Emilia tua, Romagna mia

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STEFANIA ZOLOTTI  

Quando l’Italia trema, oppure frana o si allaga, c’è una prima rete
spontanea dei soccorsi da cui sempre tutto riparte. In alcune regioni si sente
più forte, persino più della natura. Lo Stato– lo Stato in carne e
ossa e senso del dovere, non quello delle rappresentanze – arriva sempre un po’
dopo e un po’ troppo impettito più nel ruolo che nel senso. 

Lo Stato spesso la buca, la rete. 

Sacrosanto che l’Emilia-Romagna sia per eccellenza la terra di una cooperazione
stratificata e naturale
 ma anche la cooperazione non è più quella di
una volta, nel bene e nel male sta ricercando un altro sé che a tratti funziona,
a tratti meno. Tenere insieme tante differenze è politica sottile e il
risultato non è scontato.

L’Emilia-Romagna, col trattino in mezzo, spiega già col nome una frattura che non è solo
un fatto di punteggiatura: c’è un sud che come tutti i sud si sente messo fuori
gioco, anzi escluso dai giochi, e c’è un nord che come tutti i nord si
dimentica dove tiene fissi i piedi. La Romagna, per quanto
ancora sottotono e in mano alla prudenza, sta imbastendo la regia di una
trasformazione culturale con cui andare a scalare fino agli ultimi gradini
delle istituzioni regionali per poi gridare da lassù che c’è anche lei, che
devono capire quanto vale, che così non le sta bene, che il turismo è cambiato,
che può contribuire più di quanto pensino. Intanto abbiamo provato a
intervistare da quelle parti i primi coordinatori della Fondazione che muove le
fila del mutamento ma si sono negati.

Basta poi pensare a Parma e a come non abbia avuto paura
di svestire gli abiti unici del cibo a tutti i costi per fatturare e a come si
stia ritagliando il primato di provincia col più alto tasso di imprese B-Corp
dove profitto e benessere si cercano e si corteggiano. Nei bilanci entrano
voci fino a poco tempo fa impensabili. Quante trasformazioni.
Persino il rosso delle cooperative si è slavato.

Intanto è di poche ore fa il vanto del Presidente di Regione che
porta la stampa a guardare i numeri e a tirare le somme dei primati. I primati
passano, conta costruire dal basso.

“I dati sull’occupazione diffusi oggi da Istat, insieme a quelli del
commercio estero di ieri, confermano la forza e la vitalità del tessuto
socio-economico dell’Emilia-Romagna, ancora una volta locomotiva del Paese. La
disoccupazione dal 6,5% al 5,9% certifica la performance migliore tra tutte le
regioni, tolta la provincia autonoma di Trento, così come per l’export
pro-capite confermiamo il dato più alto dell’intera penisola. C’è un fattore
qualità, di sistema e di prodotti, che premia un territorio e le scelte che qui
abbiamo compiuto insieme tra istituzioni e parti sociali. La qualità dei nostri
prodotti nasce dalla capacità di innovare degli imprenditori insieme alla
professionalità di una manodopera altamente qualificata. Un valore aggiunto sul
quale abbiamo puntato e su cui continueremo ad investire, sostenendo formazione,
ricerca e sviluppo, processi di internazionalizzazione. È l’Emilia-Romagna che
non si ferma, nonostante le nubi che si addensano all’orizzonte e la flessione
di tutti i principali indicatori economici del Paese. Ribadiamo la nostra
richiesta al Governo di cambiare strategia economica, rilanciando gli
investimenti e una politica industriale di sostegno alle imprese e al lavoro.
In caso contrario anche la situazione in Emilia-Romagna è destinata a
peggiorare”.

Più che i numeri, vien da dire che la forza stia altrove perché i numeri
sono cagionevoli di salute, a costruire sono le persone. In Emilia-Romagna
il primato sta nella tensione positiva con cui la gente vive e
produce, nella misura precisa con cui il lavoro tiene in palmo di mano la
sapienza artigiana e manifatturiera e non l’impalpabilità delle start-up,
nell’innovazione che non ha bisogno di entrare dalla porta degli inutili
convegni per riempire la bocca di qualcuno, nella insolita modalità con cui la
politica allunga la mano ai cittadini che la afferrano perché non erano poi
così abituati a partecipare dato che destra e sinistra sono pur sempre state
soltanto forme verbali e non sostanze reali. Qui hanno capito di essere
l’avanguardia italiana mentre tutti guardavano fissi a Milano e che il nord a
cui ispirarsi forse è proprio il loro; loro che fino a pochi anni fa pensavano
di essere solo un buon Centro Italia come tanti e di avere di diverso solo il
buon bere e il buon mangiare.

Anche la geometria economica italiana non è più la stessa,
lo si ripete ormai da mesi, e oggi il triangolo ha le punte in Emilia, Veneto e
Brianza: siamo passati dal triangolo equilatero e politico firmato
Torino-Milano-Genova allo scaleno più moderno che attrae di più l’Europa.

Si chiamano “soggetti sociali” i protagonisti nuovi agli
occhi di quella parte d’Italia che sempre sbuffa. Anche qui eravamo abituati
alle associazioni di categoria con la pancia piena e i progetti vuoti, alle
politiche dall’alto in basso senza via di ritorno e a un odore stantio di
impresa e di prodotto. In Emilia le fabbriche hanno caviglie salde di
cui andare fieri
 pur senza somigliare ai capannoni del Veneto
padronale che non conosce pausa e vede solo fatica, i giovani sanno dare un
significato al lavoro perché la parola non affoga dentro gli inglesismi
incubati da culture che non sentono loro, lo sviluppo sostenibile chiama in
causa una crescita che passa per le politiche attive, la mobilità, gli
investimenti, la tutela dei lavori digitali in ogni forma, la competenza nel
decifrare un mondo del lavoro che non somiglia più a se stesso e che chiede di
essere interpretato in fretta.

In controtendenza totale non sono franati manifatturiero,
automotive, packaging, meccatronica, biomedicale, agroalimentare e wellness
:
la Germania li osserva e impara.

Guardo fin da bambina le cartine geografiche immaginando l’Emilia-Romagna
come una regione dal bacino largo, largo il fianco, la postura stabile e la
fibra forte nel tenere insieme due pezzi di Paese. A chi piace pensarlo, pare
che sia femmina.

Nemmeno qui è tutto rose e fiori ma ci si prova meglio che altrove e
altrettanto meglio ci si riesce. Toppe vanno ancora messe e ferite
geografiche interne chiedono di essere ricucite con mano ferma. Anche qui la
spaccatura esiste e non è solo tra Turtlèn e Caplèt seppure i toni della
diatriba di provincia a tavola sia alta tanto quanto l’appartenenza a un
partito o a una parrocchia o alla squadra di basket e di pallone. Del resto in
questa pancia d’Italia lo stile di vita sfiora il perfetto equilibrio:
professionale e privato si toccano e insieme ci bevono su davanti a un piatto
di brodo.

Agli emiliani e ai romagnoli snaturare non piace, chi snatura
paga. Il terremoto dell’Emilia sette anni fa ha bussato
forte, talmente forte che strati di pelle e di terra sono venuti giù in blocco:
in un attimo era sembrato che il buco fosse per sempre ma così non è stato
grazie al carattere di chi emiliano lo è fino all’osso.

Con la punta del compasso su Bologna, il settimo viaggio di Senza Filtro ha
toccato un lungo raggio e da nord a sud, da est a ovest, la regione è sembrata
matura.

Si matura quando si anticipano i tempi.

Si matura quando si accetta il passaggio da un prima a un dopo.

Si matura anche quando non si è pronti, spesso di più.

Si matura quando non si cerca di crescere da soli.

Da senza filtro

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