Il mondo nella morsa dei monopoli

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Non sarà che guardare
alla politica, a questa o a quella legge, discutere e scannarsi su questo o
quello schieramento è un po’ come guardare all’albero e perdere di vista la
foresta?

E la foresta in questo caso è il capitalismo nel suo complesso, come
costruzione globale, oramai accelerata ed esasperata dalla tecnologia e spinto
a livelli di ineguaglianza difficilmente sostenibili o sensati. I problemi che
ci riguardano veramente non sono politici o nazionali, ma umani, globali e
sistemici. Non possono venire risolti a livello nazionale, nè con questo o quel
voto locale, ma solo a livello collettivo.

Per esempio, secondo un
rapporto della Oxfam, i 26 uomini più ricchi della terra posseggono quanto il
50% dei più poveri. Secondo altre fonti il numero è leggeremente diverso, ma
poco importa che siano 26 o 50. Il concetto è che singoli individui possiedono
tanto quanto la popolazione di intere nazioni messe assieme.

Ma prima di impugnare i
forconi e urlare all’avidità di pochi, la corruzione o altro, occorre capire
che questo fenomeno di consolidamento di risorse nelle mani di pochi è una
conseguenza naturale delle premesse attuali su cui è costruito il sistema
economico attuale.

Le democrazie occidentali
fondate sul libero mercato e la competizione si dovrebbero distinguere da stati
oligarchici dove il governo distribuisce licenze e interi settori industriali a
un circolo ristretto di personaggi e dove la ricchezza (e potere) si trova così
estremamente consolidata nella mani di pochi.

Eppure, anche con leggi
antitrust e competizione teoricamente libera, pure in occidente osserviamo
fenomeni simili in moltissime industrie, dove negli ultimi vent’anni, i primi
due player hanno aumentato le quote di mercato e il gap con il terzo.

Nell’industria delle
birre, il gigante ABInbev dopo la fusione con SabMiller, si stima controlli il
46% dei profitti globali nel settore. Google si stima controlli il 79% del
mercato globale, con i primi tre competitor che non vanno oltre il 7%. Nei
videogiochi, i primi due player Sony e Microsoft, da soli controllano il 40% e
il 18% del mercato. Ma nei sistemi operativi Microsoft da sola controlla ben
l’84%.

Nel settore delle bevande
gasate, Coca-Cola controlla circa il 42%, staccata vi è Pepsi con il 28% circa,
e segue Pepper Snapple con il 17%. A tutti gli altri non resta che dividersi il
13% che resta.

Una distribuzione simile si trova in molti altri mercati, dove tre player al
massimo dominano il settore, ciascuno con quote di mercato progressivamente
dimezzate, e fino a qualche anno fa il mercato degli smartphone mostrava questa
distribuzione in modo quasi perfetto con  Samsung (23.7%), Apple (11.7%)  e Xiaomi (5.2%) nel 2014.

Se molti di questi
giganti sono nati attraverso processi di ‘merger and acquisition’, un fenomeno
simile si riscontra anche al di fuori dei settori industriali tradizionali.

Ad esempio nel 2014, fra
le cantanti femminili, Beyonce aveva guadagnato 115 milioni. Quasi il doppio
della seconda, Taylor Swift ferma a 64. A seguire, Pink, Rihanna e Katy Perry
con 52, 48 e 40 milioni di dollari. E solo queste cinque cantanti probabilmente
hanno guadagnato in quell’anno più di tutti i musicisti ‘normali’ sparsi per il
mondo, messi insieme.

I social media e
internet, se hanno aperto le porte del successo ad alcuni sconosciuti, si sono
però anche presto trasformati in canali a pagamento, non immuni da questo
fenomeno di consolidamento al vertice. Anzi, aprendo alla possibilità di
‘scalare’ infinitamente il proprio prodotto digitale, hanno offerto un canale
senza limiti di crescita per coloro che stanno al vertice.

Su Youtube, il primo
canale PewDiePie ha circa 85 milioni di subscribers, il 70% in più del secondo
5-Minutes Crafts e il doppio del quarto Justin Bieber. Secondo una ricerca del
professor Mathias Bärtl’s nel 2016, solo il 3% dei canali al vertice di Youtube
monopolizzava il 90% delle visualizzazioni.

E questo non stupisce.
Del resto più uno ha visualizzazioni, più l’algoritmo di Youtube lo proporrà
anche ai nuovi utenti e via dicendo.

Qualcosa di non dissimile accade nello sport. Per esempio, nel tennis, nel
2018, i primi 5 giocatori del ranking si sono complessivamente aggiudicati il
28% dei premi, e il 50% del montepremi è stato appannaggio dei migliori 15. Reilly
Opelka, numero 100 del mondo ha guadagnato un settantottesimo del numero 1,
ovvero 159.000 dollari contro 12,6 milioni. Questo gap pero diviene
radicalmente più grande quando si aggiungono le sponsorizzazioni.

Stiamo ancora esaminando buoni stipendi, ma stiamo parlando dei migliori 100
atleti in un pianeta di oltre 7.5 miliardi di persone. Più scendiamo, più
troviamo briciole.

 Non sono un economista, ma se un
fenomeno si ripresenta in maniera regolare, forse ha qualcosa a che vedere con il
modello in quanto tale. Non con questo o quel politico, schieramento, nazione,
singola legge o categoria.

Ma forse conviene al sistema proprio farci parlare di questo o quel politico o
schieramento, così da non cambiare le premesse dell’ intero sistema stesso. Per
continuare a guardare singoli alberi e dimenticarci così della foresta…

Fonte (source) – (go to source)

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