copricapo ha preso posto persino su una banconota da un peseta… e magari ha ispirato la capigliatura di una principessa moderna.
Il suo sguardo enigmatico, assai più di quello della Gioconda, forse cela un racconto davvero molto, molto antico. Forse cela un legame che ci stringe più di quanto non possiamo ricordare, o vedere, ma che in una certa misura ancora sentiamo, attraverso le onde del mare.
La piramide con l’occhio che tutto vede
Il simbolo di Tanit era la piramide tronca portante una barra rettangolare sulla sommità. Su questa barra appaiono il sole e la luna crescente.
Tanit era la dea che deteneva il posto più importante a Cartagine e significativamente, per una città prettamente commerciale, la sua effigie compariva nella maggior parte delle monete della città punica.
Lo stesso fenomeno è accaduto con la scoperta della Signora di Elche, avviando un interesse popolare per la cultura iberica pre-romana, tanto da apparire nel 1948 sulla banconota spagnola da un peseta. 
Secondo alcuni, la tradizione continuerebbe con la banconota americana da un dollaro, dato che il simbolo della “piramide con l’occhio che tutto vede” avrebbe una matrice comune con il simbolo di Tanit.

Sebbene il manufatto sia datato al 4° secolo a.C., alcuni ricercatori hanno ammesso che la statua potrebbe raffigurare una sacerdotessa, una nobildonna o forse una regina sconosciuta, comunque una creazione artistica della quale non si conoscono le origini. Anche la datazione è oggetto di speculazione: nessuno sa per certo quanto sia antica.

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