Poli d’eccellenza lombardi

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 MARIA MAGGIORE  

Le agenzie
battono le ultime previsioni economiche dell’Unione europea, con l’Italia
all’ultimo posto per crescita economica 
quest’anno e l’anno prossimo,
unico Paese in rosso nella cartina degli Stati UE. Eppure la brezzolina che
spira dall’alto del Sacro Monte di Varese non fa presagire tempi bui. Anzi,
tutto il contrario: il paesino incantato di Santa Maria del Monte sovrasta uno
dei centri di produzione di elicotteri e di velivoli più
importante al mondo.

Siamo nella
patria di Agusta S.p.a., poi diventata Agustawestland,
e dal 2016 parte del gruppo Leonardo. Ma qui, in un raggio di trenta chilometri
intorno a Varese, è nata anche la Aermacchi, che ai primi del
Novecento faceva decollare i suoi aerei dal lago di Varese. E in questa
provincia ci sono la OHB Italia, la Secondo Mona, la Aerea, la Ase e tante
altre.

A Samarate
si è trasferito negli anni Venti Giovanni Agusta, dopo aver
cominciato a costruire aerei in Sicilia. Da qui, con alti e bassi, la società
Agusta ha attraversato un secolo, restando tra le top 5 della
produzione di elicotteri in Europa
. Ormai parte del gruppo Leonardo (ex
Finmeccanica), ha ricevuto nel 2018 un ordine da 2,4 miliardi di dollari dall’esercito
americano 
per costruire 84 elicotteri militari e fornire
addestramento. Sono numeri e storie di un territorio che nel tempo si è
specializzato nel settore aerospazio, creando una rete di piccole
imprese intorno a quelle più grandi, fondamentale per la riuscita del comparto.
Nel museo Volandia, vicino all’aeroporto di Malpensa, si può viaggiare indietro
nel tempo e scoprire i 45 modelli di aerei ed elicotteri inventati qui. Oggi
nel distretto dell’aerospazio lavorano 16.000 persone, in 220 imprese che
producono un fatturato di 6 miliardi all’anno.

Il cluster dell’aerospazio

“Non sono
molte le regioni in Europa che, come la Lombardia, possono costruire
un intero aereo
, un elicottero, un satellite, con le competenze, le
tecnologie e le imprese esistenti nel raggio di pochi chilometri”, spiega Angelo Vallerani, Presidente
del Lombardia AerospaceCluster, uno dei nove distretti creati nella
regione per mettere in contatto imprese, università, centri di ricerca, banche.
“Il segreto è senza dubbio l’innovazione: ogni impresa dell’aerospazio investe
ogni anno almeno il 10% del fatturato in ricerca”. Ma anche l’essere tutti
vicini 
aiuta: un patrimonio di conoscenze e esperienze di altissimo
livello, che in anni di recessione ha evitato le delocalizzazioni selvagge in
Paesi con costi di produzione più bassi e ha permesso di “fare scudo” contro
la
 concorrenza asiatica.

“I prodotti
che realizziamo hanno una così alta componente di valore tecnologico che la leva
per competere sui mercati non può certo essere quella del risparmio sulla
manodopera. Non che le nostre imprese non sentano la pressione della richiesta
di un abbassamento dei prezzi, ma a questa traiettoria di sviluppo
si affiancano anche le richieste sui versanti della migliore qualità
dei prodotti
, dei tempi di consegna più brevi, dell’aumento delle
performance tecniche”, continua Vallerani.

La Lombardia punta sui cluster

Ma non c’è
solo l’aerospazio. La regione Lombardia, su indicazione della Commissione
europea, ha individuato nove distretti industriali, ora chiamati “cluster”,
dove creare una rete di attori che interagiscano in un ambiente amico per le
imprese, con meno peso amministrativo e un accesso privilegiato al credito. Il
cluster oggi serve anche ad attirare fondi europei: 38 milioni di euro, già
vinti dai cluster lombardi, come spiega Confindustria Lombardia.
Che ora spera che “il sostegno a questi poli d’eccellenza arrivi anche dalle
autorità nazionali, come già succede con i loro competitor europei”.

Oltre al
distretto aerospaziale ci sono il settore automotive, le energie verdi,
l’agrofood, le città intelligenti, la ricerca sanitaria, le tecnologie
ambientali, la green economy e tutte le varie imprese del manufatturiero, che
producono ogni anno 250 miliardi di fatturato e danno lavoro a 890.000 persone.
Cifre da capogiro per la locomotiva d’Italia: la Lombardia, con i
suoi dieci milioni di abitanti, produce da sola il 20% del
Pil italiano
. E se l’Italia è la seconda industria manufatturiera d’Europa
dopo la Germania, e in alcuni settori la prima in assoluto, lo deve anche a
questi poli d’eccellenza che esistono in Lombardia. Poli che
non hanno niente da invidiare alle regioni più ricche d’Europa: l’Île de France
a Parigi e le tre tedesche, Baden-Württemberg, Bayern e Niedersachsen,
importanti, queste ultime, soprattutto per la produzione di autovetture di
lusso – qui hanno sede Mercedes, Bmw, Audi, Porsche e Volkswagen.

In Lombardia, invece, la produzione industriale
è molto diversificata. Per esempio, pochi sanno che il 65%
della produzione mondiale di make up
 e dei più grandi marchi
internazionali (da Dior a Chanel, Estée Lauder, Lancôme, Elizabeth Arden,
Helena Rubinstein solo per citarne alcuni) nasce nel distretto lombardo tra
Crema, Bergamo, Milano e la Brianza. Qui vengono prodotti mascara, ombretti,
rossetti: un’eccellenza fatta da circa 500 aziende con fatturati a sei cifre in
continua crescita. Una ricchezza per il territorio visto, che si tratta di
imprese ad alto tasso di innovazione e con forti ricadute occupazionali.

Un altro
polo d’eccellenza in Lombardia è rappresentato dalle valvole e
la rubinetteria. Come l’impresa Bonomi di Brescia,
arrivata alla sua terza generazione dal fondatore Tobia Bonomi, che nel 1901
aprì una semplice officina di lavorazione dei metalli. Oggi le rubinetterie di
Brescia arrivano a esportare 900 milioni di fatturato in un trimestre,
soprattutto verso gli Stati Uniti (i dazi imposti da Trump rappresentano un
grosso problema); hanno aperto il loro terzo stabilimento a Lumezzane, 100.000
metri quadrati in cui viene assorbito anche il know how locale. La Bonomi
esporta il 55% della sua produzione di rubinetti per la distribuzione del gas e
dell’acqua.

Un film sui poli d’eccellenza

Il regista
tedesco Alexander Kockerbeck ha realizzato il film Unicità e eccellenza per la Fondazione Edison,
andando alla scoperta dei più grandi poli d’eccellenza in Italia, che in
Lombardia trovano la loro massima espressione.

I
tedeschi
, ma anche tutti gli altri Paesi europei – persino le
organizzazioni internazionali come il Fondo monetario internazionale o la Banca
mondiale – non conoscono l’Italia, o sottovalutano il dinamismo di una
parte dello stivale
”, spiega Kockerbeck, un ex analista economico di
Moody’s, ora diventato regista di documentari. “Quando il venerdì sera i
tedeschi vanno al supermercato a comprare la loro pizza surgelata, non sanno
che quasi tutti i banchi refrigerati provengono dall’azienda italiana Costan,
nella città di Belluno, leader assoluto in questo campo; oppure ignorano che i
forni verticali più alti d’Europa vengono realizzati dalla Pietro Carnaghi SpA,
vicino Milano, da un’impresa familiare”. La forza del territorio è stata la più
grande scoperta per il tedesco, nel suo viaggio italiano. “C’è una rete di
Pmi
, la maggior parte familiari, con un altissimo livello di
conoscenza. Questa rete è estremamente fortepiù di una
multinazionale in Germania
, e non è preoccupata dalla concorrenza cinese,
perché la qualità del suo prodotto è molto più alta”.

Operai-imprenditori

I
distretti 
sono nati grazie agli operai, una miriade di
operai che hanno imparato in fabbrica, e poi sono usciti e sono diventati imprenditori”,
spiega il prof. Marco Fortis, vicepresidente della Fondazione
Edison, che ha prodotto il film di Kockerberck e l’ha accompagnato in varie
regioni d’Italia.

Uno di
questi operai-imprenditori è Ernesto Colnago, che
a tredici anni, facendo finta di averne quattordici, cominciò a lavorare in una
fabbrica di biciclette per poi sperimentare a casa. Montava e smontava
biciclette; poi faceva gare, finché cominciò a venderle. Oggi la Colnago
& C.
, a Cambiago (26 km da Milano), è tra le prime società al mondo per
le bici da corsa; ha inventato la prima catena forata usata dal campione belga
Eddy Merckx, che vinceva le sue gare con biciclette Colnago; poi ha
sperimentato le bici al carbonio, unendosi in squadra con la Ferrari nel
1989: di tutto e di più. Entrare nell’ufficio dell’ottantasettenne Ernesto
Colnago vuol dire attraversare, tra le gare sportive, i giri d’Italia e i tour
de France
, un pezzo della nostra storia.

Ma
nonostante tutto questo, l’Italia ogni anno riceve brutte
pagelle
 dagli organismi internazionali: il prestigioso World Economic Forum (quello che organizza la
riunione annuale di Davos con capi di Stato e CEO di tutto il mondo) colloca il
Belpase al 31° posto per competitività nel mondo, scavalcata
da tutti Paesi della vecchia Europa, e ancora più in fondo, al 43°
posto
per produttività (dove vengono presi in conto 114
indicatori), dopo il Cile, l’Azerbaijan, la Tailandia, la Polonia, la Malesia.

Le cause
sono molteplici: l’Italia è complicata, geograficamente e
storicamente. Però a guardarlo dalle valli della Brianza, dalle colline di
Varese, dai laghi di Como e di Garda o dalle risaie intorno al fiume Mincio, si
ha l’impressione che questi dati parlino di un altro Paese.

Da
senzafiltro

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