America Latina: cosa fare dopo l’arretramento progressista

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Economia america latina | Nonostante le ambiziose politiche economiche degli ultimi vent’anni, l’America Latina sta cambiando colore politico. Le lezioni da trarre sono molteplici.

1. Suggestioni dalla fine del sogno progressista latino-americano: introduzione

La vittoria dell’ultraconservatore Jair Bolsonaro alle elezioni presidenziali brasiliane dello scorso ottobre sembra segnare un punto di non ritorno nella politica economica del continente latino-americano. Il variegato e altisonante ciclo progressista, iniziato con l’elezione di Evo Morales in Bolivia nel 1998 e poi proseguito con il trionfo di Hugo Chávez in Venezuela nel 1999, di Lula in Brasile nel 2002, di Néstor Kirchner in Argentina nel 2003 e di Rafael Correa in Ecuador nel 2007, può ritenersi concluso. Quelle speranze concrete di profondo cambiamento[1] si sono infrante sotto i colpi delle ravvicinate vittorie elettorali dei nuovi governi conservatori in tutti o quasi i paesi simbolo della precedente svolta progressista. Per di più, i successi delle destre hanno fatto ampiamente leva su una retorica di feroce opposizione verso l’espansione della spesa sociale promossa in maniere e tempi differenti dalle sinistre, ritenendola una perversa espressione di spreco, motivo di corruzione e sintomo di improvvisazione politica.

Una non nuova teleologia del fallimento rischia così di annichilire le istanze riformatrici dell’America Latina: ogni tentativo di trasformazione in senso più egualitario della struttura economica latino-americana è davvero destinato a fallire, conducendo in modo perverso alla reazione delle classi dominanti e quindi a un ciclico ritorno al passato? In termini più generali, è possibile individuare una qualche legge ferrea che ratifichi la caducità delle riforme economiche in nome di un ordine immutabile delle cose?

Due economisti profondamente critici della teoria economica mainstream, Albert O. Hirschman e Andre Gunder Frank, hanno avuto modo di imbattersi direttamente nelle difficoltà che le politiche progressiste tendono a incontrare in America Latina, arrivando a conclusioni agli antipodi di fronte al problema del sottosviluppo e della disuguaglianza economica. Ripercorrere il loro approccio metodologico, in particolare le critiche che Hirschman rivolge a Frank, conduce a interrogarsi in maniera paradigmatica sugli atteggiamenti di politica economica, ancor prima dei provvedimenti concreti, che ogni tentativo di critica dell’ordine esistente può manifestare di fronte al fallimento delle istanze trasformatrici. Rifiutare la seduzione della futilità, come verrà definita nella trattazione, significa impedire che le sconfitte contingenti, per quanto severe, non diventino profezie che si autoavverano, ma piuttosto motivo di un’analisi degli errori economici più accurata e contestuale, libera dalle forzature di ogni approccio intransigente allo studio della realtà.

2. Non esiste spazio per le riforme: i rischi della dicotomia di Frank

Andre Gunder Frank è tra i più importanti esponenti della scuola della dipendenza, fruttuosa esperienza di critica alle strutture economiche e sociali dell’America Latina iniziata negli anni Sessanta. I dipendentisti, pur nelle differenze tra i vari autori[2], riconducono il sottosviluppo latino-americano ai meccanismi di fondo delle relazioni capitalistiche globali, le quali si costituiscono come un rapporto di dominio capace di generare un centro di accumulazione e una periferia viziosamente avvolta nella sua condizione di povertà. Il mito liberista del vantaggio comparato è ritenuto la condizione ideologica affinché l’arretratezza venga perpetuata in una divisione internazionale del lavoro iniqua, che lascia ai paesi periferici la produzione di beni primari a basso valore aggiunto e provoca un deterioramento delle loro ragioni di scambio sul lungo periodo. Da questo quadro scaturiscono le disuguaglianze economiche interne e il paradosso dell’abbondanza in mezzo alla povertà, riscontrabile in modo parossistico in tutto il continente.

L’impostazione di Frank si caratterizza per una radicalizzazione della dicotomia centro-periferia e l’invocazione di una drastica rottura con il sistema capitalistico (lo sganciamento), espressa già nella sua opera più nota, Capitalismo e sottosviluppo in America Latina, pubblicata nel 1967. Attraverso un’analisi comparata di lungo periodo del Brasile e del Cile, Frank delinea la sua tesi di fondo:

Il sottosviluppo in America Latina è la conseguenza necessaria di alcuni secoli di sviluppo capitalistico e delle contraddizioni interne del capitalismo. Queste contraddizioni sono l’espropriazione del surplus economico ai più e la sua appropriazione da parte di una minoranza, la polarizzazione del sistema capitalistico in un centro metropolitano e in satelliti periferici, e la continuità della struttura fondamentale del sistema capitalistico attraverso tutta la storia della sua espansione e trasformazione, dovuta al persistere e al riprodursi di queste contraddizioni in ogni luogo e tempo […] sostengo inoltre che questo processo continua ancora[3].

Non esiste, in questa rappresentazione, alcuno spazio per intervenire sul sistema e correggerne le distorsioni: uscire dalla dipendenza (e dai suoi effetti politici ed economici collaterali, quali i governi conservatori che ne garantiscono l’ordine) attraverso una trasformazione graduale della società è pura illusione e conduce direttamente alla frustrazione delle aspettative.

Le riflessioni di Hirschman permettono di riaccendere l’interesse sull’approccio metodologico di Frank[4] e, attraverso di esso, attualizzare un rischio sempre presente nelle prospettive di chi invoca la necessità di un cambiamento repentino e risolutore delle strutture economiche: il massimalismo intransigente, accompagnato sovente da una tendenza politica al fatalismo. Scrive Hirschman in un saggio duramente critico verso gli approcci più radicali dei dipendentisti:

tendono ad accontentarsi della dimostrazione che i rapporti di dipendenza sono profondamente radicati nella struttura del sistema internazionale, e non provano praticamente mai ad indagare se tale sistema possa per avventura contenere i germi della propria distruzione, o comunque andar soggetto a mutamenti. Se invocano la rivoluzione, è, di nuovo, a mo’ di deus ex machina, e non già perché abbiano individuato una qualche forza emergente capace di concretare l’evento desiderato.[5]

Alle connotazioni deterministiche del massimalismo, Hirschman contrappone la logica del possibilismo. Nulla a che vedere con un approccio ingenuamente ottimistico, ma partendo sempre dall’analisi delle condizioni reali, il possibilismo «consiste nella scoperta dei sentieri, per quanto stretti, che portano a un esito che appare precluso sulla base del solo ragionamento probabilistico»[6].

3. Lezioni e molle dal fallimento: la prospettiva di Hirschman

Attraverso la vocazione interdisciplinare del suo pensiero, Hirschman ha messo in discussione ogni approccio dogmatico all’economia. A partire da un insieme di principi sui quali non si ammette dubbio, il dogmatismo ricava un sistema di verità ritenuto universalmente valido. Facendo in questo modo coincidere il reale con il razionale e il possibile con il necessario, viene di fatto legittimato l’esistente, non intravvedendo in esso crepe o feritoie. Scrive Andrea Ginzburg, che di Hirschman è stato un profondo e acuto studioso:

Gli scritti di Hirschman si propongono di offrire una grammatica per la percezione del cambiamento. Essi si propongono di liberarci da ‘gabbie mentali’ che costituiscono ostacoli alla comprensione della realtà. Questi ostacoli rappresentano anche impedimenti a intraprendere azioni indirizzate a eliminare situazioni di disagio inaccettabile. La loro rimozione consente invece di cogliere opportunità prima trascurate, di costruire e affrontare contrasti non retorici, di avviare dialoghi costruttivi. Al riguardo, ha analizzato approfonditamente proprio quanto la mentalità, sia individuale che collettiva, sia rilevante per mettere in atto o ostacolare un cambiamento[7].

Di fronte all’attuale arretramento delle politiche economiche progressiste in America Latina, le lezioni da trarre dall’approccio dell’economista tedesco sono molteplici. Innanzitutto, l’invito ad abbandonare ogni tendenza alla «fracasomania», quel complesso individuale e sociale del fallimento osservato da Hirschman stesso tra i colombiani, convinti del totale insuccesso delle riforme agrarie iniziate dai governi di sinistra negli anni Trenta, e i brasiliani, delusi per l’inefficienza delle opere pubbliche intraprese a partire dagli anni Cinquanta nel Nord-Est del Paese per combattere la siccità[8]. In entrambi i casi «alcuni cambiamenti in senso positivo nelle zone rurali c’erano stati […]. Sembrava che tutto fosse fallito, che di tutti gli sforzi non fosse rimasto nulla. E tuttavia, a guardar meglio, trovai che delle cose erano state fatte, qualcosa procedeva»[9].

La fracasomania, introiettando le condizioni di sottosviluppo e cristallizzando le strutture che le generano, induce a ragionare secondo la logica dicotomica rinvenuta anche nei dipendentisti come Frank, quindi sull’opposizione logica successo/fallimento. Non viene così percepito l’avanzamento effettivo delle condizioni economiche e la combinazione tra i due opposti che solitamente si rinviene dopo ogni progetto di sviluppo. Il complesso del fallimento ignora per di più il processo di rafforzamento della teoria attraverso la pratica, che proprio gli insuccessi generano.

Dalla metodologia di Hirschman emerge così l’affezione verso il particolare, il caso concreto e circostanziato, il nesso tra i fenomeni studiati non scontato o preventivato, la critica implicita ai modelli generali e onnicomprensivi: dove un progetto di riforma può fallire, in un contesto diverso può avere successo e dove in un caso una teoria può servire, in un altro diventa inutile o addirittura dannosa. Allo stesso modo, il fallimento di oggi può generare il successo di domani, in quanto prepara le condizioni intermedie che precedentemente non esistevano[10].

Da una parte, quindi, dietro gli insuccessi elettorali delle esperienze progressiste latinoamericane possono rinvenirsi tangibili passi in avanti verso gli obiettivi inizialmente dichiarati, come la giustizia sociale, che a loro volta indicano gli ostacoli di impedimento alla prosecuzione del percorso. Esempi recenti sono i provvedimenti redistributivi e quelli finalizzati all’industrializzazione interna condotti senza un’adeguata riforma fiscale nell’Argentina kirchnerista, oppure la riduzione delle disuguaglianze attraverso la redistribuzione degli utili petroliferi nel Venezuela chavista, perseguita ignorando la necessità di creare una struttura industriale emancipata dal settore primario.

Se la fracasomania induce a leggere in queste esperienze solo fallimenti, il possibilismo ne rintraccia invece i successi parziali e le ulteriori spinte possibili, in processi per tentativi ed errori, avanzamenti e arretramenti. L’atteggiamento che Hirschman combatte a tutto campo, ritenendolo un’immobilizzante gabbia mentale autocostruita, risiede proprio nella retorica che descrive la società come un meccanismo mosso da elementi in grado di stare insieme con coerenza e ordine, in una rappresentazione organicista utile tanto ai rivoluzionari quanto ai reazionari.

Nonostante abbia il merito di porre l’accento sul modus operandi ordinario del capitalismo su scala globale, l’approccio di Frank soffre esattamente di questi difetti: non contempla che il sistema sociale, di cui quello economico è parte, si costituisce come un processo. In quanto tale può sviluppare punti di rottura ed equilibri multipli non predeterminati. Proprio tra queste pieghe deve insediarsi ogni progetto alternativo di politica economica, combattendo la tendenza a rimandare la trasformazione senza crearne i presupposti.

4. Speranze e metodo per le politiche economiche di domani: conclusioni provvisorie

Le prospettive metodologiche di Frank e Hirschman rappresentano due reazioni di politica economica opposte rispetto allo stesso problema. Accettando l’analisi di Frank, non resta che affinare la funzione critica e affidarsi a palingenesi rivoluzionarie, come Federico Caffè definiva ogni approccio di politica economica che fatalmente ignorava le esigenze e le possibilità del qui ed ora[11]. Nell’approccio di Hirschman, al contrario, ogni tendenza, oggi in America Latina evidentemente reazionaria, porta in dote anche la sua controtendenza, che si sviluppa proprio dalla storicità della prima, ossia dal suo rispondere a istanze contingenti, senza alcun disegno divino che prepara o distrugge i piani degli uomini. Allo studioso il compito di prefigurare i sentieri percorribili:

Molte delle controtendenze sono possibilità oltre che certezze, e gli scienziati sociali spesso considerano al di sotto della loro dignità scientifica occuparsi di ciò ch’è meramente possibile se non dopo che s’è tradotto in realtà, e può dunque quantomeno venir ridefinito come probabile[12].

È proprio questo richiamo alla sintesi tra creatività e realismo la sfida più difficile e allo stesso tempo necessaria per coltivare le speranze di una politica economica tesa a superare, democratizzandolo, l’ordine di mercato esistente, tanto in America Latina quanto nella vecchia Europa. In questo senso la seduzione più pericolosa rimane la convinzione della futilità, espressa da un atteggiamento intransigente che tende a interiorizzare la sconfitta e a negare aprioristicamente, al di là di un rifiuto totale ma allo stesso tempo ideale del sistema capitalistico, alternative realmente praticabili. La profezia così si autoavvera e il fallimento si riproduce.

 

*Dottore di ricerca in Sviluppo economico: analisi, politiche e teorie, Università di Macerata

Bibliografia

Baran P. A., The political economy of growth, Monthly Review Press, New York, 1957.

Caffè F., La solitudine del riformista, «Il Manifesto», 29 gennaio 1987.

Frank A. G., Capitalismo e sottosviluppo in America Latina, Einaudi, Torino, 1969.

Ginzburg A., L’idea di un dissenziente: l’idea di sviluppo in Albert O. Hirschman, in «Moneta e Credito», vol. 67, n. 266, 2014, pp. 205-226.

Hirschman A. O., Ascesa e declino dell’economia dello sviluppo (a cura di Ginzburg A.), Rosenberg & Sellier, Torino, 1983.

Hirschman A. O., L’economia come scienze morale e sociale (a cura di Meldolesi L.), Liguori Editore, Napoli, 1987.

Hirschman A. O., Passaggi di frontiera. I luoghi e le idee di un percorso di vita, Donzelli, Roma, 1994.

Hirschman A. O., Strategy of Economic Development, Yale University Press, New Haven, 1958.

 

[1] Secondo i dati riportati dalla Banca Mondiale, i Paesi latinoamericani protagonisti delle politiche economiche progressiste sono stati capaci di ridurre notevolmente le proprie disuguaglianze interne. Prendendo come riferimento l’indice di Gini, che misura proprio la concentrazione della ricchezza con un valore che va da 0 (uguaglianza massima) a 1 (concentrazione massima), si può notare come, ad esempio, il Venezuela sia passato da 0,51 nel 1999 a 0,39 nel 2013, l’Argentina da 0,53 del 2000 allo 0,41 del 2014, il Brasile dallo 0,61 nel 1998 allo 0,51 nel 2013, la Bolivia dallo 0,61 del 1998 allo 0,44 del 2016, l’Ecuador dallo 0,58 del 1998 allo 0,45 del 2016.

[2] La nascita della scuola dipendentista può farsi risalire all’esperienza della CEPAL (Commissione Economica per l’America Latina e i Caraibi), di cui dal 1950 al 1953 fu direttore esecutivo l’economista keynesiano argentino Raúl Prebish. Proprio quest’ultimo, insieme a Hans Singer, elaborò una critica al commercio internazionale mainstream, invocando la necessità di un’industrializzazione per sostituzione delle importazioni, quindi con un decisivo intervento programmatico dello stato. Al primo filone, definito strutturalista, all’inizio degli anni Sessanta si affiancò quello più vicino all’impostazione marxiana, del quale alcuni dei principali esponenti furono Arghiri Emmanuel, Theotonio Dos Santos e Andre Gunder Frank, i quali insistettero maggiormente sul processo politico dello scambio ineguale e il sistemico drenaggio di surplus economico tra il centro e la periferia.

[3] A. G. Frank, Capitalismo e sottosviluppo in America Latina, Einaudi, Torino, 1969, p. 12-13 (corsivo mio).

[4] Decisive nel pensiero di Frank sono state le teorie dell’economista Paul Baran, che in particolare nell’opera The political economy of growth (1957) analizza il concetto di surplus nelle relazioni economiche internazionali, proponendo una delle più importanti teorie marxiane dello sviluppo. Come già analizzato dai classici a partire dal fisiocratico Quesnay, il surplus può essere generalmente definito il prodotto sociale che rimane dopo aver soddisfatto il consumo necessario della società e reintegrato le dotazioni produttive iniziali. Baran contestualizza tale quadro teorico aggiungendo la cruciale distinzione tra surplus effettivo e potenziale: il primo si identifica grosso modo con la definizione dei classici e corrisponde alla differenza tra prodotto corrente e consumo corrente, il secondo si colloca nel livello del possibile e non è nella disponibilità immediata di una società. Baran lo definisce come «la differenza fra il prodotto che si potrebbe ottenere in un dato ambiente naturale e tecnologico con le risorse produttive impiegabili, e ciò che si potrebbe considerare come consumo indispensabile». Nell’attuale fase monopolistica del capitalismo sussiste uno scarto notevole tra reale e possibile, soprattutto nel caso delle distorte economie sottosviluppate, in cui, proprio a causa della loro condizione di arretratezza, è molto basso il surplus effettivo, ossia le risorse correntemente disponibili per espandere la produzione. Al contrario, è molto alta la differenza tra surplus effettivo e surplus potenziale, ossia con le risorse che la società potrebbe impiegare ai fini dell’investimento se ci fosse una diversa organizzazione della struttura economica. Tale scarto, spiega Baran, esprime il tasso di sfruttamento tra Paesi e tra le classi di ognuno di essi.

[5] A. O. Hirschman, Oltre l’asimmetria: Osservazioni critiche su me stesso da giovane e alcuni vecchi amici, in A. O. Hirschman, Ascesa e declino dell’economia dello sviluppo (a cura di A. Ginzburg), Rosenberg & Sellier, Torino, 1983, p. 151.

[6] A. O. Hirschman, In difesa del possibilismo, in A. O. Hirschman, L’economia come scienze morale e sociale (a cura di L. Meldolesi), Liguori Editore, Napoli, 1987, p. 143.

[7] A. Ginzburg, L’idea di un dissenziente: l’idea di sviluppo in Albert O. Hirschman, in «Moneta e Credito», vol. 67 n. 266 (2014), pp. 205-226.

[8] Cfr. A. O. Hirschman, Passaggi di frontiera. I luoghi e le idee di un percorso di vita, Donzelli, Roma, 1994.

[9] Ivi, p. 67.

[10] Hirschman esprime queste idee con i concetti di connessioni nello sviluppo economico e di crescita squilibrata, elaborati inizialmente nel volume Strategy of Economic Development (1958): «Io sostenevo che lo sviluppo non dipende tanto dal trovare le combinazioni ottimali delle risorse e dei fattori di produzione dati, quanto dal suscitare e utilizzare risorse e capacità nascoste, disperse o malamente utilizzate» (A. O. Hirschman, Le connessioni nello sviluppo economico, in A. O. Hirschman, L’economia come scienze morale e sociale, cit., p. 15).

[11] «Il riformista è ben consapevole d’essere costantemente deriso da chi prospetta future palingenesi, soprattutto per il fatto che queste sono vaghe, dai contorni indefiniti e si riassumono, generalmente, in una formula che non si sa bene cosa voglia dire, ma che ha il pregio di un magico effetto di richiamo. La derisione è giustificata, in quanto il riformista, in fondo, non fa che ritessere una tela che altri sistematicamente distrugge» (F. Caffè, La solitudine del riformista, da «Il Manifesto», 29 gennaio 1987.

[12] A. O Hirschman, Oltre l’asimmetria, cit., p. 155.

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