I cinesi a Milano non sono solo via Sarpi

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Di Matteo Burioni

Sono nato quando Milano era
una città da bere, e nel 2003, quando mi ci sono trasferito per studio, questi
echi non si erano ancora del tutto dissolti.

Milano non è una città da amore a prima
vista. Quel formalismo degli ambienti e delle persone,
quella puntualità quasi da rito che non lasciava scampo,
quella preparazione e organizzazione che
valeva per il lavoro quanto per gli hobbies e le cose più frivole, mi
risultavano artificiosi e sospetti. Percepivo esattamente, come lo si
percepisce in ogni grande città, che per far parte di un insieme, sia esso il
gruppo del calcetto o l’associazione degli amici del Parco Sempione, era
necessario oltrepassare una barriera. L’accettazione aveva infatti
bisogno di tempo, e non era affatto scontata. Tuttavia, se all’inizio la cosa
mi turbava, più tardi capii che il superamento dell’odiosa barriera imponeva il
saper ascoltare gli altri e il chiedersi per che cosa gli altri dovessero aver
bisogno di noi. In poche parole, era necessario mettersi in gioco e crescere.
Una lezione di vita.

Bisogna passeggiare lungo i navigli,
andare a mangiare nella trattoria dell’Ortica, ascoltare i dischi
di Gaber e di Jannacci e leggere le poesie
di Alda Merini per capire che Milano è tutto fuorché una
Golconda di grigi bancari con le loro ventiquattrore sempre appresso; oppure il
fashion a tutti i costi degli “imbruttiti”, per citare un canale social
di recente successo. O meglio: Milano è anche questo, ma non solo.
In realtà Milano diventa bella quando smette di essere la caricatura di se
stessa e si svela per quel che è: un meraviglioso condensato d’Italia,
che si affretta marciando all’efficiente passo nordeuropeo, ma che deve
comunque fare i conti con i ritardi, le storture di sistema e le lentezze
ataviche del resto della Penisola.

Storia dei primi cinesi a Milano

Milano è la città italiana dei primati e
dell’innovazione
, un calderone sempre in ebollizione;
nella sua naturale composizione c’è la voglia di sperimentare prima di tutti
gli altri. Non è un caso se Milano vanta un primato anche riguardo ai rapporti
con la Cina
.

Per scoprirlo è sufficiente
leggere Chinamen, meravigliosa graphic novel scritta e illustrata
dalla coppia Ciaj Rocchi e Matteo Demonte, che
racconta un secolo di cinesi a Milano e che è stata ospite del percorso
antropologico Milano Città del Mondo all’interno del Mudec (Museo
delle Culture), nell’ex spazio Ansaldo. L’Expo Universale del 1906 diventa
l’occasione della visita della prima delegazione del Celeste Impero in Italia.
L’amicizia tra Wu Qiankui e il meneghino Cesare Curiel innescherà una
collaborazione commerciale ante-litteram, prodromica ai primi arrivi della
comunità, che attorno alla fine degli anni Venti si stabilirà in via Canonica
nel quartiere di Porta Volta.

Il primo nucleo di cittadini cinesi proviene dalla contea di Qingtian. Sono
venditori ambulanti di perle e statue di finta giada (pietra di Qingtian) che
però sembrano vere, e nei bazar si fanno affari d’oro. Disgraziatamente, con
l’avvento del fascismo e della politica autarchica e nazionalista di Mussolinii
cinesi
 sono definiti nelle ordinanze prefettizie “ospiti
indesiderati
”; vengono quindi schedati e subiscono arresti di massa
e perquisizioni
.

Nell’estate del Quaranta, con l’entrata
in guerra dell’Italia, come racconta il Prof. Daniele Brigadoi Cologna dell’Università
degli Studi dell’Insubria, i cinesi furono internati nelle prigioni/confino di
Isola Gran Sasso, nel teramese, e nel campo di Ferramonti di Tarsia in
provincia di Cosenza. Subirono angherie di ogni tipo. Vi sono anche
fotografie che ritraggono i prigionieri con una fascia bianca in testa, simbolo
della loro conversione forzata al cattolicesimo.

Nonostante le torture e le difficoltà,
l’a quei tempi piccola ma tenace comunità cinese non ha mai abbandonato
l’Italia: anzi, ha partecipato a pieno titolo alla ricostruzione e al boom
economico degli anni Sessanta. Pochi sanno, infatti, che un simbolo della
creatività (e degli anni Ottanta) come i colorati “Uni-Posca” e la moderna
cancelleria sono arrivati in Italia grazie all’intuito di Mario Tchang, uno
dei primi cinesi nati in Italia; oppure che il laboratorio di ricerche
elettroniche voluto da Olivetti a Barbaricina (in provincia di Pisa), e che ha
generato il primo computer a transistor su scala industriale, fu diretto
proprio da un ingegnere di origini cinesi, Mario Tchou scomparso
prematuramente per incidente d’auto nel 1961.

Se guardiamo alla storia, pertanto, non
dobbiamo stupirci di trovare esempi di giovani e talentuosi
imprenditori cinesi
, il cui fiuto e la cui lungimiranza è arrivata prima
dei dubbi e dell’incertezza degli altri.

È finito il tempo dell’imitazione: è il momento della qualità

Francesco Zhou Fei e la sua storia si inseriscono perfettamente nel solco
di queste tradizioni.

Dopo la laurea in economia aziendale
alla Bocconi, Francesco ha lavorato come Business Developer Manager per la Crif
e altre importanti società fiduciarie svizzere e cinesi a Pechino,
specializzandosi nel settore del risk management. Dopo aver approfondito i suoi
studi nella più prestigiosa Università cinese, la “Beida” (Peking University),
oggi è il general manager di Mi store Italia, i negozi monomarca
del brand Xiaomi, il quarto al mondo per la produzione di
smartphone, nonché leader globale di IOT (Internet Of Things), smart home and
smart devices.

“Oggi è relativamente semplice che il
consumatore italiano percepisca i nostri prodotti come di alta gamma a un
prezzo molto concorrenziale; appena un anno fa era molto più difficile”. A
Francesco piacciono le sfide: ci racconta che già quattro anni fa, da semplice
appassionato di nuove tecnologie, aveva messo gli occhi addosso a questo promettente
brand
, che tuttavia era conosciuto solo nella sua patria, per i prezzi
economici e per la vaga tendenza del suo CEO – mister Lei Jun – a indossare
maglioni neri a collo alto, visibilmente in stile Steve Jobs. Oggi
Xiaomi non ha bisogno di imitare nessuno
. Anzi: è temuta da tutti gli altri
brand per la crescita esponenziale del flagship store a livello globale e per
la continua diversificazione che ha portato il brand a sviluppare mini scooter
elettrici, nuove camere go pro e una pluripremiata android tv box.

La mia idea di sviluppo per l’Italia è
quella di creare un’armonia tra la comunità di utenti che utilizza i nostri
prodotti: devono sentirsi parte di una comunità. Tutti ci lamentiamo che le
nuove generazioni interagiscono poco e che preferiscono scrivere messaggini che
parlare in pubblico. A me piace pensare invece che lo smartphone sia un veicolo
per l’amicizia e la conoscenza reale, non solo virtuale. Se verrete a uno degli
eventi organizzati dai Mi fan club ve ne accorgerete con i vostri occhi.”

L’arte italiana secondo la Cina

Abbiamo parlato di innovazione e tecnologia,
ma l’Italia ha il suo potenziale nell’arte e nella cultura.
Un aspetto attorno al quale Peishuo Yang ha costruito la sua
formazione accademica e la sua carriera.

Peishuo, nata a Tianjin da genitori originari di Shanghai,
arriva in Italia a Firenze nel 1997, studiando dapprima la lingua italiana e
laureandosi in Lettere e Filosofia e successivamente
conseguendo la laurea presso l’Accademia di Belle Arti.

All’iniziale passione per la pittura,
e in particolare per la corrente dell’astrattismo, si unisce con il
tempo la voglia di mettere in comunicazione i due Paesi in cui ha
vissuto: due autentici pesi massimi dell’arte. Tra i due Paesi
esiste infatti un profondo rispetto dovuto a reciproco riconoscimento della
complessità e ricchezza della loro storia, ma il dialogo è ancora flebile e le
mancate opportunità di scambi e interazioni tra artisti e galleristi generano
continue occasioni perdute.

Per ovviare a questa situazione Peishuo
ha dismesso gli abiti dell’artista per indossare quelli dinamici e intraprendenti
della direttrice della Present Contemporary Art, società da lei
diretta che ha sede a Shanghai, a Firenze e da alcuni anni a Milano grazie
all’apertura del Milan Art & Event Center (MA-EC),
il quale si fregia oggi di essere ospitato nei locali del prestigioso Palazzo
Durini
, a pochi passi dal Duomo. Per Peishuo essere la prima gallerista
cinese di arte contemporanea in Italia, con una forte attenzione alla
valorizzazione delle web community, significa mettere in relazione Italia e
Cina creando proficua interazione tra artisti, istituzioni culturali e reti di
gallerie. Non solo mostre per addetti ai lavori e grandi artisti (per citarne
alcuni, il maestro Giorgio Piccaia per l’Italia e i maestri Luoqi Zhang
Xiexiong e molti altri per la Cina): il centro voluto da Peishuo è anche fulcro
di incontri internazionali di business. Un ambiente che coniuga
arti visive, design e cultura; un laboratorio dove confrontare esperienze,
valorizzare la creatività, elaborare progetti d’arte, organizzare e realizzare
eventi sociali, incoraggiare nuove sinergie e collaborazioni in un contesto di
comunicazione e promozione.

Un luogo ideale, dunque, che rispecchia
quel fermento multiculturale di cui l’Italia ha estremamente
bisogno per uscire da un torpore ultraventennale, di cui anche il settore
dell’arte ha purtroppo risentito con conseguenze negative, chiusure e scarsa
capacità di visione.

Da Senzafiltro

Fonte (source) – (go to source)

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