I giovani milanesi non conoscono la fabbrica

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SERGIO CAMPODALLORTO 

Un grido d’allarme si
alza da gran parte delle imprese manifatturiere di tutto il Nord Italia: mancano
numerosi lavoratori e tecnici professionali da inserire nelle aree di
produzione.

Secondo le statistiche, nelle tre
province lombarde di Bergamo, Brescia e Lecco c’è un mismatching di
oltre il 35%, tra offerta e domanda di lavoro nelle professioni più richieste
dall’industria metalmeccanica avanzata. La ritardata comprensione di fenomeni
tra loro collegati
 ha portato a questa drammatica situazione. A titolo
di esempio, si parla della diminuzione della natalità; della deprofessionalità
delle scuole tecniche (a differenza del sistema tedesco, che negli ultimi anni
le ha potenziate); di un sistema culturale contrario all’occupazione in
fabbrica (meglio rider che operaio).

Solo adesso le imprese hanno iniziato a comprendere
che devono escogitare delle soluzioni se non desiderano trovarsi in situazioni
ben più drammatiche nei prossimi anni.

Le academy aziendali

Una delle soluzioni maggiormente
adottate in questo periodo è la costituzione di academy aziendali.
Si tratta di un espediente che consente di strutturare percorsi
formativi interni
fornendo competenze sia ai nuovi assunti sia agli attuali
dipendenti, programmando la loro acquisizione di conoscenze. L’academy ha anche
un favorevole impatto di immagine, in quanto rende l’azienda un soggetto
sensibile alla progressione formativa del personale e del suo know how.

Il limite di tale soluzione è quello di
essere appannaggio delle grandi imprese. Introdotta praticamente in
tutte le multinazionali, il modello si è man mano trasferito alle aziende di
medie dimensioni, ma è praticamente inaccessibile alle piccole imprese,
che non possono permettersi strutture formative dedicate. Anche la costituzione
di centri formativi di distretto o di filiera ha avuto esiti
incerti e non sempre positivi, ma è sicuramente un’opportunità che dovrebbe
essere ripresa coinvolgendo e vincolando la partecipazione delle imprese di
dimensione minore. In altre parole: in un’academy aziendale l’assunzione al
termine del periodo formativo è garantita; nei centri formativi di distretto non
esiste un’analoga certezza, il che li rende meno ambiti per i giovani in cerca
di occupazione.

Aziende alla ricerca di designer. Finalmente

Sono mesi che periodicamente
imprenditori o responsabili delle risorse umane tampinano me e i miei colleghi
di dipartimento per contattare alcuni degli studenti più meritevoli scelti
tra quelli che non intendono proseguire gli studi per conseguire la laurea
magistrale. Sono laureati in design in una delle migliori
università di design del mondo: la quinta, per la precisione, secondo l’ultimo
ranking internazionale attendibile.

Era ora che l’industria
lombarda 
iniziasse a comprendere l’elevato potenziale di un nostro
studente. Mi auguro che siano definitivamente tramontati i tempi in cui
il designer era visto come soggetto creativo dedicato
esclusivamente all’ottimizzazione delle forme estetiche del prodotto: oggi il
designer è un laureato che interpreta il cambiamento abbinando
l’aspetto estetico all’innovazione delle tecnologie digitali e a quella dei
materiali, ma soprattutto interpretando le nuove funzioni d’uso dei prodotti e
dei servizi a esso collegati.

Nuovi modelli di business, direbbero i colleghi delle school of
economics
 che non riescono a comprendere l’elevato numero di richieste
di questa nuova figura professionale e il suo inserimento ai vertici delle
strutture aziendali. È l’importanza del design strategico, sono
solito ribattere.

Può un giovane laureato cresciuto e formato con questi
presupposti accontentarsi di un impiego statico e tradizionale come quello che
viene spesso proposto dalle imprese manifatturiere locali? No, non può. Ed è
quello che purtroppo sta avvenendo.

Nel periodico sondaggio annuale presso i
miei studenti sulle loro aspettative verso il mondo del lavoro che li aspetta,
si può osservare il loro forte interessamento (60 % circa egli studenti) a
condurre un’esperienza lavorativa all’estero, ma con il desiderio di
poter ritornare a svolgere l’attività professionale presso un’azienda italiana,
meglio se di grande dimensione. Il rimanente 40% vuole trovare impiego in
imprese italiane, anche startup, oppure proseguire gli studi.

Far sognare i nuovi giovani dipendenti

Eppure, la prospettiva di entrare negli
organici di una piccola e media impresa manifatturiera del settore meccanico
non solletica le aspettative di un giovane designer. E purtroppo non è ambita
neppure dai loro coetanei che non hanno completato gli studi. Esiste quindi
un problema di attrattività delle imprese manifatturiere verso la
generazione dei millennial
.

Cito sempre l’esempio della professione
dei cuochi. Fino a dieci anni fa fare il cuoco era considerato
un’attività con poco appeal. Oggi, grazie a vari programmi televisivi, fare il
cuoco è diventato cool, e le scuole di cucina registrano
sempre il tutto esaurito.

Le imprese industriali devono far tesoro
di quest’esperienza e rivedere completamente il loro approccio di recruitment e
di presentazione dell’azienda
. Non è sufficiente un compenso superiore o
proiettare filmati di ambienti di lavoro con operai in camice bianco: per
attirare dei giovani nella propria impresa bisogna
farli sognare
.

Bisogna intervenire in anticipo
valorizzando il brand, come nel caso di Cucinelli,
presso il quale tutti vogliono andare a lavorare per la qualità dell’ambiente di
lavoro (oltre che per la retribuzione superiore a quella della zona). Comprendo
la difficoltà di un simile approccio, ma è un processo che va condotto da
lontano, nella consapevolezza che senza giovani motivati l’impresa è destinata
alla semplice sopravvivenza

È poi indispensabile un intervento nell’organizzazione e
nelle prospettive di lavoro. I giovani, se opportunamente motivati,
sono disposti a sacrifici elevati. Lo osservo nei ritmi di lavoro delle mie
startup, le quali continuano a ricercare nuove soluzioni per far decollare
business pieni di difficoltà.

Ma è proprio nell’organizzazione che
bisogna intervenire. I giovani vogliono essere coinvolti; vogliono sentire di
poter partecipare alle decisioni. Vogliono poter dire la loro e non essere solo
un ingranaggio dell’azienda. È questo che racconto agli imprenditori che
incontro. Eppure, messi di fronte ai miei studenti, mi accorgo che anche gli
imprenditori che spiccano nei loro campi non sono in grado di stimolare la loro
fantasia.

La creatività al primo posto. Anche nelle imprese industriali

Lo stesso, purtroppo, vale anche per le
attività estremamente creative possedute dalla miriade di artigiani
unici
 presenti in Lombardia: orologiai, vetrai, ceramisti, battilastra
e molti altri, che hanno una capacità manuale riconosciuta a livello
internazionale; infatti le imprese europee vengono nel nostro Paese per trovare
le competenze in grado di realizzare i loro prototipi.

Mantenere la competenza
artistica e manuale
 dei nostri artigiani (o piccoli imprenditori) è
una scommessa che il Paese rischia di perdere. Non siamo capaci di
vendere le nostre competenze
. Ci sono riusciti pochi comparti, come nel
caso dei liutai di Cremona, che offrono corsi formazione per insegnare a
costruire e a riparare violini o strumenti musicali.

Anche questa è una mancanza di
visione
 che coinvolge l’intera classe dirigente nazionale. È un
patrimonio che potrebbe essere salvaguardato attraverso un’opera congiunta sia
di tipo culturale che normativo. L’artigiano dovrebbe comprendere che forse
conviene (socialmente) trasferire i suoi “segreti” a un giovane collaboratore
piuttosto che lasciar disperdere tutte le conoscenze accumulate in una vita di
lavoro. Dal punto di vista della normativa, invece, si dovrebbero allargare i
benefici riservati alle startup anche a queste tipologie di imprese, se si
desidera incentivarne la diffusione.

Le opportunità non mancano; spetta a
tutti noi saperle cogliere. L’importante è investire sempre sulla valorizzazione
delle persone
, che è il vero patrimonio di un’impresa, ed è la vera risorsa
che fa la differenza in un mercato sempre più globale.

Da Senzafiltro

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