Non solo Unicredit: per le banche italiane è l’ora della resa dei conti

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Stefano Cingolani

Strette nella tenaglia tra rivoluzione tecnologica e debolezze congenite, le banche italiane viaggiano sulle montagne russe. L’ultima picchiata viene dal grattacielo milanese di piazza Gae Aulenti e si chiama Unicredit. Secondo indiscrezioni non smentite il prossimo piano quadriennale 2020-2023 prevede un taglio di diecimila dipendenti. Apriti cielo, è scoppiato un putiferio: Lando Sileoni il capo della Fabi vuole «Fare a cazzotti e se serve anche altro» (che cos’altro, le bombe, il lanciafiamme, il bazooka rubato a Mario Draghi?). In realtà si tratta di una riduzione di 2.500 persone l’anno e, a quel che sembra, dopo parole, strepiti e trattative, si farà ricorso ai prepensionamenti. Il che significa che pagheranno tutti gli altri contribuenti. Come è già accaduto nelle banche venete fallite, come accade alla Banca Popolare di Bari stando all’emendamento che consente di postare in bilancio 450 milioni di euro per coprire il buco di bilancio, un altro colpo di mano di quel governo del cambiamento che per prendere voti tuonava contro i banchieri e per conservare i voti li salva. Qualcosa del genere si profila anche alla Carige se, dopo la ritirata dei trentini, anche loro spaventati dal fatto che i costi arrivano al 90% dei ricavi, nessuno correrà a salvarla.

Non soffrono solo le banche italiane, sia chiaro, ma tutte le principali banche europee. A cominciare dalla Deutsche Bank: secondo alcune stime i costi per la radicale ristrutturazione saranno altissimi e la banca ha messo in bilancio 7,4 miliardi di euro in tre anni al termine dei quali usciranno 18 mila dipendenti. Riducono il personale anche il Banco Santander, la Société Générale e via via tagliando. Nel caso della prima banca tedesca si tratta addirittura di cambiare modello di business mollando il mestiere di banca d’affari e tornando all’antico, e altre stanno attraversando una ristrutturazione tecnologica indotta soprattutto dall’utilizzo del web, dalla concorrenza della finanza tecnologica e da questa lunga fase, forse persino strutturale, di tassi piatti, persino vicino a zero che annulla i margini di profitto derivati dalla differenza tra tassi attivi e passivi.

Sono tre processi che colpiscono anche le banche italiane le quali, però, sono appesantite da loro specifiche debolezze. I crediti marci, in sofferenza o non esigibili stanno diminuendo, ma sono ancora molto gravosi, ad essi s’aggiunge nei bilanci il peso dei titoli di stato. La crisi dello spread nell’autunno scorso ha dato una mazzata micidiale, ha tagliato i risparmi dei clienti e falcidiato i valori di borsa delle aziende bancarie a cominciare dalle più grandi e solide come Intesa Sanpaolo. Da quel colpo ci si sta riprendendo a fatica e gli effetti si faranno sentire anche sui bilanci di quest’anno.

E poi c’è la maledizione del localismo e di come sono state gestite le banche radicate nel territorio, portate ad esempio ed esaltate come un vanto del modello italiano, quello che fugge dalla turbofinanza, non azzarda con i derivati, la nuova crusca del diavolo, si tiene lontana dalle follie di Wall Street e dai tipi alla Gordon Gekko. Le quattro banchette del Centro Italia, la Popolare di Vicenza, la Veneto Banca, la cassa di Teramo, la Cassa di Genova, quella di Bari, il Credito Valtellinese e l’elenco può continuare fino alla madre di tutte le crisi, quella del Monte dei Paschi di Siena. Mps è costata finora 5,4 miliardi ai contribuenti italiani, è tornata ad essere redditizia nell’ultimo anno, ma non tutti i conti tornano, come sottolinea Bloomberg. Le azioni sono crollate di quasi l’80% da quando sono tornate in Borsa a ottobre 2017 e ancora oggi il 17% dei suoi crediti è ancora classificato come sofferenza, quasi il doppio della media delle prime nove banche italiane. E la pulizia dei npl continua, ma lentamente.

Sono storie con esiti diversi, alcune ancora in corso, ma accomunate da un modo di fare banca accomodante, relazionale, spesso clientelare, con manager e gruppi dirigenti politicamente sensibili, per così dire, spesso presi da follia aquilonare e precipitati come Icaro dalle vette della loro hybris. Due nomi per tutti il presidente del Mps Giuseppe Mussari e quello della popolare vicentina Gianni Zonin. I processi forse non accerteranno reati penali, anche se i pm vanno giù duri, sensibili allo spirito del tempo. Ma viene fuori in ogni caso il quadro di una banca all’antica, anzi per molti versi arcaica, dove i clienti si scambiano favori con gli azionisti anche perché sono sempre loro con due cappelli diversi. Le banche del Dr. Jekyll e Mr. Hyde, con buona pace dei nostalgici e del governo della restaurazione, non stanno più in piedi. Prima o poi anche gli elettori nonché contribuenti capiranno che sotto il manto della retorica il nuovo re populista è nudo. O no?

Da Linkiesta

 

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