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A distanza di uno dalla pubblicazione della nostra analisi geopolitica sul 2019 è giunto il momento di riprenderla in mano, per verificarne la validità ed estenderla anche a zone geografiche che non erano state prese in considerazione. L’impianto analitico di fondo ha dimostrato tutta la propria solidità: le potenze marittime hanno dichiarato guerra ai colossi continentali che stanno allargando il proprio raggio d’azione ad Europa occidentale, Africa e persino America Latina. La situazione delicatissima dell’Italia.

Geopolitica sugli scudi ora più che mai

Nel dicembre 2018 pubblicavamo un’analisi geopolitica sull’anno alle porte, dove mettevamo in luce le grandi linee su cui si sarebbero sviluppati i futuri avvenimenti: un’operazione possibile perché la Geopolitica con la “g” maiuscola ha una forte componente deterministica, grazie a cui è possibile prevedere come si muoveranno i diversi attori, al di là dei piccoli “accidenti” non prevedibili. L’impianto analitico di fondo, esemplificato nella cartina sotto riportata, si basava infatti sul crescente attrito tra le potenze marittime anglosassoni ed i colossi euroasiatici (Cina e Russia, con l’aggiunta di partner minori), impegnati nell’organizzazione dell’Isola Mondo (la massa afro-euro-asiatica) e persino dell’America Latina, abituale territorio di caccia riservato agli USA. Tale impianto analitico, si inizi subito col dire, ha mostrato tutta la propria validità: a distanza di un anno è però tempo di tornarci sopra per effettuare piccole correzioni ed allargare anche l’analisi ad aree che non era state prese precedentemente in considerazione.

Cominciamo subito con la realtà che ci è vicina: l’Europa. Un continente storicamente travagliato, perché qualsiasi periodo di pace e stabilità troppo prolungato consente alle potenze continentali di organizzare l’Europa e le regioni circostanti a proprio vantaggio, indebolendo così l’influenza della potenze marittime che sostengono la fluida (e cruenta) “politica dell’equilibrio”. Sull’argomento torneremo nel corso del prossimo anno, ma è ormai chiaro che l’Unione Europea e il sottoinsieme dell’eurozona siano stati costruite all’indomani della Guerra Fredda con al loro interno alcune “falle” che ne comportassero nel medio termine il collasso: qualsiasi Europa economicamente unita è, infatti, un’Europa a guida tedesca e le potenze anglosassoni non hanno certo provocato due guerre mondiali per poi consentire a Berlino di raggiungere quest’obiettivo con mezzi pacifici. Le “falle” dentro l’Unione Europea/eurozona sono molteplici: l’adesione del “nazionalisti” di Visegrad, l’ingresso della piccola Grecia nell’eurozona e, soprattutto, quello dell’Italia. Che l’Italia, già appesantita da un fardello di debito pubblico denominato in lire, avrebbe faticato a rimanere agganciata ad un euro-marco, non era certo un mistero per nessuno: tutto però è stato fatto (Tangentopoli, decapitazione della classe dirigente, smantellamento dell’IRI, distruzione della zona d’influenza italiana, dalla Somalia alla Libia, etc.), perché la nostra permanenza nell’eurozona divenisse un calvario. Per stazza e storia politica, l’Italia è infatti l’unico Paese europeo che, colando a picco, può trascinare con sé tutte le strutture europee. Nel dicembre del 2018 avevano prospettato una crisi finanziaria italiana innescata da una “No Deal Brexit”: tutto sembra semplicemente rimandato, probabilmente perché si “incastri” con la rielezione di Donald Trump alla Casa Biana. Il premier Boris Johnson, dopo aver a lungo flirtato con un divorzio rovinoso con la UE, si è presentato alle elezioni e, complice anche la grande debolezza dei laburisti, ha ottenuto una schiacciante vittoria: lo spettro di una “No Deal Brexit”, con le sue pesanti ripercussioni finanziarie, è più concreto che mai e, nel frattempo, persino la Grecia ha “battuto” l’Italia in termini di differenziale d’interessi rispetto al Bund tedesco. La prossima crisi finanziaria, gonfiata anche dalla tempesta di Wall Street, avrà quindi probabilmente un epicentro europeo ed italiano in particolare: nella prossima “fase storica” l’Italia non serve più, perché non ha nessun valore in funzione anti-tedesca e tende naturalmente a convergere verso gli altri “sfidanti” che si affacciano sul Mediterraneo, Cina in testa.

Dal canto suo, la Germania, oltre ad aver messo tanto fieno in cascina, dimostra già di muoversi secondo linee non più prettamente atlantiche: è del 2019 infatti il braccio di ferro (cui dedicheremo il prossimo articolo) tra Berlino e Washington per la realizzazione del Nord Stream 2, braccio di ferro che è infine culminato con l’imposizione di sanzioni alle aziende tedesche coinvolte nel progetto. In questo scenario, lo schieramento di nuovi euromissili tra Polonia e Romania diviene più urgente che mai, per costruire un “vallo” che divida la Russia dai suoi principali partner occidentali: nel mese di agosto gli USA si sono formalmente ritirati dal trattato INF del 19871 e bisognerà ora vedere come saranno piazzati i nuovi missili a medio raggio, non solo in Europa ma anche in Asia. Per quanto concerne la Francia, avevamo scritto la nostra precedente analisi durante il culmine delle proteste dei “Jilet Jaunes”, classica rivoluzione colorata gestita dagli angloamericani cui, non a caso, avevano anche subito aderito i populisti/sovranisti nostrani. Parigi sta tentando di raccogliere il “testimone liberale” lasciato vacante da Washington: in questo senso vanno lette le dure critiche di Macron alla NATO, che a Parigi forse vorrebbero sostituire con un organismo di difesa europeo. Iniziativa anche lodevole, il cui esito è però più incerto che mai: la Francia deve essere infatti essere “nazionalizzata” a tutti i costi, ossia spinta anch’essa verso lo schiarimento nazionalista-populista con Inghilterra e USA, perché si rompa l’asse franco-tedesco su cui poggia in ultima analisi la stabilità d’Europa. Se Mosca riuscisse però a creare un asse franco-tedesco-russo, il continente europeo troverebbe nuova stabilità e i nazionalismi polacco ed ucraino sarebbero neutralizzati. Di particolare interesse nel quadrante europeo è anche la crescente convergenza tra Turchia e Russia che, testata in Siria, sembra ora produrre i suoi effetti in Libia: da punto di vista geopolitico il fenomeno può essere letto con una proiezione dell’Heartland sulla “mezzaluna interna” o sul “Rimland”.

“L’equazione continentale” parte dal Mar Cinese e finisce nel Golfo di Biscaglia: non c’è però alcun dubbio che la parte dell’equazione che più dà e più darà filo da torcere alle potenze marittime sia quella orientale, dove la Cina ha festeggiato i 70 anni della Repubblica Popolare, forte di un primato mondiale in alcuni settori chiave dell’economia, come il 5G, e soprattutto di un progetto geopolitico, la Nuova Via della Seta, con cui sottrarre agli USA l’egemonia mondiale, organizzando (anziché destabilizzando) la massa afro-euro-asiatica. La crescente tensione tra Cina ed angloamericani è all’origine dei disordini di Hong Kong che hanno occupato buona parte dell’anno, senza però che si riuscisse ad estenderli anche allo Xianjing, oculatamente sorvegliato dalla autorità cinesi. A scala macroeconomica il duello ha causato una brusca frenata del commercio mondiale: si è parlato in questi giorni di un’intesa tra le due potenze, ma è probabile che la globalizzazione, favorevole ai grandi esportatori/manifatturieri (Cina e Germania e, fatte le dovute proporzioni, Italia) sia entrata in nuova fase. Sarà curioso vedere quali ricette offriranno i “nazionalisti anglosassoni” per uscire dalle secche della prossima crisi…

In chiave anti-cinese, gli angloamericani stanno coltivando nel quadrante asiatico l’India del nazionalista Narendra Modi, il “Donald Trump” indiano: non che Modi voglia o possa ingaggiare la Cina in questa fase, sia chiaro. Piuttosto Modi sta alzando i toni con l’ingente “minoranza” mussulmana indiana ed il vicino Pakistan, consolidato alleato della Cina: risale allo scorso agosto infatti la decisione indiana di sottrarre lo statuto speciale alla regione del Kashmir, decisione che ha innescato l’immediata protesta del Pakistan. Difficilmente la Cina lascerebbe che il Pakistan sia travolto dall’India in un nuovo conflitto… Tra il Pakistan e la Turchia è l’Iran che, come facilmente prevedibile, è stato oggetto di nuove manovra destabilizzanti nel corso dell’anno: l’inasprimento delle sanzioni USA, ed il conseguente rialzo dei prezzi interni per tenere in equilibrio le finanze, ha arato il terreno per le ennesime proteste eterodirette, che nel corso dell’autunno sono state però represse. Per Teheran è ormai facile presentare aggressori interni ed esterni come parte di un unico fronte. L’Iran riveste un ruolo tutto speciale nello scontro tra potenze continentali e marittime: sta “organizzando” la propria regione spingendo le sue ferrovie sino al Mediterraneo, rifornisce la Cina di petrolio e, all’occorrenza, consente a Mosca di raggiungere l’Oceano Indiano attraverso il Mar Caspio…

Di particolare interesse è, come a inizio Novecento e durante la Guerra Fredda, lo spostamento del conflitto tra potenze anglosassoni e colossi continentali anche all’America Latina, zona abitualmente sottoposta alla dottrina Monroe statunitense. Dopo aver ricondotto nello schieramento atlantico il Brasile grazie alla Tangentopoli carioca e all’elezione del “populista” Jair Bolsonaro (che però ha non poche difficoltà a troncare i rapporti commerciali col colosso cinese, che acquista generosamente materie prime brasiliane); gli angloamericani hanno messo un punto a segno con la defenestrazione di Evo Morales in Bolivia lo scorso novembre; lo schieramento russo-cinese sembra però aver guadagnato un alleato in Argentina, dove le elezioni presidenziali hanno sancito la vittoria del peronista Alberto Fernandez. Miseramente fallite sono invece le manovre per defenestrare Nicolas Maduro in Venezuela, manovre che hanno occupato la prima parte dell’anno.

Per allargare infine lo sguardo agli oceani nel loro complesso, il crescente attivismo della Cina sui mari (la prima portaerei 100% made in China, la Shandong, è stata appena inaugurata) ha causato lo scorso aprile i sanguinosi fatti dello Sri-Lanka che, insieme alle Seychelles, alle Mauritius e al Gibuti, costituisce un tassello delle basi navali che Pechino sta costruendo da Oriente verso Occidente, con un percorso inverso a quello della Germania guglielmina…

Di seguito la cartina geopolitica “postuma” del 2019, cui sono aggiunte le dinamiche di fondo.

PS: per affrontare il 2020, è imperativo leggere “Terra contro Mare. Le Pan-regioni 1919-1949” che, analizzando le dinamiche geopolitiche degli Trenta, è più attuale che mai.

 

1https://www.state.gov/u-s-withdrawal-from-the-inf-treaty-on-august-2-2019/

L’articolo Geopolitica applicata al 2019: un anno dopo proviene da Federico Dezzani – Blog.

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