Ecco perché un 84enne faceva 60 km tutti i giorni con un bimbo cieco

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nonno romano

“Mi mancherà”: per 8 mesi un 84enne ha accompagnato a scuola un bimbo cieco – di Annalisa Teggi

Il bus non era attrezzato per disabili e i genitori non potevano accompagnarlo; così “nonno” Romano faceva 60 km al giorno per portare a scuola un bimbo non vedente e riaccompagnarlo a casa.

Un bambino cieco e un anziano di 84 anni. Volendo essere tristemente onesti: in quale casella finirebbero queste due persone secondo il pensiero dominante?

A voce alta non si dice, ma i fatti tristi della cronaca li collocano tra gli scarti. Che sono quella grossa fetta di popolazione che subisce ingiustizie e la cui voce sembra muta.

Non sta bene dirlo, ma l’ipocrisia generale nasconde sotto il tappeto la sua polvere scomoda: in fondo queste persone sono solo zavorra, che si merita qualche trafiletto lacrimevole ma poi è bene stia ai margini e non dia fastidio.

Mi stupisce fino a rendermi noiosa – cioé lo ripeto spesso – quanto sia realistica la profezia che Tolkien lasciò ne Il signore degli anelli: il male può essere sgretolato solo dai “piccoli”, come Frodo.

E la cronaca, se solo la guardiamo al di là dei titoloni, ci conferma storie di ordinaria salvezza che nascono da compagnie zoppe, da piccole pietre scartate che vanno a sostenere il nostro muro umano più solido.

Altre mura, erette sull’idolatria del potere e della grandezza e dell’efficienza, rovinano a terra alla prima brezza di imprevisto.

Amici improbabili, molto affiatati

Montemignaio è un comune di neppure 600 anime in provincia di Arezzo, ma tra loro c’è un’anima davvero buona: “nonno” Romano.

Il Corriere Fiorentino è venuto a conoscenza di un’amicizia straordinaria che è maturata all’ombra di un disservizio.

Due gemellini di origine macedone venivano separati ogni mattina al momento di andare a scuola: uno dei due, non vedente, non poteva recarcisi a causa della mancanza di un autobus adatto a trasportarlo.

I genitori, entrambi lavoratori, non potevano fare altro che lasciarlo a casa a piangere: la scuola infatti si trova a quasi 20 km di distanza.

La famiglia, lungi dall’essere disinteressata o poco affidabile, aveva subìto il disservizio con impotenza.

Possiamo solo intuire il dolore provato da un bambino in età scolare, e quindi perfettamente capace di capire la situazione, di essere separato dal fratello gemello a causa della sua disabilità.

Non ci vuole un esperto di psichiatria infantile per desumerne che avrà percepito il suo deficit fisico come una colpa.

Ecco l’effetto boomerang più grave del disservizio, il non detto che si traduce in un indice puntato contro.

Nonno Romano prende in mano la situazione

Saputo di questa grave mancanza, un anziano del paese di Montemignaio si è industriato per trovare una soluzione.

Evidentemente lo zelo premuroso, la comprensione umana dei fatti, lo spirito di iniziativa non sono in dote solo all’età produttiva, al ruolo ricoperto.

Lo scatto di generosità è stato dell’anziano. Curioso poi – lo vedremo a breve – che a ruota, ma in ritardo, altri esponenti del pubblico servizio siano intervenuti sperticandosi con ottime proposte.

Tutti descrivono Romano Carletti, 84 anni, come un uomo generoso e premuroso: per 8 mesi si è offerto di accompagnare in auto, all’andata e al ritorno, il bambino non vedente.

Da Montemignaio a Pelago, dove c’è la scuola, ci sono 20 km abbondanti di strada tortuosa. Non è stato un tragitto, ma un viaggio quotidiano (… credo che un bravo narratore ne farebbe un ottimo romanzo di formazione).

Ne è nato un legame profondo, un’amicizia tra due generazioni raccontate come lontane e in realtà capaci di un rapporto di reciproco beneficio, gratuito. Racconta “nonno” Romano al giornalista Giulio Gori:

«La mattina non caricavo neanche la sveglia, mi svegliavo alle 7,30, chissà cosa mi suonava…» (da Corriere Fiorentino)

Quanti lavoratori possono vantarsi di non avere bisogno della sveglia? E non è una critica ai lavoratori, ma una constatazione per tutti noi: abbiamo un motivo, anche impegnativo, ma dal valore così grande e buono da farci aver voglia di anticipare il trillo delle sette? L’anziano che si vorrebbe stanco, inutile e sperso, ci offre qualcosa su cui riflettere.

Chissà di cosa avranno parlato, giorno dopo giorno su quell’auto? Per otto mesi, in qualsiasi condizione climatica, questi due compagni improbabili hanno condiviso una quotidiana avventura: avere una meta da raggiungere, avere una casa a cui tornare.

L’intervento del comune

Quando la loro storia è venuta alla luce, ecco smuoversi gli arrugginiti ingranaggi burocratici.

Oggi il bimbo – le cui generalità non sono state diffuse – può salire su un autobus attrezzato che lo porta a scuola insieme al gemello. A posteriori è partita la gara di solidarietà:

«Ma ora il clamore della vicenda raccontata dal Corriere Fiorentino ha fatto sì che il Comune di Pelago abbia anticipato quello di Montemignaio, dove la famiglia macedone vive, e da ieri abbia attivato il servizio di accompagnamento.» (Ibid)

Una curiosità? Il primo giorno in cui il suo giovane amico è salito sull’autobus, nonno Romano non era presente alla partenza.

Troppa emozione? No. Era già impegnato con le nipotine ammalate; proprio come Mary Poppins, felice – da lontano – della felicità altrui:

«È una cosa bellissima. Perché lui ora esce col suo gemellino, monta sul pulmino e va a scuola nella stessa classe. Questa situazione andava risolta, io in questi mesi l’avevo segnalata più volte a chi di dovere. Per me era una bella responsabilità, specie d’inverno con la neve e il ghiaccio. E poi ho 84 anni, ora ce la faccio, ma il prossimo anno? … Mi mancherà un po’, speriamo che anche lui si ricordi di me». (Ibid)

Nonno Romano: un esempio di gentilezza

La fede dietro l’angolo. Non è insolito incontrare persone di buon cuore che gratuitamente compiono gesti ammirevoli.

Nonostante tante teorie nichiliste, la coscienza del bene e del male c’è in ciascuno; e la libera volontà di collaborare al bene non ha lo stesso peso del contrario, è prevalente. Però, se la nostra virtù rimane sopita, non c’è da scandalizzarsi.

Possono esserci casi virtuosi e sporadici di anime che hanno grandi slanci maturati in solitudine. Spesso e volentieri, l’indole viene sollecitata da un esempio.

Romano Carletti ci tiene a non essere considerato un eroe, ora che tutti in paese raccontano di quanto sia generoso, premuroso, solerte: tutti sanno che se qualcuno si ammala, lui va a comprare le medicine – ad esempio.

Nonno Romano riconduce l’origine di questo suo zelo nel bene al suo matrimonio, nel cammino fatto con una moglie ora defunta.

«Mia moglie è morta a 50 anni, dopo 5 anni di malattia. Se oggi sono fatto così — e gli occhi si velano — è grazie a lei che me l’ha insegnato. Aveva tanta fede. E nel nostro negozio di alimentari non c’era giorno che non lasciasse un pezzo di salame da portare a una suora, per un povero o un carcerato». (Ibid)

A differenza del male che colpisce e distrugge, il bene semina. E qui torna il senso della profezia del buon Tolkien: un gesto anche piccolo, magari fatto in un posto sperduto, genera sempre qualcosa di nuovo, si propaga come le onde nell’acqua quando buttiamo un sassolino.

L’invisibile quotidiano è depositario di vite vissute a fondo, che lasciano segni più resistenti di violenze sbandierate a reti unificate.

Quegli gli occhi poco buoni

Per mesi Romano ha accompagnato a scuola un bambino non vedente e lui stesso dichiara di essere cieco da un occhio:

«La sa la cosa buffa? Eravamo bambini, c’era la guerra, passò un camion di soldati che perse della polvere da sparo. Ne prendemmo un po’, si provò ad accenderla e ci fu lo scoppio… La cosa buffa è che quando siamo io e il bambino, di quattro occhi ce n’è solo uno buono. Sì, da questo sono cieco. A volte il destino…». (Ibid)

Ma loro due, nonno e bambino, non sono quelli a cui si riferiva Gesù dicendo: «Può forse un cieco guidare un altro cieco? Non cadranno tutt’e due in una buca?».

Qualche puntiglioso si metterà a fare le pulci sull’inadeguatezza tecnica del signor Carletti alla guida. E questo è tipico di un’epoca che vede pagliuzze e trascura travi (guarda caso, proprio ciò che si dice nel medesimo passo del Vangelo).

Ancora più frequentemente le pagliuzze tendiamo a vederle proprio nei comportamenti di chi fa qualcosa di buono, di chi si lancia in un’impresa senza essere perfetto.

Sarebbe davvero triste una simile lettura di questo fatto di cronaca, che parla invece della necessità di moltiplicare la presenza di compagnie zoppe.

Forse è il caso di cominciare a contraddire il proverbio. Chi va con gli zoppi, gli storpi, i ciechi forse comincia a camminare e vedere per davvero.

Dove ci sta portando questa cultura dell’essere umano sano, produttivo e veloce? A correre sulla corsia preferenziale del disumano.

Perché non c’è nulla di così eccezionale nel regno animale quanto la compagnia di cui l’uomo soltanto è capace, una razza in cui gli ultimi e lenti aiutano i feriti e gli scartati. Ci sarebbe da andarne fieri. Fonte: Aleteia

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