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La datazione dei fossili della specie Homo naledi scoperti in Sudafrica indica che visse contemporanemente ai nostri antenati diretti. La scoperta, insieme al ritrovamento di nuovi reperti che suggeriscono comportamenti cognitivi avanzati, solleva nuovi interrogativi sul ruolo dell’Africa meridionale nell’evoluzione umana, scatenando un acceso dibattito tra i paleoantropologi.

di Kate Wong/Scientific American

Nel 2015 la scoperta in Sudafrica di oltre 1500 fossili umani appartenenti a circa 15 individui di ogni sesso ed età, ha provocato una notevole sensazione. Era un tesoro inimmaginabile, una delle più ricche associazioni di fossili umani mai trovate, recuperata da una camera all’interno di un sistema sotterraneo di grotte vicino a Johannesburg chiamato Rising Star.

I ricercatori hanno stabilto che le ossa appartenevano a una nuova specie, Homo naledi, che aveva una curiosa mescolanza di tratti primitivi – come un piccolo cervello, e caratteristiche moderne – tra cui le gambe lunghe – e ne hanno concluso che era un abile arrampicatore, un camminatore sulle lunghe distanze, e un probabile creatore di utensili. Suggerendo inoltre che questo nostro singolare cugino doveva essersi dato una gran pena per sistemare i suoi morti nelle scure e profonde cavità di Rising Star, così difficili da raggiungere.

Eppure, nonostante tutto ciò che il team di studioso aveva potuto stabilire dall’analisi delle ossa, la scoperta è forse più conosciuta per quello che non erano riusciti ad accertare: la loro età …

Le caratteristiche primitive della creatura suggerivano che fosse vecchia, e forse risalisse addirittura a un momento vicino a quello in cui, più di due milioni di anni fa, è nato il nostro genere. 

Ma i suoi tratti moderni, insieme alla condizione delle ossa, che sembravano appena fossilizzate, suggerivano che H. naledi fosse più recente. A seconda dell’età, le ossa avrebbero avuto implicazioni diverse sulla comprensione dell’evoluzione di Homo.

Ora (2017) quel sospirato tassello del puzzle ha finalmente trovato il suo posto. In un articolo pubblicato su “eLife”, il team riferisce di aver datato i resti di H. naledi. E la
loro età, si scopre, è decisamente giovane. I ricercatori hanno anche annunciato la scoperta di altri fossili di H. naledi in una seconda camera di Rising Star. I risultati sollevano molte domande sull’origine e l’evoluzione di Homo.

Diretti da Paul H.G.M. Dirks della James Cook University, in Australia, i ricercatori hanno determinato l’età dei resti usando una combinazione di tecniche. Sottoponendo tre denti a risonanza di spin elettronico (ESR), una tecnica che studia gli elettroni intrappolati nello smalto dei denti, e alla datazione uranio -torio, che misura il decadimento radioattivo dell’uranio, sono stati in grado di datare proprio i fossili di H. naledi, e non semplicemente i materiali associati.

Questi risultati, insieme alle datazioni della roccia e dei sedimenti circostanti, indicano che le ossa della Camera Dinaledi, in cui è stato trovato il primo gruppo di fossili, risalgono a un periodo compreso fra i 236.000 e i 335.000 anni fa. Per garantire l’affidabilità e precisione dei risultati, i ricercatori hanno sottoposto gli stessi campioni a diversi laboratori indipendenti, ciascuno all’oscuro dei risultati degli altri.

In un secondo articolo, sempre su “eLife”, John Hawks dell’Università del Wisconsin a Madison, Marina Elliott dell’Università del Witwatersrand a Johannesburg, e colleghi, descrivono 131 nuovi reperti di H. naledi che rappresentano almeno tre individui ritrovati in un’altra parte della grotta, la Camera Lesedi, situata a circa 100 metri dalla Camera Dinaledi.

La maggior parte delle ossa appartiene a un maschio adulto, soprannominato Neo, che nella lingua locale di Sesotho significa “regalo”. Con il cranio e la maggior parte delle ossa delle altre parti del corpo ben conservati, Neo è uno degli scheletri umani fossili più completi di cui si disponga. E mostra le stesse caratteristiche distintive osservate nei resti molto più frammentari di Dinaledi, anche se nel suo cranio c’era un cervello con un volume di circa 610 centimetri cubici: il 9 per cento più grande delle stime del cervello per i fossili Dinaledi già scoperti ma ancora molto più piccolo del cervello dell’uomo moderno, di circa 1400 centimetri cubici.
I ricercatori devono ancora datare i nuovi fossili, ma le forti somiglianze tra i campioni di Dinaledi e quelli di Lesedi suggeriscono che si tratti di individui della stessa popolazione.
Se hanno ragione, l’Africa meridionale può avere avuto un ruolo più importante nell’evoluzione del nostro lignaggio di quanto immaginato dalla maggior parte degli esperti.
Finora le conoscenze paleoantropologiche indicavano nell’Africa orientale il fulcro dell’evoluzione umana, mentre l’Africa meridionale restava ai margini. Ma è da tempo che Berger ipotizza che l’Africa meridionale potrebbe aver avuto un ruolo più centrale nel processo che ha forgiato Homo.
Oltre a scuotere l’albero genealogico e la biogeografia dell’evoluzione umana, Berger e il suo team prendono posizione sul comportamento e sulle abilità cognitive di specie umane apparentemente primitive.
Affermano che la scoperta di più ossa in un’altra parte del sistema di grotte, difficile da raggiungere, suffraga la loro ipotesi che H. naledi abbia deliberatamente collocato i suoi morti in quei luoghi. Finora si riteneva che il comportamento funerario fosse esclusivo di H. sapiens.
I ricercatori notano anche che le nuove datazioni di H. naledi indicano che viveva in un epoca in cui gli antenati umani stavano producendo sofisticati strumenti di pietra nello stile della Middle Stone Age. 
Molti dei siti in cui gli archeologi hanno scoperto questi strumenti non contengono fossili umani. Gli esperti li hanno attribuiti a esseri umani dai grandi cervelli, ma se H. naledi esisteva ancora in quell’epoca, suggeriscono Berger e collaboratori, non si può escludere che ne fosse l’artefice. A oggi, il team non ha recuperato strumenti di pietra associati con H. naledi.
Struttura del sistema di grotte di Rising Star. (Cortesia Marina Elliott/Wits University)
Fonte e articolo completo: www.lescienze.it
Attraverso l’analisi delle impronte cerebrali su crani fossili, i ricercatori sudafricani dell’Università del Witwatersrand hanno dimostrato che l’Homo naledi aveva un cervello con una struttura anatomica molto simile al nostro, benché fosse piccolo come un’arancia. È possibile che questo ominide usasse il linguaggio per comunicare.
L’Homo naledi aveva un cervello molto più piccolo del nostro ma con un’anatomia e una struttura molto simili. Ciò suggerisce che questo antico ‘cugino’ avrebbe potuto comunicare attraverso il linguaggio e avere comportamenti affini a quelli dell’uomo moderno ai suoi albori, ad esempio nell’uso della pietra.
Lo hanno dimostrato ricercatori dell’Università del Witwatersrand, Sud Africa, dopo aver analizzato nel dettaglio le impronte cerebrali sulla superficie cranica interna, analizzata minuziosamente attraverso scansioni sui reperti fossili. Gli studiosi, coordinati dal professor Ralph Holloway, dopo aver creato immagini digitali del piccolo cervello dell’Homo naledi, hanno scoperto che, a differenza delle grandi scimmie e dell’australopithecus, erano presenti un lobo frontale sinistro e un opercolo frontale. Sono strutture in comune con l’Homo sapiens, ma anche con l’Homo erectus e l’Homo floresiensis (il cosiddetto hobbit).
“È ancora troppo presto per speculare sul linguaggio o sulla comunicazione nell’Homo naledi – ha sottolineato il coautore dello studio Shawn Hurst – ma oggi il linguaggio umano si basa su questa regione del cervello”. Un’altra caratteristica sibillina emersa dalle scansioni è l’assenza del solco fronto-orbitale nell’emisfero sinistro, che invece è presente nelle grandi scimmie e nell’australopithecus.
Tutto lascia supporre che questo ominide, vissuto tra i 236mila e i 335mila anni fa e dunque contemporaneo dei primissimi Homo sapiens, potesse aver sviluppato alcune caratteristiche simili ai nostri diretti antenati, che avevano un cervello grande il triplo (quello dell’Homo naledi aveva le dimensioni di un’arancia).
Nella Dinaledi Chamber, una caverna del sistema Rising Star Cave in Sud Africa, furono trovati ben 1.500 reperti fossili appartenuti ad almeno 15 diversi esemplari, offrendo uno dei più ricchi repertori per ominidi legati all’Homo sapiens. Tra le caratteristiche più curiose le dita delle falangi allungate e incurvate, che indicavano come l’Homo naledi fosse ancora legato alla vita arboricola. I dettagli sulle caratteristiche anatomiche del suo cervello sono stati pubblicati sulla rivista scientifica PNAS.

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