E’ arrivato l’arrotino: Zingaretti

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Di RICCARDO RUGGERI  

Come sono lontani i tempi entusiasmanti
delle primarie fra Pierluigi Bersani e MatteoRenzi.
Allora le paragonai agli incontri di boxe fra Muhammad Alì e Joe Frazier.
Che moscia invece la campagna elettorale dei tre candidati, due apparivano
strutturalmente fragili, uno sfinito dagli scioperi della fame (Pannella
style), l’altro intristito da quando è passato da numero due a potenziale
numero uno.

Così molti di quelli che contano hanno
reagito seccati alla limpida vittoria di NicolaZingaretti alle
primarie del Pd. Il popolo di sinistra (al di là delle chiacchiere colte, è in
realtà specularmente simmetrico a quello populista di destra) avrà seppellito,
forse per sempre, la parabola politico culturale di Matteo Renzi?
Di lui sono rimasti alcuni libri, un paio di locuzioni linguisticamente
geniali, il mito del Jobs Act, una cena alla Casa Bianca con BarackObama,
un divertente inglese, un set completo in varie grammature di camicie bianche,
un bus del cielo sempre a terra perché nessuno ci vuole più salire. Con questa
terza sconfitta, dopo quelle della notte fatale del 4 dicembre 2016 e del 4
marzo 2018, è tornato umano, è tornato il ragazzotto sbruffone ma molto tenero
con i genitori.

La settimana scorsa scrissi un tweet
scanzonato, ma non troppo: “Renzi ha uno stock di voti, i
magazzinieri Zingaretti e Sala vogliono
rubarglieli”. I suoi voti erano, sono, di prima qualità, sono voti pesanti e
pensanti, ad alta fidelizzazione, raccolti uno a uno. Erano pronti per creare
quel Partito della Nazione tanto sognato dai “competenti”, ben prima che Emmanuel Macronsi
inventasse En Marche. I “renziani” si sarebbero accoppiati con i
“berluscones” dello zoccolo duro (cravatte Marinella a pois e foulard Hermes
con decori, serie cavalli) e a quelli di + Europa, quattro gatti, però i più
vicini al Sole.

Mettiamoci nei panni delle élite dopo la
vittoria di Zingaretti. A meno di volersi raccontare bugie, è un
disastro annunciato. Significa, prima o poi, la ricostruzione della Sinistra
plurale (una bellissima parola che però ha consuntivato pessimi risultati).
D’altro canto che fare? Sostituire Matteo Renzi con Beppe Sala?
A detta degli head hunter sarebbe troppo
rischioso, costui pare essere un buon project manager però
senza respiro strategico, a Milano ha sì aumentato il perimetro della Ztl ma,
come al solito, a scapito delle periferie. Gli head hunterpropendono
piuttosto per Marco Bentivogli, amatissimo dallo stock
di “competenti” di Twitter, ma quanto abile nella comunicazione senza la
copertura del ruolo di sindacalista? Il convento passa Nicola Zingaretti,
lui ha la carte in regola perché eletto dal popolo plurale di sinistra. Il
linguaggio non è il massimo, si è subito scontrato con la declinazione del
verbo “imparare”, oggettivamente non facile per chi nasce già imparato. Mi
ricorda quegli omoni simpatici che nel primo dopoguerra si facevano precedere
da un urlato “È arrivato l’arrotino”. Il tema sarà “Quanto sarà
condizionabile in economia?” E se si rivelasse un JeanLucMélenchon con
venature alla Jeremy Corbin? Ovvero, orrore, un Roberto
Fico
 senza barba?

Mi sa che prima o dopo le élite, se
vogliono uscire dal cul de sac in cui
sono finite, sia chiaro, per loro sprovvedutezza, debbano seguire il consiglio
di quel vecchio stravagante che ama il divertissement applicato alla vita
politica. Ripete costui, ossessivamente: La politica è come il business, non
esiste senza execution, e l’execution comporta
un Ceo con pieni poteri. Come arrivarci? Basta sostituire il
suffragio universale con l’epistocrazia. Cari amici, o avete gli attributi per
imporla o smettetela di farvi seghe mentali.

Articolo tratto dal blog
riccardoruggeri.eu

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