Il Sultano riperde Istanbul

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Il candidato dell’opposizione Ekrem Imamoglu si afferma nelle elezioni bis. Per Erdogan è una sconfitta che ha un valore politico che va ben oltre la pur importante dimensione amministrativa della più popolosa città turca

Istanbul ha voltato per la seconda volta le spalle al “Sultano”. Con oltre il 95% delle schede scrutinate, il candidato dell’opposizione Ekrem Imamoğlu è nettamente in testa con il  53.69% dei voti nella ripetizione delle elezioni per il sindaco di Istanbul, dopo l’annullamento della sua vittoria alle amministrative del 31 marzo. Binali Yıldırım, candidato del partito Akp del presidente turco Recep Tayyip Erdoğan  ha riconosciuto la sconfitta: “Al momento, il mio rivale Ekrem Imamoglu – ha detto il candidato del partito islamico della Giustizia e dello Sviluppo (Akp) – è in testa nelle elezioni. Mi congratulo con lui, augurandogli successo”.

“Le elezioni significano democrazia, queste elezioni hanno ancora una volta dimostrato che la democrazia funziona perfettamente in Turchia”, ha aggiunto l’ex premier . In attesa dei risultati ufficiali, previsti entro lunedì mattina, al comitato elettorale di Imamoğlu già sono partiti i festeggiamenti. E quando ormai il risultato è inequivocabile, è lo stesso vincitore a rivolgersi ad una folla plaudente: “Questa straordinaria vittoria – dice Imamoğlu – rappresenta un nuovo inizio per la Turchia”.

Oggi ha vinto la democrazia. Hanno vinto i 16 milioni di abitanti di Istanbul”, aggiunge il 49enne nuovo sindaco.  I risultati sono resi noti dall’Agenzia di Stato, Anadolu Haber Ajans, filogoverativa e da Anka, un’agenzia stampa più indipendente che, fin dalla chiusura dei seggi, aveva fatto trapelare l’indiscrezione che Imamoğlu era un testa di oltre 10 punti. Molto alta la partecipazione al voto, con un’affluenza dell′84,41%: quasi 8,8 milioni di persone sono andare a votare nella megalopoli sul Bosforo su circa 10,5 milioni di aventi diritto. La perdita di Istanbul è un grosso rovescio per il presidente Erdogan, che ha iniziato nel 1994 la sua irresistibile ascesa politica proprio dalla poltrona di sindaco della grande città.

E qualcuno si spinge a ipotizzare che per Erdogan il voto di oggi possa essere l’inizio della fine. Sostenuto anche dai nazionalisti di Iyi parti e dai filo curdi dell’Hdp aveva prevalso a sorpresa lo scorso 31 marzo, dopo una notte di polemiche, con una vittoria per 24 mila voti, differenza poi ridotta a 13.729 in seguito al controllo delle schede nulle. Lo scorso 6 maggio, sulla scorta dei ricorsi del partito di Erdoğan, la contestatissima decisione dell’authority per le elezioni (Ysk) di cancellare il risultato e di tornare alle urne. Una decisione percepita come un’ingiustizia, che ha fatto crescere la popolarità di İmamoğlu fino a rendere quello che era un bravo amministratore locale l’uomo capace di mettere a repentaglio il potere di Erdogan.

Per il “Sultano di Ankara” è una sconfitta pesantissima che ha un valore politico che va ben oltre la pur importante dimensione amministrativa della più popolosa città turca. È stata una campagna elettorale all’ultimo sangue. Perché come amava dire lo stesso Erdogan “chi vince a Istanbul vince in tutta la Turchia”. La metropoli ha 16 milioni di abitanti ed è il centro di gravità dell’intero Paese. Erdogan ha iniziato la sua carriera politica proprio qui 25 anni fa e da allora il suo partito l’ha sempre governata.

Secondo il Turkish Statistica Institute Istanbul rappresenta più del 31 per cento del prodotto interno lordo del Paese. Ha un’economia maggiore di Paesi come il Portogallo, la Grecia e l’Egitto. Per il 2019 la città vanta di un bilancio di quasi 9 miliardi di euro (circa 60 miliardi di lire turche) che supera di gran lunga i budget di alcuni enti statali, nonché di alcuni ministeri turchi. Negli ultimi tre mesi alcuni media locali hanno pubblicato approfondimenti che spiegano come i fondi destinati alla città siano stati anche utilizzati per mantenere una rete di aziende vicine al governo attraverso numerosi appalti pubblici la cui assegnazione poco trasparente è stata oggetto di numerose critiche. Per Erdogan la sfida è arrivata in un momento difficile.

La Turchia sta attraversando la crisi economica più grave degli ultimi 17 anni. Negli ultimi mesi la lira turca ha perso il 12,5% di valore rispetto al dollaro, in seguito alla crisi con gli Stati Uniti, scoraggiando gli investitori preoccupati di possibili sanzioni. La decisione di ripetere il voto a Istanbul e la riduzione delle riserve della banca centrale hanno contribuito a rafforzare il clima di incertezza. Il debito estero è tasto dolente, come lo è il rischio di una forte contrazione della crescita. Al quadro assai denso di problemi si aggiungono i tassi particolarmente alti degli interessi dei crediti, l’industria frenata assieme e disoccupazione che ha raggiunto il 14,7%, con quella giovanile che supera il 25%, e l’inflazione al 20%.

Le cose per il “Sultano” non vanno meglio sul piano internazionale. La Turchia, infatti, si barcamena in un difficile quadro internazionale. I rapporti con Washington sono degenerati dopo il fallito colpo di stato del 15 luglio 2016. Ankara sostiene che è stato organizzato dal predicatore islamico in esilio in Pennsylvania Fethullah Gulen. Dopo il fallito golpe il governo ha arrestato e licenziato dalle istituzioni statali decine di migliaia di persone accusate di essere seguaci di Gulen. Il Paese ha dovuto affrontare attacchi terroristici, l’impegno nella guerra in Siria e migrazioni di massa. Il conflitto siriano ha portato a un riavvicinamento della Turchia alla Russia, a una spartizione delle sfere di influenza nel Paese e all’acquisto del sistema anti-aereo S400, accordo ostacolato da Washington.

Se l’Akp e il suo alleato ultranazionalista Mhp a marzo sono arrivati in testa a livello nazionale, è anche vero che sono stati puniti nelle metropoli, come appunto Istanbul e anche Ankara, la capitale, che i conservatori di Erdogan controllavano da oltre un quarto di secolo. In vista della seconda edizione della battaglia di Istanbul, allora, Erdogan ha cambiato strategia: onnipresente per sostenere il suo candidato nella prima campagna, questa volta ha scelto con parsimonia le sue comparse in pubblico, per evitare di trasformare il voto di Istanbul in un referendum sulla sua persona.

Per fermare la corsa del semisconosciuto ex sindaco di Beylikduzu (un quartiere della città), «”il Sultano” alla fine le ha provate tutte: è rimasto nell’ombra per non polarizzare il dibattito, ha tentato di gettare fango sull’avversario accusandolo di essere un gulenista, amico dei terroristi e persino di origine greca. E poi c’è stato il corteggiamento dei curdi conservatori da parte di Yildirim che è arrivato a pronunciare la parola tabù: Kurdistan. Così a poche ore dal voto è arrivata una dichiarazione del leader del Pkk Abdullah Ocalan che chiedeva ai suoi di restare «neutrali».

Una mossa in contrasto con le indicazioni del partito Hdp che ha invitato a scegliere Imamoğlu. Lotta agli sprechi, verde pubblico, politiche sociali, attenzione alle fasce di popolazione meno abbienti e misure per favorire l’occupazione, hanno costituito argomenti di confronto e terreno di promesse su cui entrambi candidati hanno dato prova di essere preparati e propositivi. In tempi in cui la Turchia versa in condizioni di difficoltà economica il sindaco di Istanbul può ricoprire un ruolo importante e dare nuova linfa all’economia in base alle strategie che ha in programma di realizzare.  Erdogan, al momento del voto nel seggio di Uskudar, quartiere sul lato asiatico aveva dichiarato di essere “profondamente convinto che i cittadini prenderanno la miglior decisione possibile per la città”.

Nonostante un raffreddamento nelle ultime settimane il presidente turco lancia l’ex premier Binali Yildirim, il suo fedelissimo che gli deve la sua intera carriera politica. Erdogan lo ha voluto sin dall’inizio sindaco di Istanbul per dare continuità con i 25 anni di dominio del suo partito, Akp. A sostenerlo anche i nazionalisti dell’Mhp. “Tutto andrà per il meglio”, aveva sostenuto İmamoğlu dopo aver votato, ripetendo quello che dopo la cancellazione del risultato dello scorso 31 marzo è diventato un hashtag virale. Sostenuto anche dai nazionalisti di Iyi parti e dai filo curdi dell’Hdp aveva prevalso a sorpresa lo scorso 31 marzo dopo una notte di polemiche, terminato con una vittoria per 24 mila voti, differenza poi ridotta a 13.729 in seguito al controllo delle schede nulle. Lo scorso 6 maggio la contestatissima decisione dell’authority per le elezioni (Ysk) di cancellare il risultato tornare alle urne.

Una decisione percepita come un’ingiustizia, che ha fatto crescere la popolarità di İmamoğlu fino a rendere quello che era un bravo amministratore locale l’uomo capace di mettere a repentaglio il potere di Erdogan. La società civile, si è mobilitata per scongiurare il rischio di brogli. Dopo il voto del 31 marzo ci sono stati militanti che hanno dormito accanto alle urne dopo l’annullamento del voto. Stavolta migliaia di avvocati, studenti e semplici cittadini si sono offerti come osservatori in tutti i seggi, formati dal Chp. Mentre i sostenitori del nuovo sindaco festeggiano nelle strade di Istanbul, ciò che colpisce è il silenzio del “Grande Sconfitto”: Erdogan. “Chi vince a Istanbul vince in tutta la Turchia”, aveva sostenuto il “Sultano”. Dopo la sconfitta del suo candidato, per Erdogan quell’assunto ha l’acre sapore di un sinistro presagio.

 

 

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