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TRE PROPOSTE DAI

“MAGISTRATI CONTROCORRENTE”

Siamo un gruppo di magistrati non organizzati in corrente e convinti, anzi, che le “correnti”, con la loro invadenza e le riconosciute degenerazioni, abbiano ostacolato l’effettiva indipendenza del singolo magistrato, creando centri di potere interni sinergici con settori della politica. Il tutto con comprensibile pericolo non solo per l’equilibrio tra i poteri costituzionali dello Stato ma addirittura per l’imparzialità stessa dell’azione giudiziaria.

Il contatto è sorto solo perché siamo tutti impegnati, alcuni di noi da molti anni, ad individuare i possibili rimedi contro quello che, oramai, a tutti gli effetti, appare come un vero e proprio sistema di controllo della magistratura.

Almeno dal 2007, alcuni di noi hanno cominciato a denunziare i mali del clientelismo correntizio, scrivendone sulle mailing-list delle singole correnti e poi, ottenuta la realizzazione di una ML dell’ANM, su di essa.


Nel tempo, sono state avanzate serie proposte di riforma legislativa la cui realizzazione, tuttavia, è sempre stata strenuamente osteggiata dalle correnti.

Operando come aggregazioni temporanee sotto il nome prima di “PROPOSTA B” e, successivamente, di “ALTRA PROPOSTA”, abbiamo innanzitutto rilevato che la “carriera” correntizia veniva utilizzata per acquisire posizioni di “patronato” rispetto ai magistrati ridotti a massa di “clientes”, nonché come trampolino di lancio verso il CSM, dal quale era possibile realizzare quelle “promesse”.

Di qui, dunque, le proposte volte a:

a) realizzare di un sistema di incompatibilità che, a livello statutario dell’ANM, vietasse a chiunque avesse ricoperto incarichi associativi o di corrente, di avanzare domanda per accedere negli anni successivi (venendo indicato un periodo di 3-5 anni) ad una serie di incarichi di prestigio, quali la titolarità di uffici direttivi o semidirettivi, la carica di consigliere del CSM, incarichi fuori ruolo, compresi quelli presso organi costituzionali o magistrature internazionali; tale iniziativa portò alla celebrazione di un’assemblea generale nel mese di ottobre del 2011, che venne boicottata dalle correnti in modo da non raggiungere le maggioranze necessarie ad operare una modifica dello statuto dell’ANM;

b)   procedere all’estrazione a sorte dei candidati alle elezioni per il CSM; tale proposta fu messa in pratica da un gruppo di noi che – con la presenza di un notaio – estrasse a sorte i nomi di alcuni candidati, ne richiese la disponibilità a partecipare alla competizione elettorale, e raccolse le firme per la presentazione delle candidature; ci fu qualche candidato che raccolse oltre circa 500 preferenze.

In questa prospettiva, riuscimmo a far eleggere  un magistrato indipendente al Comitato Direttivo Centrale dell’ANM, che per 4 anni vi svolse una defatigante opera di denunzia e pretesa di legalità, rimanendo costantemente  isolato e all’opposizione, salvo riuscire a sostenere, nel 2016,  l’indizione di referendum associativi che videro  una larghissima partecipazione e che, tra i vari quesiti, vide la stragrande maggioranza degli iscritti esprimersi a favore della più rapida sollecitazione al CSM nella elaborazione e determinazione dei carichi esigibili (di fatto impedita a funzionare concretamente dal boicottaggio delle correnti, evidentemente interessate a mantenere la condizione di sudditanza psicologica dei magistrati). Si riuscì, inoltre, a far approvare, prima delle elezioni per l’ultimo CSM, un appello (poi sottoscritto da 106 magistrati, nonostante l’estrema limitatezza dei tempi e degli strumenti per la sua diffusione), che invitava le correnti a fare un passo indietro dal CSM, avvisando profeticamente che la situazione era gravissima, che la credibilità del CSM era a serio rischio e che il loro operato aveva compromesso gravemente l’indipendenza interna dei singoli magistrati.

Come singoli, inoltre, abbiamo continuamente operato sulle m.l. e sulla stampa che ha voluto darci spazio, denunziando il mutamento genetico in corso ed ogni singolo episodio di malaffare di cui si fosse venuti a conoscenza, nel tentativo di svegliare le coscienze narcotizzate dei colleghi e di individuare possibili rimedi utili ad una rinascita morale del corpo giudiziario.

Sottoponiamo, quindi, all’attenzione dell’On.le Bonafede, nella sua alta veste, tre proposte di riforme legislative che, senza alcun impatto sulle finanze dello Stato, saranno capaci – ove considerate – di restituire alla magistratura italiana quell’indipendenza, quella terzietà, quell’equilibrio e quella dedizione professionale oggi in forte crisi.

Parliamo del sorteggio per l’elezione dei membri del CSM, della rotazione turnaria biennale negli incarichi di dirigenza giudiziaria, dell’abolizione delle immunità dei membri del CSM.

Da cittadini, prima ancora che da magistrati, confidiamo nell’ascolto sensibile del Nostro Guardasigilli.

Con osservanza.

Valeria Ardito – Proc. Rep. Verona
Stefano Aresu – Proc. Rep. Verona
Milena Balsamo – Corte di Cassazione
Carlo Boranga – Proc. Rep. Verona
Francesco Bretone – Proc. Rep. Bari
Giuliano Castiglia – Trib. Palermo
Isabella Cesari – Mag. Sorv. Verona
Francesco Chiavegatti – Trib. Verona
Edoardo D’Ambrosio – Trib. Lecce
Donato D’Auria – Trib. Pisa
Sergio De Nicola – Proc. Gen Cagliari
Silvia Facciotti – Proc. Verona
Carmen Giuffrida – Magistrato addetto al Consiglio d’Europa
Betta Labate – Proc. Rep. Verona
Felice Lima – Proc. Gen. Catania
Livia Magri – Trib. Verona;
Andrea Mirenda – Mag. Sorv. Verona
Pietro Murano – Trib. Pisa
Ida Moretti – Trib. Benevento
Maria Grazia Omboni – ex magistrato Proc. Gen. Milano
Andrea Reale – Trib.  Ragusa
Gioacchino Romeo – ex magistrato Uff. Massimario Cassazione
Alberto Sergi – Proc. Rep. Verona
Stefano Sernia – Trib. Lecce
Eugenia Tommasi di Vignano – Trib. Verona
Nicola Saracino – App. Roma
Massimo Vaccari – Trib. Verona
Luciano Varotti – Corte App. Bologna
Beatrice Zanotti – Proc. Verona
Marco Silvio Zenatelli – Proc. Rep. Verona



PROPOSTA N.1:  il D.D.L. sul sorteggio per i componenti togati del Csm

I recenti fatti oggetto della inchiesta di Perugia, che riguardano tra gli altri anche l’ex consigliere del Csm Luca Palamara, hanno reso a tutti evidente l’urgente necessità di una riforma del sistema elettorale del Csm, che elimini, o almeno riduca drasticamente, l’influenza decisiva delle correnti sulle scelte, soprattutto in tema di posti direttivi e semi direttivi, dell’organo di autogoverno della magistratura.

L’attuale sistema elettorale (maggioritario puro), introdotto, con la L. 44/2002, col dichiarato fine di limitare il ruolo delle correnti, per giudizio pressoché unanime, lo ha invece rafforzato, ed in particolare ha accentuato il potere degli apparati delle correnti di selezionare le candidature, rendendo al contempo praticamente impossibile il successo di candidature estranee alle correnti organizzate.

È indubbio peraltro che se un magistrato viene a far parte del CSM come rappresentante di una corrente quasi sempre:
  • opererà in conformità alla volontà dei vertici della corrente di cui fa parte;
  • avrà un occhio di riguardo per chi appartiene o è vicino alla sua corrente;
  • avrà cura di evitare che una decisione possa far perdere consensi alla sua corrente;
  • può avere contatti con soggetti estranei al Csm, ma interessati alle sue decisioni, mediante rapporti intermedi con altri appartenenti alla sua corrente (come sembra emergere dai fatti oggetto della inchiesta di Perugia).

Proprio al fine di evitare queste storture in occasione delle elezioni per il rinnovo del Csm, tenutesi nel luglio del 2014, un comitato costituito da magistrati e denominato ALTRA PROPOSTA, aveva individuato, a normativa vigente, alcuni candidati al Csm sulla base di un meccanismo combinato di sorteggio ed elezioni, altrimenti detto sorteggio temperato (per ulteriori dettagli si veda il sito www.altraproposta.it).

In quella occasione si era proceduto in una prima fase all’estrazione a sorte, in una seduta pubblica davanti a un notaio, tra tutti i magistrati muniti a norma di legge di diritto di elettorato passivo, di una rosa di possibili candidati e quindi si erano invitati gli estratti a sorte a dichiarare se avessero accettato o meno la candidatura.

In una seconda fase gli estratti a sorte che avevano accettato la candidatura erano stati sottoposti ad un voto telematico, aperto a tutti i magistrati con diritto di voto, per selezionare gli effettivi candidati da proporre per le elezioni del CSM.

Il presupposto teorico-giuridico di quella esperienza, tuttora valido, era che un simile meccanismo fosse pienamente conforme a Costituzione, risultando rispettato il presupposto della elezione dei componenti togati del Csm, al quale fa riferimento l’art. 104 Cost., che parla di membri «elettivi» e di «componenti» «eletti da tutti i magistrati ordinari tra gli appartenenti alle varie categorie».

Infatti, il voto di tutti i magistrati ordinari rimane come strumento per l’elezione dei componenti togati del Csm tra gli appartenenti alle varie categorie e certamente la selezione dei candidati in numero multiplo dei componenti l’organo mediante sorteggio riconosce a tutti i magistrati più ampie possibilità di scelta di quanto non abbia mai fatto la selezione correntizia dei candidati.

Lo stesso non potrebbe dirsi invece per un meccanismo opposto, nel quale il sorteggio seguisse alle elezioni dei sorteggiabili, perché in questo caso la scelta finale dei consiglieri non avverrebbe mediante elezione e, soprattutto, l’individuazione dei candidati resterebbe nelle mani delle correnti.
 
Sulla base delle predette considerazioni e dell’esperimento attuato nel 2014 abbiamo predisposto una ipotesi di disciplina di sorteggio temperato, che presenta come sue caratteristiche salienti:
  1. Elezioni della componente togata del Csm tra un numero di candidati sorteggiati;
  2. Sorteggio di un numero di magistrati pari a dieci volte il numero dei componenti da eleggere tra tutti i magistrati sorteggiabili;
  3.  Richiesta di disponibilità di candidatura a tutti i magistrati;
  4. Individuazione di una serie di requisiti di sorteggiabilità, alcuni dei quali connessi a precedenti incarichi dei magistrati;
  5. Ripartizione del territorio in collegi nazionali, uno per ciascuna delle categorie di componenti del Csm.

RIFORMA DELLE ELEZIONI DELLA COMPONENTE TOGATA DEL CONSIGLIO SUPERIORE DELLA MAGISTRATURA

CAPO I
Modifiche della legge 24 marzo 1958, n. 195
Articolo 1 –  Sostituzione dell’articolo 23
1. L’articolo 23 della legge 24 marzo 1958, n. 195 è sostituito dal seguente:
«23. Componenti eletti dai magistrati.
1. L’elezione da parte dei magistrati ordinari di sedici componenti del Consiglio superiore della magistratura avviene con voto personale, diretto e segreto.
2. L’elezione si effettua:
a)      in un collegio unico nazionale, per due magistrati che esercitano le funzioni di legittimità presso la Corte suprema di cassazione e la Procura generale presso la stessa Corte;
b)      in quattro collegi per quattro magistrati che esercitano le funzioni di pubblico ministero presso gli uffici di merito e presso la Direzione nazionale antimafia, ovvero che sono destinati alla Procura generale presso la Corte suprema di cassazione ai sensi dell’articolo 116 dell’ordinamento giudiziario di cui al regio decreto 30 gennaio 1941, n. 12, come sostituito dall’articolo 2 della legge 13 febbraio 2001, n. 48;
c)      in dieci collegi per dieci magistrati che esercitano le funzioni di giudice presso gli uffici di merito, ovvero che sono destinati alla Corte suprema di cassazione ai sensi dell’articolo 115 dell’ordinamento giudiziario di cui al citato regio decreto n. 12 del 1941, come sostituito dall’articolo 2 della citata legge n. 48 del 2001.»
Articolo 2 –  Sostituzione dell’articolo 24
1. L’articolo 24 della legge 24 marzo 1958, n. 195, è sostituito dal seguente:
«24. Elettorato attivo e passivo.
1. All’elezione dei magistrati componenti il Consiglio superiore della ma-gistratura partecipano tutti i magistrati ordinari con esclusione di quelli in tirocinio che, alla data della delibera di cui al comma 1 dell’articolo 25, prestino servizio da meno di un anno nonché dei magistrati che, alla stessa data, siano sospesi dall’esercizio delle funzioni ai sensi degli arti-coli 30 e 31 del regio decreto legislativo 31 maggio 1946, n. 511.
2. Sono eleggibili i candidati selezionati secondo le disposizioni dell’articolo 25.
Articolo 3 –  Inserimento dell’articolo 24-bis
Dopo l’articolo 24 della legge 24 marzo 1958, n. 195, è inserito il seguente:
«24-bis. Disponibilità all’incarico di componente del Consiglio superiore della magistratura e composizione collegi circoscrizionali.
  1. All’atto dell’assunzione delle funzioni giurisdizionali, ciascun magistrato manifesta la propria disponibilità o indisponibilità ad essere eletto componente del Consiglio superiore della magistratura. L’indicazione fornita dal magistrato è menzionata nel verbale di assunzione delle funzioni ed è inserita nel fascicolo personale dell’interessato e nel sistema informatico del Consiglio superiore della magistratura. L’indicazione può essere modificata in qualsiasi momento dall’interessato attraverso il predetto sistema informatico. I magistrati che non abbiano presentato tale dichiarazione all’atto dell’assunzione delle funzioni giurisdizionali dovranno farlo presso gli uffici di appartenenza nel termine di sei mesi dalla data di entrata in vigore della presente legge.
2. I collegi circoscrizionali di cui all’articolo 23, comma 2, lett. b) e c) sono composti secondo quanto previsto dalla Tabella A allegata alla presente legge.»
Articolo 4 –  Sostituzione dell’articolo 25
L’articolo 25 della legge 24 marzo 1958, n. 195, è sostituito dal seguente:
«25. Convocazione delle elezioni, uffici elettorali e spoglio delle schede.
1. La convocazione delle elezioni è fatta dal Consiglio superiore della magistratura con delibera da adottare tra il centoventesimo e il novante-simo giorno prima della data stabilita per l’inizio della votazione.
2. Con la stessa delibera di cui al comma 1, il Consiglio superiore della magistratura nomina l’ufficio centrale elettorale presso la Corte suprema di cassazione, costituito da tre magistrati effettivi e da tre supplenti in ser-vizio presso la stessa Corte che non abbiano subìto sanzioni disciplinari più gravi dell’ammonimento e presieduto dal componente che vanta maggiore anzianità di servizio o, in caso di pari anzianità, dal più anziano di età.
3. Tra il sesto e il decimo giorno successivo alla sua costituzione, l’ufficio centrale elettorale sorteggia, per ciascun collegio, un numero di candidati pari a dieci volte il numero dei componenti da eleggere tra tutti i magistrati sorteggiabili ai sensi dei commi 4 e 5.
4. Possono essere sorteggiati i magistrati che, alla data della delibera di cui al comma 1, sono in servizio negli uffici giudiziari nel collegio cui si riferisce il sorteggio medesimo, ad eccezione dei magistrati di cui al seguente comma. Il sorteggio è effettuato in seduta pubblica secondo le modalità stabilite con regolamento del Ministro della giustizia da emanarsi entro trenta giorni dall’entrata in vigore della presente legge. L’ufficio elettorale comunica data e ora del sorteggio almeno tre giorni prima del suo svolgimento ai dirigenti degli uffici giudiziari, i quali, provvedono a darne immediato avviso a tutti i magistrati dell’ufficio.
5. Non possono essere sorteggiati:
a) i magistrati che, alla data della delibera di convocazione delle elezioni, non esercitino effettive funzioni giudiziarie da almeno due anni o che siano sospesi dalle medesime ai sensi degli articoli 30 e 31 del regio decreto legislativo 31 maggio 1946, n. 511;
b) i magistrati che, alla data della predetta delibera, siano in servizio da meno di quattro anni;
c) i magistrati che al momento della convocazione delle elezioni abbiano subito sanzione disciplinare più grave dell’ammonimento, salvo che si tratti della sanzione della censura e che dalla data del relativo provvedi-mento siano trascorsi almeno dieci anni senza che sia seguita alcun’altra sanzione disciplinare;
d) i magistrati che, anche temporaneamente, abbiano prestato servizio presso l’Ufficio studi o presso la Segreteria del Consiglio superiore della magistratura per la cui rinnovazione vengono convocate le elezioni;
e) i magistrati che, anche temporaneamente, abbiano ricoperto la carica di consigliere presso il Consiglio superiore della magistratura per la cui rinnovazione vengono convocate le elezioni;
f) i magistrati che non abbiano dato la disponibilità ad essere eletti componenti del Consiglio superiore della magistratura, ai sensi dell’art. 24 bis, e quelli che l’abbiano ritirata entro l’adozione della delibera di cui al comma 1 con comunicazione inviata all’ufficio elettorale tramite pec o raccomandata.
6. Espletato il sorteggio, l’ufficio elettorale trasmette immediatamente il relativo verbale, con i nominativi dei magistrati sorteggiati per ciascun collegio al Consiglio superiore della magistratura.
7. L’elenco dei candidati alle elezioni, per ciascuno dei collegi di cui all’articolo 23, comma 2, è composto dai magistrati sorteggiati secondo le disposizioni dei commi precedenti.
8. L’elenco dei candidati, distinti nei collegi di cui all’articolo 23, comma 2, è immediatamente pubblicato sul notiziario del Consiglio superiore della magistratura, è inviato a tutti i magistrati presso i rispettivi uffici almeno venti giorni prima della data della votazione ed è affisso, entro lo stesso termine, a cura del Presidente della Corte d’appello di ogni distret-to, presso tutte le sedi giudiziarie.
9. Entro il ventesimo giorno antecedente quello delle votazioni, il Consi-glio superiore della magistratura nomina una commissione centrale elet-torale composta da cinque magistrati effettivi e due supplenti in servizio presso la Corte suprema di cassazione che non abbiano subìto sanzioni disciplinari più gravi dell’ammonimento, presieduta dal più elevato in grado o da colui che vanta maggiore anzianità di servizio o dal più an-ziano.
11. I consigli giudiziari provvedono alla costituzione, presso ciascun tribunale del distretto, di un seggio elettorale composto di cinque magistrati che prestano servizio nel circondario e che non abbiano subito sanzioni disciplinari più gravi dell’ammonimento, presieduto dal più elevato in grado o da colui che vanta maggiore anzianità di servizio o dal più an-ziano. Sono nominati altresì tre supplenti, i quali sostituiscono i componenti effettivi in caso di loro assenza o impedimento.
12. I magistrati in servizio presso i tribunali, le Procure della Repubblica presso i tribunali, le Corti di appello, le Procure generali presso le Corti di appello, i tribunali per i minorenni e le relative Procure della Repubblica, nonché i tribunali di sorveglianza, votano nel seggio del tribunale del luogo nel quale ha sede l’ufficio di appartenenza.
13. I magistrati fuori ruolo, i magistrati della Direzione nazionale anti-mafia e i magistrati di merito destinati alla Corte suprema di cassazione ed alla Procura generale presso la stessa Corte, ai sensi degli articoli 115 e 116 dell’ordinamento giudiziario di cui al regio decreto 30 gen-naio 1941, n. 12, come sostituiti dall’articolo 2 della legge 13 febbraio 2001, n. 48, votano nel seggio del tribunale di Roma.
14. I magistrati che esercitano le funzioni di legittimità presso la Corte suprema di cassazione e la Procura generale presso la stessa Corte vota-no presso l’ufficio centrale elettorale ivi costituito.»
Articolo 5 –  Inserimento dell’articolo 25-bis
1. Dopo l’articolo 25 della legge 24 marzo 1958, n. 195 è inserito il se-guente:
«25-bis Campagna elettorale
1. Dalla data in cui avviene la comunicazione di cui all’articolo 25, comma 7 e fino alla data di proclamazione degli eletti, i candidati di cui al comma 10 del medesimo articolo sono esonerati, dal capo dell’ufficio di appartenenza, dai rispettivi carichi di lavoro, ivi compresa la parteci-pazione alle udienze.
2. I magistrati sorteggiati di cui al comma 6 dell’art. 25 non possono partecipare a concorsi per incarichi fuori ruolo fino al momento delle votazioni per le elezioni del consiglio superiore della magistratura.
Articolo 6

Copertura finanziaria



PROPOSTA N.2: LA ROTAZIONE TURNARIA DELLA DIRIGENZA GIUDIZIARIA 

   Siamo fermamente convinti che per fermare l’odierno mercimonio delle cariche direttive e semidirettive la strada sia quella, pressoché obbligata, di sottrarre definitivamente al CSM il relativo potere, facendo sì che le nomine divengano ordinaria attività tabellare di ogni singolo Ufficio, sotto la guida dei Consigli Giudiziari.

    Non sfugge neppure all’osservatore meno attento come la voracità delle correnti (sovente in perfetta sintonia con “settori malati” della politica, come denunciano le cronache…) si concentri pressoché esclusivamente sul tema delle nomine. Ciò che i gruppi associativi dell’ANM perseguono è, difatti, il “collocamento” di sodali e amici nei posti di vertice, al fine manifesto di condizionare l’azione dei magistrati e ridurne l’indipendenza. Paradigmatica, al riguardo, è la vicenda del “dopo-Pignatone”: quell’Ufficio, benché acefalo da mesi (al pari di molti altri), continua a svolgere serenamente il proprio lavoro, autorganizzandosi secondo normali criteri di anzianità. Prova ne sia che la Capitale, nonostante le grida correntizie, non è in balia di se stessa né preda dell’illegalità e ancor meno oggetto di scorrimento di bande armate per le pubbliche vie. E allora, se tutto procede regolarmente, le lotte furibonde che si sono scatenate per quel posto-chiave sono sorte forse per farla funzionare ancora meglio? o per cercare l’Unto del Signore dotato della migliore attitudine direttiva?  Lasciamo all’On. Ministro la risposta…

   L’art.107 della Costituzione delinea un modello di magistrato soggetto soltanto alla legge, le cui funzioni devono avere pari dignità, quali che esse siano. Anche l’Autogoverno scolpito nella Carta Fondamentale riflette questi principi: non già un potere concentrato in modo autoreferenziale nel Consiglio Superiore della Magistratura bensì un’esperienza diffusa e orizzontale avente per Stella Polare la tutela dell’indipendenza del singolo magistrato (art.101, c.2, Cost.). L’esatto contrario del sistema attuale, scientemente programmato per dare vita ad un autogoverno oligarchico di cui geloso custode è il CSM e dal quale risulta escluso – già sulla carta – circa il 90% dei magistrati italiani. Si è creata, così, una casta direttiva “a senso unico ascendente” che, grazie al critico binomio dirigente/diretto, ha legittimato la strisciante primazia del Capo sui restanti magistrati dell’Ufficio. La rotazione muove, allora, dal radicale ripensamento dell’attuale modello in favore di un sistema inclusivo costruito sulla “doverosa” partecipazione orizzontale di tutti i colleghi nella gestione degli uffici.

  Nulla osta concettualmente a che ogni magistrato dotato di congrua anzianità (ad es., la III o la IV Valutazione di professionalità) possa essere chiamato – a turno – a dare il proprio realistico contributo pratico all’organizzazione dell’Ufficio in cui opera, per 2 o tre anni al massimo, mettendo a disposizione della comunità quanto appreso in situ. Del resto, già lo stesso Napoleone Bonaparte, nell’elaborare gli ordinamenti giudiziari delle Repubbliche Cisalpine, aveva previsto la rotazione turnaria annuale del Presidente del Tribunale di Milano, al fine esplicito di assicurare l’effettiva parità dei Giudici. Ed ancora, nella medesima direzione, va il recente disegno di riforma della giustizia tributaria (art.3 della proposta n.1521/ 21.1.2019, On. Vita Martinciglio) per la figura semidirettiva dei “Vice Presidenti di Sezione”.
  Sovente i critici della rotazione negli incarichi direttivi/semidirettivi assumono:
i)          che la rotazione espone gli uffici giudiziari al rischio di cristallizzazione delle prassi oppure di dirigenze inette quando non, addirittura, pericolose…;
ii)            che non tutti i magistrati sono idonei ad assolvere quelle funzioni;
iii)           che essere bravi a scrivere le sentenze non basta;
iv)     che – in relazione al nuovo Talmud del Testo Unico sulla Dirigenza – occorre dimostrare di avere avuto “altre e più alte” esperienze (col solito refrain degli incarichi ministeriali, dell’essere stati eletti al Consiglio Giudiziario o, meglio ancora, al CSM, anche come semplici addetti, dell’essere membri della Scuola della Magistratura, etc. etc.).

Sul primo argomento, dobbiamo subito dire, dopo molti anni “di scrivania” e, almeno per alcuni di noi, lunghe militanze come semidirettivi, come esso suoni sgradevolmente ipocrita quando non “amorale”. E’ arcinoto che l’abbandono del criterio dell’anzianità senza demerito in favore del modello carrieristico attuale, lungi dall’aver assicurato la selezione del c.d. “bravo dirigente”, abbia in realtà troppe volte chiamato al soglio di Pietro magistrati di modesto profilo, nominati esclusivamente in virtù di accordi spartitori ai quali, di tanto in tanto, ha posto e pone rimedio – quando può e quando i colleghi non piegano la testa – quel Giudice a Berlino che è il TAR.

A chi teme il dirigente turnario inetto andrebbe posta una domanda:
l’inettitudine, la sciatteria o addirittura l’opacità di taluni magistrati è per noi irrilevante finché costoro, nell’esercizio quotidiano della giurisdizione, danneggiano solo i cittadini? E, al contrario, rileva quando, per sorte, tocchi invece noi magistrati?

La risposta eticamente corretta non può essere, allora, che una sola: i magistrati il cui comportamento inadeguato sia noto in corso d’opera   devono essere sanzionati subito e, nei casi più gravi, addirittura destituiti, con il che il problema verrebbe risolto correttamente “a monte”, assicurando par condicio a cittadini e giudici…

Veniamo, quindi, ai restanti argomenti, unificabili sotto la bandiera di quel sedicente “benaltrismo” richiesto al dirigente.

Quanto alla pretesa assenza di un’attitudine, per così dire, orizzontale di tutti i magistrati all’esercizio della funzione direttiva/semidirettiva, possiamo riconoscere che si tratta, certamente, di un rilievo oggettivo che, però, proprio per esperienza “sul campo”, merita anche qui una contro-narrazione.

La domanda corretta dovrebbe, infatti, essere questa: la carente attitudine direttiva trova la sua ragione nello specifico profilo soggettivo del magistrato (di quel magistrato) oppure è l’effetto perverso dell’attuale sistema che, escludendo a priori quasi il 90% dei magistrati dall’esercizio di quelle funzioni, li spinge a disinteressarsi da subito dell’autogoverno e, più in specifico, della cognizione del sistema regolamentare secondario (tabelle, circolari, programmi di gestione, D.O.G., etc.), con le inevitabili mani libere dei dirigenti in carica?

Noi siamo convinti che la risposta giusta sia la seconda: ogni magistrato degno di tal nome e serio, ogni giorno organizza dettagliatamente l’ agenda professionale, stabilisce calendari d’udienza, modalità di gestione del ruolo, priorità strategiche nella trattazione delle liti, il tutto confrontandosi con la Cancelleria, i colleghi, il magistrato dirigente, il Foro,  i  vari professionisti in generale.

Insomma, ogni giudice è chiamato costantemente ad assolvere concretamente a compiti organizzativi sia propri che del suo staff (quando c’è…), in aggiunta al “proprium” (non proprio da buttar via…) di decidere sulla libertà ed il patrimonio dei cittadini. Orbene, a fronte di tanta capacità si vuole dire che magistrati di tal fatta non sarebbero in grado di dirigere un ufficio ove sapessero davvero che, di lì a poco, sarebbero chiamati per turno a quella funzione?

Noi siamo convinti del contrario, e, anzi, proprio in vista di quel “dovere di dirigenza”, riteniamo che i colleghi parteciperebbero necessariamente ed attivamente alle scelte via via adottate dal dirigente pro tempore, dando vita addirittura ad un un circolo di prassi virtuose.

Né si dica che la funzione direttiva esige “altro” e diverso La lunga esperienza lavorativa che ci contraddistingue consente di affermare ex professo che si tratta di una fantasiosa petizione di principio, frutto di un’enfasi artificiosa (e un po’ furbesca…) del ruolo del dirigente il quale, a ben vedere, rapportandosi a magistrati indipendenti e non ad “impiegati esecutivi”, non incide più di tanto – né mai potrebbe farlo – nell’autorganizzazione quotidiana di ciascun serio magistrato.

A meno che si voglia affermare che la formazione (peraltro solo periodica) delle tabelle di un ufficio, accanto all’assegnazione dei fascicoli alle sezioni (e  dalle sezioni ai singoli magistrati) e alle altrettanto periodiche riunioni organizzative volte ad affrontare, tutti insieme e con spirito di squadra, temi come la gestione dell’arretrato, le prassi virtuose, le inefficienze individuali e  i protocolli, esigano capacità manageriali specifiche, cosa che appare del tutto inverosimile.

Il fatto vero è un altro, purtroppo, ed è che il CSM sempre più spesso eleva a “marker” della (pretesa) capacità dirigenziale pacchetti di esperienze del tutto estranei alla giurisdizione, al lavoro quotidiano del magistrato, alla sua scrivania. 

Il tutto con irriverente disprezzo delle sbandierate “carte dei valori” e con disinvolto travisamento delle imponenti circolari auto-moralizzatorie che, con ingannevole gioco degli specchi, periodicamente esso partorisce… per arginare se stesso.

Attitudini direttive erette su esperienze formatesi aliunde et alio modo, innescate da logiche discrezionali di chiamata politica o elettiva che – in quanto frutto di gretta sodalità – nulla hanno a che fare con una seria formazione aziendalistica e finiscono, anzi, per creare un paradossale quanto opaco circuito esogeno di governo eteronomo dell’autogoverno… Con buona pace della Costituzione…

Da ultimo, vorremmo aggiungere un rilievo: se fosse vero  che l’attitudine direttiva è sempre altra cosa rispetto alla capacità giurisdizionale, come taluni affermano, allora i tempi sarebbero finalmente maturi per la c.d. doppia dirigenza, con affidamento di quel compito ad un vero “Manager del Tribunale”, nominato dietro concorso nazionale (meglio ancora con bando europeo), esterno alla funzione giudiziaria e  formatosi magari in prestigiose Università o in aziende che del management abbiano fatto il loro core shell, al pari di quanto accade negli ospedali pubblici, dove il Direttore Generale non è un medico né opera i pazienti. Simile investitura risponderebbe almeno a criteri di decenza …ancorché non ci si nasconda i temibili riflessi sull’indipendenza della giurisdizione.

Ecco, allora, una proposta di articolo unico – da armonizzare con l’attuale Ordinamento Giudiziario mediante idonee abrogazioni e norme transitorie (ipotizzando una riforma a regime entro un triennio) – che consentirebbe “a costo zero” di restituire ai magistrati dignità e indipendenza e, all’un tempo, di ricondurre le correnti al loro ruolo naturale di “motori di idealità”, anche laddove fosse lasciato inalterato il meccanismo elettorale del CSM.

ARTICOLO UNICO
 “1. Il Primo Presidente e i Presidenti di Sezione della Cassazione, il Procuratore Generale e il Procuratore Aggiunto presso  la Corte di Cassazione,  i Presidenti di Corte d’Appello e di Sezione presso la Corte d’Appello, i Presidenti di Tribunale e  di Sezione di Tribunale, i Procuratori della Repubblica e i Procuratori Aggiunti presso i Tribunali  sono  nominati ogni triennio dai Consigli Giudiziari competenti tra i magistrati rispettivamente dell’Ufficio o della Sezione di appartenenza, con almeno la III (o IV ) Valutazione di Professionalità.
2. La nomina avviene partendo dal magistrato con la più alta valutazione di professionalità e con maggiore anzianità di servizio e, a parità, maggiore anzianità anagrafica.
3. L’incarico direttivo e semidirettivo può essere conferito solo al magistrato in servizio presso l’Ufficio di appartenenza da almeno tre anni.
4. L’incarico direttivo o semidirettivo potrà essere assegnato nuovamente al medesimo magistrato solo quando sia stato svolto rispettivamente da tutti i magistrati dell’Ufficio o della Sezione.
6. Decorso il triennio o comunque cessata la funzione direttiva o semidirettiva, il magistrato tornerà a ricoprire l’incarico precedentemente assolto in seno all’Ufficio o alla Sezione di esso.

7. Il Governo e il Consiglio Superiore della Magistratura provvederanno, secondo le rispettive competenze, a varare rispettivamente le norme transitorie e di dettaglio destinate ad assicurare, entro tre anni, il completo passaggio al sistema direttivo e semidirettivo di cui al presente articolo”




PROPOSTA N.3:  abolizione dell’immunità per i Consiglieri del CSM

L’art. 32 bis della l. 24 marzo 1958 n. 195 è abrogato (“I componenti del Consiglio superiore non sono punibili per le opinioni espresse nell’esercizio delle loro funzioni, e concernenti l’oggetto della discussione”).

Nel pronunciarsi sulla illegittimità costituzionale del cd. Lodo Alfano la Consulta, con la sentenza n. 262/2009, aveva ribadito il basilare principio secondo cui le prerogative di organi costituzionali, in quanto derogatorie al principio di eguaglianza, devono essere stabilite con norma costituzionale.

Risulta assai problematico, allora, affermare la compatibilità costituzionale di altre “deroghe” al principio di uguaglianza poste con legge ordinaria.

Tra queste merita di essere segnalata l’immunità – prevista da una legge ordinaria e non da una norma costituzionale – introdotta nel 1981 dall’art. 32 bis della l. 24 marzo 1958 n. 195 che manda esenti da conseguenze civili e penali i consiglieri del CSM disponendo che “I componenti del Consiglio superiore non sono punibili per le opinioni espresse nell’esercizio delle loro funzioni, e concernenti l’oggetto della discussione”.

La giurisprudenza ha chiarito che tale immunità riguarda ogni tipo di responsabilità, sia essa civile, penale o disciplinare. E, si badi, a differenza del lodo Alfano gli illeciti resteranno impuniti anche dopo la scadenza del mandato di consigliere del CSM.

Eppure il primo requisito che – in democrazia – dovrebbe connotare un soggetto investito di funzioni pubbliche parrebbe essere proprio quello della “responsabilità”, specialmente quando non possa operare – come nel caso del CSM – neppure il congegno della cd. responsabilità politica.


Sarebbe quanto mai opportuno, dunque, che il Legislatore eliminasse quella eccentrica immunità.

Anche alla luce dei recenti avvenimenti che hanno coinvolto –  in larghissima parte –   il CSM risulta imbarazzante difendere non già una temporanea esenzione dalla giurisdizione come il lodo Alfano, ma una vera e propria impunità priva di ogni ragion d’essere.

Essa – avendo a mente anche le funzioni giurisdizionali del CSM nella materia disciplinare – contrasta, per di più, con tutti i principi regolanti la responsabilità del giudice.

Se si demonizza l’idea dei giudici elettivi cosa pensare, allora, di un giudice e di un amministratore elettivo e per giunta irresponsabile civilmente, penalmente e disciplinarmente?


L’esperienza sconfessa quanto sostenuto dalla Corte Costituzionale nella sentenza n. 148 del 03/06/83 che fece sopravvivere l’eccentrica norma.

Si diceva “…è agevole notare che la natura, la posizione e le funzioni del Consiglio superiore della magistratura sono state concepite dalla Costituzione in termini così caratteristici, da fornire un’adeguata ragione giustificativa della scriminante in discussione.”, come se ogni peculiarità potesse giustificare vistose deroghe a  principi fondamentali come quello di uguaglianza. 

Che poi la peculiarità non appare affatto tale.

In questo consisteva, secondo la Consulta: “Ora, dall’insieme di queste disposizioni…” (la Corte richiama gli art. 105,106,107 della Cost.)”…risulta che la parte centrale e costituzionalmente necessaria dell’azione del Consiglio consiste in apprezzamenti sulle attitudini, sui meriti e sui demeriti dei magistrati da assegnare ai vari uffici, da trasferire, da promuovere, da sottoporre a procedimenti disciplinari e via dicendo. Ma la garanzia che il Consiglio è chiamato ad offrire in tal campo, proprio per poter essere effettiva, richiede a sua volta che i componenti del Consiglio stesso siano liberi di manifestare le loro convinzioni, senza venire in sostanza costretti ad autocensure che minerebbero il buon andamento della magistratura.

Le motivazioni della Corte paiono azzardate: come dire che un professore di una commissione d’esame, per poter giudicare negativamente un candidato, deve essere immune perché diversamente egli non si sentirebbe libero di fare il suo lavoro; o che il giudice, nel condannare il ladro, dovrebbe essere immune perché diversamente lo manderebbe assolto.

In realtà operano, per queste esigenze, le categorie generali dell’adempimento del dovere: se il professore varca i limiti di quel dovere ed il giudice si accanisce sul ladro facendo loro torti maggiori di quelli consentiti, non si capisce più chi è il professore e chi il somaro, chi il giudice e chi il ladro.

La realtà dimostra, purtroppo, che quella immunità è criminogena e dissuade l’emersione del malaffare disincentivando le denunce.  E sconta, per di più, l’inaccettabile idea che tra i magistrati – i principali interessati dall’attività del CSM – si annidino troppi calunniatori.






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