Ecco perché il Pd si deve sciogliere domani

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Di Francesco Cancellato

È bastato un sassolino sulla strada, il coinvolgimento di Luca Lotti nel caso Palamara, a far deragliare di nuovo il Partito Democratico nel caos. È bastata la nuova segreteria, presentata sabato scorso, a far finire la pace armata degli ultimi mesi tra renziani e anti-renziani, Ed è bastata qualche settimana di distanza dalle elezioni europee per rendersi conto che poco è cambiato da quando Nicola Zingaretti è diventato segretarionessuna idea nuova, nessun salto di qualità nella capacità di fare opposizione al governo di Lega e Cinque Stelle, che continua a monopolizzare il dibattito pubblico. Signor Boh. l’ha soprannominato l’Espresso, in un’efficace e impietosa sintesi del vuoto totale di contenuti e visione che ancora continua a esserci a sinistra.

Difficile dargli torto. Che di fronte a un governo così divisivo l’opposizione non riesca a crescere se non di pochi punti percentuali, restando al palo di un asfittico 22% – peraltro “drogato” dalla bassa affluenza delle elezioni europee – è quasi un paradosso politico. Un paradosso di cui Zingaretti ha certamente qualche colpa, ma anche, soprattutto, una gigantesca attenuante: provateci voi a dare identità a un partito in guerra civile dal 4 dicembre del 2016, da quando Renzi ha perso il referendum costituzionale e D’Alema e Speranza hanno brindato alla sua sconfitta. Da quel giorno – lo diciamo a posteriori – il Pd ha smesso di esistere e sono nati due diversi partiti, entrambi fondati sulla paranoia e sul risentimento. Quello della “pugnalata alla spalle” dei renziani ortodossi, che ancora oggi pensano – Renzi in primis – che il governo dei mille giorni sia deragliato a causa dell’opposizione interna. E quello dell’“identità violata” e di chi pensa che l’ex sindaco di Firenze e i suoi siano un corpo estraneo al partito, una specie di metastasi da uccidere per non morire.

Pensare di riappacificare queste due anime, di credere davvero che possano convivere sotto lo stesso tetto, e soprattutto che questo sia utile al Pd rischia di essere il vero errore di Nicola ZIngaretti. Che al contrario dovrebbe lavorare per provocare una scissione in grado di separare le identità del partito e di permettere a ciascuna di loro di far fuoco contro il governo, anziché all’interno del Partito. Guardare il passato può essere un errore, ma lo schema di gioco è quello del caro vecchio Ulivo: al centro una forza moderata, più democristiana che liberale, che contende i voti a un centro destra estremista e che potrebbe allearsi con +Europa e pezzi di Forza Italia. La casa perfetta per Renzi e Calenda, per le madamine Sì Tav, per le istanze confindustriali, per quei pezzi di ceto medio che non si riconoscono in Salvini, né nei Cinque Stelle.

A sinistra, invece, un Pd più simile ai vecchi Ds, in grado di portare avanti istanze di sinistra, dal dialogo con la Cgil alla difesa delle Ong, senza alcuna remora e alcun rischio di fuoco amico, capace di riacquistare credibilità anche nei confronti di chi era uscito dal Pd stesso perché diventato troppo di destra, per diventare interlocutore credibile di quel che si muove alla sinistra del Pd e che sobbolle all’ala sinistra dell’indistinto a Cinque Stelle. Due forze, insomma, in grado di rivendicare compiutamente la loro identità, senza necessariamente dover mediare l’una con l’altra, che dovrebbero limitarsi a trovare una sintesi ogni cinque anni, per definire una proposta politica comune da presentare al Paese. Un po’ come Forza Italia e Lega fanno da secoli, per intenderci. Da quando, ormai sei anni fa, Berlusconi ha deciso che il Popolo delle Libertà – nato assieme al Pd e del Pd vero e proprio partito-specchio – era diventato un orpello inutile.

Non abbiamo sondaggi in mano, ma scommettiamo che anche solo un’operazione di questo tipo farebbe schizzare al 30% circa, se non di più, il potenziale elettore delle forze di opposizione. Gli elettori finalmente avrebbero una proposta politica chiara. I politici e i militanti, finalmente, due forze in cui riconoscersi pienamente, e non solo a metà. E le forze di governo, si ritroverebbero attaccate da due fronti, anziché uno, senza più il bersaglio facile del Pd, oggi facilmente additabile a responsabile di tutti i mali del mondo.

Separarsi, senza rancori, è la mossa migliore che il Pd potrebbe fare. E le elezioni in Emilia – Romagna, ancora abbastanza lontane, potrebbero essere il primo banco di prova per sperimentare questo nuovo attacco a due (o tre) punte del centro sinistra al blocco di potere di Lega e Cinque Stelle e al futuribile strapotere del nuovo centrodestra di Salvini. L’alternativa è seguire ancora il sogno di una vocazione maggioritaria inesistente, peraltro in un campo da gioco che – per scelta del Pd, del resto – è diventato proporzionale. Cosa state aspettando, ancora?

Da Linkiesta

 

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