Potere d’acquisto in Francia: le cifre e la percezione

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Un articolo
di 
Le
Monde
 oppone all’elogio dell’euro – e dei suoi effetti apparentemente vantaggiosi
sul potere d’acquisto dei francesi -, fatto recentemente dal governatore della
Banca di Francia, dati che mostrano una realtà differente: un potere d’acquisto
che negli ultimi vent’anni non ha fatto che declinare per le famiglie più
povere, spaccando la Francia in ricchi che hanno guadagnato e deboli che hanno
perso. Guarda caso, esattamente le motivazioni alla base delle contestazioni
dei gilet gialli.

Di Assma Maad,

Il Governatore della Banque de France ha annunciato in
termini positivi l’aumento del potere d’acquisto negli ultimi venti anni.
Alcune cifre contraddicono la sua osservazione statistica.

“L’euro
ha aiutato a proteggere piuttosto bene il potere d’acquisto dei francesi.” Lo
ha dichiarato il governatore della Banque de France, su France Inter, il 2
aprile. Invitato in occasione della sua tradizionale “lettera al presidente”,
François Villeroy de Galhau ha tracciato un ritratto molto elogiativo della
moneta europea e  delle sue conseguenze sul potere d’acquisto dei
francesi:

“Credo che l’euro sia un successo. Ha portato a un
aumento dei prezzi molto inferiore. I prezzi aumentano tre volte più lentamente
rispetto al periodo precedente all’euro. L’euro ha portato costi di
finanziamento che sono significativamente più bassi per i francesi.”

Dopo
aver ricordato che per il potere d’acquisto dei francesi il 2019 “dovrebbe
essere un buon anno, con un aumento pro capite del 2%” e che il potere
d’acquisto è “aumentato del 20%” in vent’anni, ha affermato che questo “è
dovuto in particolare all’ottimo controllo dell’aumento dei prezzi, del costo
della vita. Questo è uno dei contributi dell’euro al potere d’acquisto dei
francesi”.

Perché bisogna far
notare alcune differenze

Il
governatore della Banque de France è prudente. Nel corso della sua
argomentazione, François Villeroy de Galhau precisa tuttavia di parlare “con
molta misura, perché quello del potere d’acquisto è un argomento delicato” .
Verissimo. Se le cifre mostrano che sulla carta il potere d’acquisto dei
francesi dà segni di buona salute, la percezione dei francesi è molto diversa.

Un
sondaggio pubblicato nel 2018 indica che il 66% dei francesi ritiene che il
loro potere d’acquisto sia diminuito nel 2018 e il 57% degli intervistati pensa
che continuerà a diminuire. Secondo l’economista François Bourguignon, “per
la prima volta nel dopoguerra il potere d’acquisto dei francesi è diminuito o è
rimasto uguale per un periodo molto lungo, specialmente per i redditi bassi e
medi”.

Quindi, come si spiega
questa differenza di percezione?

Il
movimento dei “gilet gialli”, il cui fatto scatenante è stato l’aumento
del prezzo del carburante, ha cristallizzato questa differenza di percezione. E
l’aumento delle spese fisse, in particolare, lo conferma. Definite “spese
preimpegnate” dall’ INSEE (Ente pubblico francese che fornisce le
statistiche ufficiali,
 ndt), sono le spese legate alla casa (affitto,
elettricità, gas, acqua), abbonamenti (assicurazione, telefono, televisione,
internet), pagamento della mensa ecc. Spese che sono aumentate significativamente
negli ultimi decenni.

Secondo
l’INSEE, il peso di queste spese è aumentato, passando dal 13% del reddito
(reddito disponibile delle famiglie, tolti imposte e contributi ) nel 1960
a quasi il 30% nel 2016. Questo oggi lascia ai francesi soltanto il 70% delle
spese disponibili, a cui vanno tolte le spese relative al cibo e ai trasporti,
benzina inclusa. Spese che oscillano da un mese all’altro e pesano pesantemente
sul portafoglio dei francesi.

Le spese fisse sono
aumentata dal 12% al 29% in quasi 60 anni.

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Peso delle spese
“preimpegnate” nel reddito disponibile delle famiglie dal 1960

Fonte:
INSEE

Tra
i francesi più colpiti da questo aumento delle spese preimpegnate, troviamo le
famiglie più modeste. “La quota delle spese preimpegnate nel reddito
disponibile delle famiglie è maggiore quanto più è basso il loro tenore di
vita: passa dal 61% per le famiglie povere al 23% per le famiglie ricche”,
afferma uno studio pubblicato nel 2018 dal Dipartimento di ricerca, studi,
valutazione e statistica (Dress) del ministero della Solidarietà e della
Salute.

Lo
studio sostiene che il 10% delle famiglie più povere, dopo avere pagato i
conti, mediamente resta con solo 180 euro in tasca, mentre ai più ricchi
restano in media 1.890 euro al mese.

“L’aumento delle spese preimpegnate,
soprattutto a partire dal 2003, ha potuto provocare tra le famiglie la
sensazione di un certo impoverimento, rafforzando la percezione di un divario
con la misurazione effettiva del potere d’acquisto”,
 ha
dichiarato l’INSEE nel 2017. Ed ecco che bisogna qualificare le
affermazioni del governatore della Banca di Francia.

Da Voci dall’estero

Fonte (source) – (go to source)

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