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Molte volte, quando viviamo alcune esperienze, siamo assaliti dalla strana sensazione “di aver già vissuto quel determinato momento”. I fautori del “tempo circolare” sono soliti ricorrere alla figura della “eternità anteriore”, che altro non è che la nostra incapacità di concepire un inizio del tempo, come del resto una precisa delimitazione dello spazio.

La teoria del cosiddetto “eterno ritorno” che determina una sorta di concezione del tempo  in senso circolare e, non come una linea retta, affonda radici in miti e dottrine antiche. 
In linea generale, si può dire che i modi per concepire l’eterno ritorno sono fondamentalmente tre. 
Cercheremo, di seguito, di analizzarne le caratteristiche principali di ciascuno.

La prima teoria sull’eterno ritorno viene attribuita al pensiero di Platone, il quale, in una delle sue opere più famose, il “Timeo”, sostiene che i sette pianeti, allora conosciuti del nostro sistema solare, una volta equilibrate le loro rispettive velocità, sarebbero tornati al punto di partenza iniziale, completando un ciclo di rivoluzione in grado di formare “l’anno perfetto”.
A tale proposito, alcuni secoli dopo, Cicerone affermerà che il calcolo di questo periodo celeste non è affatto semplice, ma che ovviamente non si potrebbe trattare di un periodo illimitato. Tacito, nel suo “Dialogus de oratoribus”, riporta che Cicerone, in una delle sue opere andate perdute, avrebbe dato a questo ciclo celeste la durata di 12.954 anni.

Non a caso, si tratta di un periodo più o meno corrispondente alla metà del periodo completo della “precessione degli equinozi”, attraverso l’intero sistema zodiacale, come descrivo nel mio libro “I miti- luci e ombre” (Ed. Cavinato International, 2018) e nell’articolo “La precessione degli equinozi” (www.il.sapere.org).
Dopo la morte di Platone, ad Atene si diffuse l’enigmatica “astrologia giudiziaria”, secondo cui il destino degli uomini era determinato dal movimento degli astri.

Alcuni astrologi asserirono che se i periodi planetari sono ciclici, lo stesso principio potrà essere applicato alla storia universale

Seguendo questo ragionamento, in ogni anno platonico rinasceranno individui con le stesse caratteristiche e ne condivideranno il medesimo destino. 

Nel 1616 Lucilio Vanini, nel “De admirandis naturae arcanis”, scrisse che la storia umana è destinata sempre a ripetersi e che nulla esiste che non è già esistito. E nel 1653, sempre sulla linea platonica, Thomas Browne, nella sua opera “Religio medici” sostenne l’ipotesi che l’anno di Platone fosse costituito da un ciclo di secoli, passato il quale, ogni cosa sarebbe destinata a tornare nello stato precedente.

Il secondo modo di concepire l’idea del “tempo circolare” è legato all’anticonformista Nietzsche, il quale addirittura si sarebbe basato su un principio algebrico, o presunto tale. Il filosofo partirebbe dalla constatazione che un certo numero di oggetti (“atomi”, come indicato da Le Bon, “forze”, come ritenuto dallo stesso Nietzsche, “corpi semplici”, come denominato da Blanqui), non può implicare un numero infinito di variazioni. In particolare, la materia dovrebbe essere immaginata come finita e non come infinita, con la conseguenza democritea che il numero finito di particelle di essa non può determinare infinite combinazioni e che tutti gli ordini e le collocazioni possibili possono verificarsi un numero infinito di volte.

Come giustamente osservato dal pensatore Bertand Russell, in An Inquiry into Meaning and Truth, seguendo questa dottrina, si arriverebbe alla sconvolgente conclusione che lo stato posteriore delle possibili combinazioni sia corrispondente numericamente a quello anteriore e che, nello stesso tempo, sarebbe contraddittorio sostenere che questo stato si possa realizzare due volte, perché ciò si baserebbe sul postulato che esista un vero e proprio sistema cronologico, ma ciò non è consentito dalla stessa ipotesi.

Considerare la storia ciclica, pertanto, porterebbe alla stravagante conclusione che, in certi casi, “l’insieme delle cose” possa precedere sé stesso.

Il terzo modo di concepire le eterne ripetizioni è stato definito da molti autori quello più convincente e, forse, meno fantasioso.
Si fa riferimento, in questo caso, non al ripetersi di “cicli identici”, ma più prudentemente “similari”.

A tale principio si sono ispirate innumerevoli dottrine, religioni, pensieri filosofici, storici e letterari. Si pensi all’induismo ed alla sua ricerca del Brahma e dei suoi cicli; le ere descritte da Esiodo che tendono a raggiungere l’apice dell’età dell’oro e poi a degenerare verso l’età del ferro; il mondo di Ercalito generato dal fuoco che lo stesso fuoco ciclicamente brucia; allo stoicismo di Seneca; fino ad arrivare in epoca più moderna alla filosofia di Francis Bacon o alla teoria dei “corsi e ricorsi” storici del Vico.

In un modo o nell’altro, i fautori di questa dottrina affermano la negazione della realtà del passato e del futuro, negando, nel contempo, qualsiasi novità. Le speranze dell’uomo sarebbero sempre uguali e si ripeterebbero in tutti i periodi storici. Vi è da osservare che l’ipotesi da ultima descritta, se applicata nella sua forma estrema risulta quasi ingenua, perché un sapore è diverso da un altro sapore, dieci minuti di dolore non equivalgono a dieci minuti di piacere, ma se riferita ai “grandi periodi”, la sua interpretazione può risultare anche verosimile, perché riporta la somma delle esperienze umane ad avere un significato preciso ed univoco per ciascun individuo.

Il concetto del tempo ha rappresentato per l’uomo, fin dagli albori della sua civiltà, un serissimo problema filosofico e teologico. Si tratta di un vero e proprio mistero metafisico, che la maggioranza dei pensatori ha risolto ritenendo che il tempo fluisca dal passato verso il futuro, ma non è irragionevole neanche pensare in maniera opposta come fa Miguel de Unamumo nei suoi versi:

“Notturno il fiume delle ore scorre dalla sua fonte che è il domani eterno…”.

Il tempo, poi, propone un problema fondamentale, quello cioè di sincronizzare il tempo individuale di ciascuna persona con quello generale della matematica. Un altro dilemma è stato quello proposto, fin dai filosofi della scuola eleatica, come Parmenide, che negavano l’idea di movimento.

E partendo da premesse ellenistiche, poi sviluppate dal Cristianesimo e da alcune religioni orientali, non ci soddisfa pienamente neanche l’affermazione secondo cui l’Intelligenza divina abbraccerebbe tutte le cose, il passato sarebbe incluso nel suo presente e di conseguenza anche l’avvenire.

Vi è da aggiungere che i manuali di teologia non forniscono adeguate spiegazioni sul concetti di “tempo” e di “eternità”.

Si suole ripetere slogan letterari, tratti dall’Antico o dal Nuovo Testamento della Bibbia, come “Agli occhi del Signore un giorno è come mille anni, e mille anni sono come un giorno”, oppure “Io sono colui che sono”, o anche la famosa frase apocalittica “Io sono l’alfa e l’omega, il principio e la fine”.

Ma, soprattutto dal pensiero di Agostino di Ippona in poi, è stato rimarcato il concetto che la stessa idea di universo esige quella di eternità.
La conservazione della realtà che viviamo, pertanto, si identificherebbe, come una sorta di “perpetua creazione”, a tal punto che i verbi “conservare” e “creare”, che nella logica umana potrebbero apparire contrapposti, in quella divina assumerebbero quasi la dignità di sinonimi.

L’idea dell’eterno ritorno è stata espressa nella filosofia stoica e nel neoplatonismo anche con il nome di “apocatastasi” che, in ambito teologico, ha trovato eminenti esponenti come Origene di Alessandria, secondo il quale alla fine dei tempi tutto dovrebbe tornare a Dio, in una sorta di ricapitolazione generale di tutte le cose, con la redenzione cosmica di tutte le creature, perfino di Satana (cfr. Apocatastasi di Origene, alla fine dei tempi si salverà anche il diavolo su www.ilsapere.org).

Il termine di derivazione greca “apokatàstasis” compare una volta nella Bibbia, e precisamente nel Nuovo Testamento, nel libro degli “Atti degli Apostoli” (3,21), anche se alcuni riferimenti più o meno diretti od indiretti possono essere individuati in alcuni passi dei Vangeli sinottici o in qualche passo delle Lettere di Paolo.
La dottrina dell’apocatastasi di Origene fu, comunque, proclamata eretica dalla Chiesa, perché sarebbe apparsa in contrasto con il libero arbitrio dell’uomo ed avrebbe svilito il sacrificio in croce di Gesù Cristo e la sua mediazione necessaria, come unica strada dritta verso la salvezza.

In sintesi, si può dire che la concezione del tempo come “ciclico”, da un punto di vista prettamente scientifico, se si adottano i principi logici della fisica newtoniana classica, potrebbe apparire priva di ogni fondamento, anche se, a livello teorico, non sembrerebbe completamente impossibile, trovando qualche appiglio utile nella legge di Lavoisier che considera eterne sia la materia che la massa.

La fisica quantistica che negli ultimi decenni si sta diffondendo nell’ambito della comunità scientifica, unitamente alla teoria della relatività di Einstein, non escludono del tutto tale ipotesi, denominandola come “concezione a spirale”.

E’ sintomatico come nella teoria del “multiverso”, chiamata anche teoria del “Big Bounce”, si preveda che l’intera realtà “possa ripartire”.
Seguendo le derivazioni di tali sistemi, che andrebbero analizzati nei dettagli, il presente ed il futuro comprenderebbero esperienze realmente tangibili ma senza le caratteristiche dell’assolutezza.

Fonte: www.ilsapere.org

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