Le spaccature nella Lega e nei 5 stelle

Stampa / Print

Cari e affezionati lettori, le stanze e stanzette del potere
romano 
sono tutte in iper-fibrillazione. Da un lato la matassa politica si sta
aggrovigliando come mai prima, dall’altro le nomine in enti società bussano
prepotentemente alle porte, e il tutto è ormai una miscela esplosiva pronta a
deflagrare. Sul piano politico, la complessità fin qui raccontata da giornali e giornaloni –
tutta incentrata sulla difficoltà dei rapporti tra M5s e Lega – è niente rispetto
alla realtà che vede lo scontro, sordo e sottotraccia, spaccare internamente i
due partiti che formano la maggioranza gialloverde. Un po’ più evidente
invece è la frattura che si è determinata dentro il mondo pentastellato, mentre più
occultata, ma non meno violenta, è quella che divide la Lega tra salviniani anti-Salvini.

CINQUE STELLE A RISCHIO SCISSIONE DOPO LE EUROPEE

Partiamo dai grillini. Finora si è detto,
troppo schematicamente, che da un lato c’è Luigi Di Maio e con lui la
componente governativo-dorotea del movimento che ha una sponda importante
nella Casaleggio
& Associati
, e dall’altro c’è Roberto Fico a capeggiare l’ala intransigente
che vive con crescente insofferenza l’alleanza di governo con la Lega. Con Beppe Grillo scoglionato
distante da tutti e Alessandro Di Battista che tenta di
fare il pontiere. Ora, dopo la sconfitta elettorale in Abruzzo e il
pronunciamento sull’impeachment di Matteo Salvini, tutto si è fatto più
ingarbugliato: il ponte Di Battista è caduto da entrambi i lati; Fico ha nel
duo Travaglio-Minenna i suoi mentori e
ha fatto testare i suoi consensi (i “duri e puri” da soli prenderebbero il 7%
su scala nazionale); Davide Casaleggio è sempre più isolato e anche Di
Maio se ne sta allontanando, come dimostra l’improvvisa solitudine di Stefano Buffagni, che ormai fa partita
per conto suo.

Grillo, finora vicino agli intransigenti, ha rotto definitivamente con
Casaleggio ma ha deciso di aspettare il risultato delle elezioni europee per tentare la mediazione tra Di
Maio e Fico ed evitare la spaccatura, cosa che avverrà con il secondo che si
sposta verso il primo se il voto andrà bene (ergo, se il Sud terrà dopo aver
visto i soldi del reddito di cittadinanza) e viceversa se
invece le elezioni saranno un bagno di sangue. In questo quadro salgono e
scendono le figure di mediazione: giù Vincenzo Spadafora e i suoi
fedelissimi, e giù Pietro Dettori, l’uomo di Casaleggio a palazzo Chigi, dove invece sale il
vicecapo della segreteria particolare del vicepremier Di Maio, Max Bugani, che Grillo incontra
spesso all’hotel Forum, la sua location romana.

IN LEGA SEMPRE PIÙ DISTANZA TRA SALVINI E GIORGETTI

Il caos in casa grillina si ripercuote pari pari sulla Lega. Infatti, se
resiste il patto personale tra Di Maio e Salvini, si complica il loro rapporto
politico: se Giggino fa il governativo funziona la liaison con Matteo ma scopre il fianco dentro il
movimento, mentre se fa il duro mette in forse l’asse con il capo leghista. A
sua volta, più Salvini flirta con Di Maio e più l’area più benpensante della
Lega, capitanata da Giancarlo Giorgetti, s’innervosisce. Il partito ha al suo
interno almeno cinque diverse componenti. La prima è quella salviniana, detta
in gergo Lega 4.0, formata da giovani alle prime armi – qui spicca il deputato
di Terracina
Francesco Zicchieri
, sopranominato “lo zingaro”, amico del cuore del capo – e da neo leghisti
come l’ex finiana Giulia Bongiorno, ormai vero consigliere politico di
Salvini.

Il secondo gruppo è quello dei moderati di Giorgetti e del
sottosegretario all’Economia Massimo Garavaglia. Sono quelli più
ricchi di terminali di collegamento con il mondo economico e finanziario e i più
intolleranti nei confronti del dilettantismo e delle isterie ideologiche
pentastellate, tanto che se fosse per Giorgetti il governo sarebbe già caduto
da tempo, e a Salvini non glielo manda a dire. Così il Gianni Letta della Lega e il gran
capo ormai non si parlano più, anche se cercano di salvare le forme. La qual
cosa, come vedremo tra poco, avrà riflessi pesanti sul prossimo giro di nomine
pubbliche. La terza componente leghista è quella dei preesistenti, dai Calderoli ai Maroni, che si sentono
tagliati fuori da Salvini e dai suoi lothar boys e
fremono. Non diversi sono i sentimenti degli uomini del territorio,
amministratori locali – Luca Zaia e Attilio Fontana in
testa
 – che hanno in mano una fetta importante del
consenso leghista, ma che il segretario nazionale del partito tende a
disconoscere. E infine ci sono gli equidistanti, come il capogruppo alla Camera Riccardo Molinari o i due genovesi
emergenti, Armando
Siri 
ed Edoardo
Rixi
, che tentano di mantenere buoni rapporti tanto con Salvini quanto con
Giorgetti.

CAMBIA TUTTO PER LA PARTITA DELLE NOMINE

In un quadro così complesso, tra pochi giorni andranno sciolti i nodi di un
corposo giro di nomine. Finora lo schema di gioco era chiaro: Di Maio aveva
delegato l’incombenza a Buffagni, Salvini a Giorgetti. Ma adesso, per le
ragioni che abbiamo visto, il “fate voi” non funziona più. Il primo segnale del
cambio di vento l’ha colto Fabrizio Palermo, il neo
amministratore delegato di Cdp, alla sua prima partita di nomine.
Entro aprile si faranno le assemblee di FincantieriSnamItalgasSace e altre società
minori con all’ordine del giorno il rinnovo delle cariche sociali. Considerato
che per le quotate le liste vanno presentate 40 giorni prima e che il Tesoro ha chiesto di
averle anticipatamente per consentire a Giovanni Tria di dire la sua, questo
significa che tra pochi giorni i giochi dovranno essere fatti.

 Palermo era partito dall’idea di
fare strike e cambiare tutti, e finché il ticket Giorgetti-Buffagni reggeva
così si era deciso. Poi la difesa che Buffagni si è messo a fare del
bravo Marco
Alverà
 per lasciarlo in Snam ma soprattutto il clamoroso tentativo di far
fuori Peppino
Bono 
per mettere a Fincantieri lo sconosciuto Paolo Simioni – un veneto che
a suo tempo l’assessore alle partecipate del Campidoglio, Massimo Colomban, ha nominato
presidente e direttore generale di Atac, la municipalizzata dei trasporti
romani, che disastrata era e disastrata è rimasta – hanno indotto Giorgetti,
già alle prese con il sostanziale ritiro della delega a trattare le nomine
datagli da Salvini, a rompere il sodalizio. A quel punto Palermo ha pensato che
forse la cosa migliore da fare era di confermare in blocco tutti gli uscenti,
con la sola eccezione del duo di Sace, il presidente Beniamino Quintieri (al suo posto
vorrebbe metterci il suo fidato consigliere Andrea Pellegrini) e l’amministratore
delegato Alessandro
Decio
 (in predicato c’è il banker Pierpaolo Di Stefano, già collega di
Pellegrini in Nomura), perché in questo
caso il contrasto è con ilMef, che vorrebbe portare sotto la sua ala
l’assicurazione pubblica e confermare gli uscenti.

Lettera43.it 

Fonte (source) – (go to source)

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *