Il progresso? Non è né buono né cattivo

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Di Alberto Forchielli

Ashton Carter è il direttore del Belfer Center for
Science and International Affairs all’Harvard Kennedy School. 
Sempre qui insegna Technology and
Global Affairs. Per 37 anni è stato al servizio del Dipartimento della Difesa
degli Stati Uniti d’America e tra il 2015 e il 2017 è stato il Segretario della
Difesa Usa. In sintesi, ne sa parecchio di come gira il mondo odierno.

Il suo
intervento alla Ernest May Lecture sul cambiamento tecnologico – era l’agosto
2018 all’Aspen Strategy Group – è stato illuminante fin dall’introduzione, dove
ha evidenziato che il
progresso scientifico e tecnologico, anche quello più dirompente, non è né
buono né malvagio a priori ma va sempre contestualizzato in funzione delle
esigenze dell’uomo. 
Con una variabile non di poco conto: i progressi della tecnologia, che uno
lo voglia o no, sono inarrestabili, anche in funzione delle motivazioni degli
innovatori, che possono essere disparate: dal migliorare la salute alla vendita
di servizi, dall’istruzione alla difesa nazionale.

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L’esempio
perfetto è rappresentato dalle armi nucleari.
 Da un lato – con danni incalcolabili per
l’umanità – hanno messo fine alla seconda guerra mondiale e ne hanno evitato
una terza per tutta la durata della Guerra fredda. Dall’altro lato le armi
nucleari sono state un pericolo costante per l’esistenza stessa dell’umanità.
E, in parallelo, gli stessi scienziati che le hanno inventate, si sono poi
dedicati allo sviluppo del controllo degli armamenti e della loro successiva
non proliferazione. Buono e cattivo allo stesso tempo. Con un aspetto che nel
tempo è mutato drasticamente. All’epoca dello sviluppo delle armi nucleari, la
maggior parte delle tecnologie vedeva la sua genesi in ambito militare. Mentre
oggi la tecnologia ha un imprinting soprattutto commerciale, nonché globale.

Di
conseguenza, il buono o il cattivo – o l’aspetto etico, per usare un termine
più onnicomprensivo – sarà deciso di volta in volta da imprenditori e aziende,
con la componente non secondaria che arriverà dall’“anima” degli stessi
sviluppatori tecnologici.

Il progresso scientifico e tecnologico – anche quello più dirompente – non
è né buono né malvagio a priori ma va sempre contestualizzato in funzione delle
esigenze dell’uomo

E Ashton
Carter dice di essere ottimista perché l’odierna generazione che incontra nelle
aule di Harvard, Mit e Stanford vuole contribuire fattivamente al benessere
pubblico, anche quando la sfera degli interessi in ballo è prettamente
economica. Aspetti che sono nella sua indole, visto che nel suo mandato da
Segretario della Difesa, Carter ha avuto una interazione costante con la
comunità tecnologica – la
Diu-X (Defense Innovative Unit-Experimental), una sorta divisione del Pentagono
nella Silicon Valley, poi replicata a Boston e Austin, è stata una sua
iniziativa.

Nella storia recente è andata allo
stesso modo, con la migrazione dalla campagna alla città, per una storia che
riguarda anche l’Italia, soprattutto negli anni del boom economico, con decine
di milioni di persone che hanno cambiato radicalmente il loro stile di vita
mentre i mezzi di produzione passavano dall’artigianato – individuale – allo
sforzo collettivo meccanizzato. Decenni, per una qualità generale di vita
migliore. Come sempre, con pregi e difetti. Allora come oggi, dove si “mastica”
digitale, biotecnologie, lavoro e formazione.

L’attuale
focus, per Ashton Carter, riguarda soprattutto social media e intelligenza
artificiale.
 I
primi sono meravigliosi facilitatori del commercio e del dialogo comunitario,
ma anche dell’odio, delle bugie e dell’isolamento da tastiera, senza pensare
alla violazione della privacy. Con il rischio della concentrazione in mani
private di poteri così grandi che solo un governo – democraticamente eletto e
continuamente votato nella sua rappresentanza – dovrebbe avere, nell’idea che
la concentrazione di potere è sempre un grande pericolo potenziale. E con
l’intelligenza artificiale la questione è simile, nel timore che un giorno
sentiremo questa drammatica frase: «È la macchina che ha commesso un errore».
Magari dinnanzi a un incidente mortale. Nell’idea che se un algoritmo è
vincente, deve esserlo anche nella sua responsabile trasparenza.

E la Cina? In effetti se l’Unione sovietica era
un’economia comunista, l’Occidente l’ha gestita in maniera ermetica,
soprattutto dal punto di vista tecnologico (e commerciale).
 Con la Cina siamo agli
antipodi, perché il rapporto commerciale è inevitabilmente molto intenso. E
attraverso la sua natura – dittatoriale – riesce a mettere in moto una
combinazione di strumenti politici, militari ed economici che un governo democratico
non può eguagliare, con uno svantaggio competitivo inevitabile, dove il libero
scambio degli ultimi decenni basato su regole disattese è di fatto fallito.

Alla fine, con tutta questa innovazione trasversale, si apre un’altra
strada potenzialmente dirompente: l’unione della rivoluzione dell’informazione
con quella biologica. Ossia? Semplice. Oggi e soprattutto domani, tutto (o
quasi) sarà possibile, cellula per cellula

All’orizzonte,
la rivoluzione è nelle bioscienze, come lo è stata nel recente passato con l’informatica.
 Ancora una volta nel bene e
nel male. Il Crispr (Clustered Regular Paladromic Repeats), difatti, può
addirittura modificare il genoma umano, che riguarda sia l’aspetto morale che
quello prettamente economico riguardante i principi fondativi della vita
stessa.

Non da meno
ci sono i biosensori e i produttori biologici. Robe complicate, basti però dire
che i biosensori possono rivoluzionare la
capacità di cambiare i segnali ambientali in dati processabili e archiviabili;
e questi sensori potrebbero rilevare in modo affidabile anche fattori
apparentemente intangibili come l’umore e il comportamento. Mentre i produttori biologicisono organismi in grado di
sintetizzare nuove proteine o materiali biologici su larga scala.

E le cellule autodifese? Ah, certo, ci sono anche loro. Si
tratta di cellule animali o vegetali dotate di una nuova o migliorata capacità
di difendersi. Queste autodifese potrebbero, a loro volta, rappresentare
soluzioni esaustive per le infezione virale o per il cancro. Poi c’è l’ingegneria
bio-ispirata. Chi ha familiarità con la robotica sa che molte migliorie sono
ispirate a modelli di locomozione umana o animale.

Infatti la ruota è un’invenzione
pazzesca in quanto non ha un chiaro precursore biologico, ma la maggior parte
della locomozione scelta dall’ingegneria robotica è modellata sulla natura.
Così anche gli esoscheletri ispirati alla biologia e altre caratteristiche
strutturali e modelli cognitivi e comportamentali usati nell’intelligenza
artificiale.

Alla fine,
con tutta questa innovazione trasversale, si apre un’altra strada
potenzialmente dirompente: l’unione della rivoluzione dell’informazione con
quella biologica. Ossia? Semplice. Oggi e, soprattutto, domani, tutto (o quasi) sarà
possibile, cellula per cellula.

Parliamoci chiaro,
già oggi è possibile inviare un campione di Dna e ottenere qualche ora dopo
un’intera sequenza via e-mail. Solo pochi anni fa serviva un decennio e
miliardi di dollari. Ciò significa che la rivoluzione è (quasi) di massa. Nel
pharma è lo stesso, con percorsi – e investimenti multimiliardari – che sono
ben più brevi e relativamente economici di poco tempo fa. Quindi, qual è lo
scenario? Che la
rivoluzione tecnologica del nostro tempo è soprattutto una sfida individuale.
Nei principi etici di ognuno di noi.

Da
Linkiesta


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