Le mele non cadono verso l’alto

Stampa / Print

 L’Alieno Gentile

Il politologo Francis Fukuyama all’inizio
degli Anni ’90 sancì lapidario che la storia era giunta alla fine.
Anni dopo, sembra che questa provocazione si stia trasformando in una specie
di nostalgia.

Una convinzione striscia, alimentando in
molte persone una sorta di rassegnazione: poco importa essere
di destra o di sinistra, populista o
no, nazionalista o globalista: la politica imposta
dall’economia è a senso unico, in un certo senso è “obbligata”.

Prendi Jair Bolsonaro, un nostalgico
dei regimi militari, omofobo, contrario a ogni forma di apertura, anche
lui ha dovuto mettere nella sua agenda di governo una riforma delle pensioni restrittiva,
come una Fornero
 qualsiasi, pertanto è pressoché
inutile parlare di politica.

È un punto di vista seducente, ma ingannevole: è un
po’ come constatare che Newton poteva essere di sinistra o di destra, populista
o no, ma la direzione in cui cade la mela resta la stessa.
Ci si può invaghire del politico che racconta che farà “cadere la mela verso
l’alto”, ma la direzione di caduta imposta dalla legge di gravità è a senso
unico… qualcuno oserebbe mai lamentarsi di questo?

Ammaliati e sedotti
dalla propagazione continua di rassicuranti menzogne, che
ci hanno permesso di oscurare gli aspetti spigolosi della realtà, ci siamo
forse dimenticati che le cose stanno esattamente al contrario: la politica è la
scelta delle priorità, nelle condizioni date e dopo aver preso atto della
realtà.

NON È POLITICA, È CIRCONVENZIONE DI INCAPACE

Cetto Laqualunque, il personaggio di Antonio Albanese,
era divertente per questo: proponendo nei suoi comizi «pilu» per tutti,
rappresentava all’estremo il clima da promessa elettorale assurda ma
capace di smuovere l’elettore.

Quello però è teatro comico, e sebbene abbia avuto
grande diffusione non dobbiamo dimenticare che rimane finzione, e a suo modo
denuncia.

Le proposte politiche sono altra cosa: c’è spazio per
chi vorrebbe destinare più risorse alla Sanità, oppure all’Istruzione, o
ancora alla Difesa. È così che distingui i programmi, le alternative.

È diventato per noi d’abitudine, invece, sentirci dire
che «il campo è corto per colpa del metro» (la crisi è dovuta all’euro) o che
si può «stampare» l’uscita dalla crisi, basta
un po’ di sovranità monetaria e di spregiudicatezza contro le «regole
del liberismo».

Tutti modi di promettere di far cadere le mele verso
l’alto.

Questa non è politica, ma tentata circonvenzione
di incapace.

Semmai dovremmo domandarci perché invece di ricevere
proposte sensate, la politica si popola sempre di più di soggetti pronti a
promettere di far cadere le mele verso l’alto per farsi eleggere.

Per loro la presenza dei social network è
di sicuro una facilitazione, possono parlare direttamente agli elettori senza
che qualcuno faccia da filtro.

Ma laddove il filtro dovrebbe esserci c’è? Molto
spesso no.

In TV, e sui media in generale,
viene sempre più spesso offerto spazio a chi ha opinioni dirompenti,
proposte choc, ricette inedite.
È così forte il bisogno di contenuti che “facciano colpo” che spesso si mette
in secondo piano l’autorevolezza del proponente, o magari ci si accontenta
di vedere che ha molto seguito sui social network (seguito che
cresce con la visibilità sui media, alimentando una spirale che genera mostri).

Forse pretendere di trattare l’informazione come
un’impresa qualunque, che deve provvedere da sola ai suoi profitti, non è del
tutto corretto.
Forse il ruolo sociale svolto da una informazione solida e libera
dalla dipendenza dalle copie vendute o dai clic va riconsiderato.

Da qui posso dirlo senza timore che si sospettino
conflitti d’interesse, visto che questo sito non riceve alcun contributo:
rimuovere i sussidi alla stampa non è esattamente un’idea geniale.

Oltretutto se a proporla è un governo che si mostra
volenteroso e disponibile a sussidiare tutto quello che può,
erogando redditi di cittadinanza, pensioni anticipate e persino
rimborsando chi ha comprato in Borsa azioni di piccole banche che poi sono fallite.

Sussidi a tutto tranne che all’informazione? Viene
quasi da chiedersi: come mai questo accanimento così specifico?

MOLTO DI QUELLO CHE ABBIAMO LO DOBBIAMO AL MERCATO

Tornando al dilemma del nostalgico, lo
troviamo così spaesato dalla mancanza di due alternative polarizzanti
(capitalismo e comunismo) che prova attrazione, curiosità, interesse, simpatia
per tutto ciò che è fuori dagli schemi al punto che, persa la possibilità
di tifare per i comunisti, ripone speranze in Bolsonaro (che col comunismo ha
davvero molto poco a che fare).

La continua messa in discussione è un atteggiamento
molto positivo.
Domandarsi se esista un’altra ricetta, un altro modo di fare le cose, è il segreto
dell’evoluzione.
Senza però rifiutarsi di guardare la realtà: le condizioni di accesso alla
Sanità, le condizioni di lavoro, l’esistenza di una previdenza
sociale sono tutte conquiste che abbiamo ottenuto GRAZIE alla logica
di mercato, GRAZIE alla competizione e al continuo miglioramento
dei processi produttivi.

Sono le ragioni per cui chi viveva nei Paesi comunisti
a un certo punto si è sollevato contro il dogma.

LEGGI ANCHE: Ai leader del «ci penso io» sostituiamo
un «ce la puoi fare»

FERMARE LA COMPETIZIONE SIGNIFICA
BOICOTTARE IL FUTURO

Assistenza sanitaria gratuita per tutti, pensioni
dignitose e precoci sono tutti obiettivi da raggiungere con varie sfumature
di priorità, ma basta guardarci indietro per scoprire che progressivamente
li stiamo conquistando: un secolo fa la qualità media di vita, l’aspettativa di
vita, la mortalità infantile, che abbiamo oggi erano pura utopia.
E se avessimo detto allora:

«Fermiamo
la competizione, la logica di mercato è opprimente, redistribuiamo tutto, in
fondo si sta meglio che nel ‘700»

avremmo di fatto boicottato l’attuale presente.
Allo stesso modo, se lo facessimo oggi, boicotteremmo il futuro.

Le condizioni di equilibrio mutano nel tempo.

Può darsi che 20 o 30 anni fa, per esempio, il sistema
pensionistico italiano fosse più generoso di oggi. Ma questo va visto
innanzitutto in relativo rispetto al contesto di oggi, in cui la vita
media si è allungata, le condizioni di lavoro sono meno usuranti e la
proporzione fra lavoratori e pensionati è diversa mettendo in dubbio la sostenibilità
dell’impianto.

Il sistema pensionistico di allora era calcolato su
una dinamica demografica in espansione: i lavoratori futuri
promettevano di essere in numero ben superiore ai lavoratori correnti e questo
consentiva erogazioni generose, oggi non sostenibili.

Non significa aver fatto passi indietro, dal punto di
vista della civiltà, ma aver preso atto di un mutamento del contesto.

Lo stesso può dirsi del lavoro: inebriati della
dialettica dei blocchi contrapposti, molti pensano che tutto ciò che è
bene per il capitale sia male per il lavoro. Se la competizione spinge le
aziende a trovare la via della produttività, questa sarà a danno del
lavoratore, ma il grafico qui sotto (elaborazione di “Italia dati alla
mano” @italiadati)
mostra chiaramente che non è così, almeno non sempre:

produttività

Assegnare alla Storia il ruolo di luogo delle
possibilità significa rimuovere le possibilità dal futuro.

È un inganno della mente.

Succede a chi “eternizza” il presente, e lo fa al
punto di perdere ogni forma di prospettiva storica.

Siamo saldamente adagiati sulla linea del
progresso, ogni prestigiatore pronto a prometterci che farà “cadere le mele
verso l’alto
” cerca di farci credere che il progresso sia tornare indietro,
ma così come le mele cadono verso la Terra, il passato non ritorna, smettere di
guardare avanti è un errore che costa caro.

Da Piano inclinato

Fonte (source) – (go to source)

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *