Si può arrivare ultimi senza essere un fallimento

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Un giorno andai a trovare
degli amici che vivono in una comunita’ spirituale in campagna, parzialmente
distaccata dalla societa’.

Chiacchierando con uno di
loro delle ragioni del suo distacco dal mondo moderno, mi colpi’ una sua frase:
“L’altro giorno in TV c’era la gara d’auto. Nello sport e in tutto il resto ormai
conta solo arrivare primi, secondi o terzi. Se non arrivi primo, secondo o
terzo… sei uno scemo. Ma nella vita si puo’ anche arrivare ultimi eh…”.

Ho riflettuto a lungo su
quella frase e su cosa significhi il fallimento nella nostra societa’. E la
realta’ e’ che siamo terrorizzati dal fallimento. Sistematicamente, lo neghiamo.

Chi perde il lavoro deve dire al colloquio che e’ andato via per scelta,
perche’ voleva ‘nuove sfide’ o ‘continuare a crescere’ per paura di
venire scartato dal selezionatore se rivelasse che – per ragioni anche fuori
dal suo controllo – e’ stato licenziato.

Anche in internet vedo
migliaia di persone che lanciano business che fatturano l’equivalente di due
cappuccini e un cornetto, ma devono pompare anche il nulla; magari fanno una
presentazione gratuita a Dubai senza nemmeno un volo in economy spesato e la
lanciano sui social media come una ‘espansione internazionale’. Invece che dire
semplicemente: ‘ho provato a rischiare
inseguendo un sogno, ma purtroppo non sta andando, se potete sostenetemi,
grazie’.

Ci sono persone che
tengono nascoste persino le malattie, neanche fossero una colpa, solo perche’ minano
alle fondamenta la nostra immagine di forza e potenza. E vi e’ anche chi non sa
mantenere il rapporto con la persona malata, che e’ a disagio nell’essere
associato a una situazione fallimentare che pero’ in ultimo tocca a tutti: il
fallimento del nostro ‘progetto corporeo’, che come un’impresa nasce, impara,
cresce, raggiunge un picco e infine va inesorabilmente a crollare.

Persino nella musica, che
potrebbe donare solo gioia, comunione, verita’, sollievo per i cuori, armonia, abbiamo
introdotto la competizione. Abbiamo i programmi come X-Factor, dove occorre arrivare
primi per vincere il premio. Persino nell’arte dunque abbiamo introdotto la
categoria della vittoria che inevitabilmente implica anche quella della
sconfitta o fallimento. Laddove invece dovrebbe esserci solo creazione e
bellezza.

Abbiamo paura di fallire,
di mancare il bersaglio, di accettare inesorabilmente la sconfitta, senza
partita di ritorno, senza il giudice che puo’ ribaltare il giudizio finale,
senza il ripescaggio.
Anche quando parliamo di fallimento, e’ sempre un fallimento teso a una vittoria
successiva. Tutti i guru della motivazione ci parlano di Edison che ha fallito
mille volte, ma solo per poi diventare cio’ che e’ diventato, dei fallimenti tesi
a imparare, a crescere, ma sempre con la promessa del trionfo finale. Dell’urlo
di Tardelli.

E invece nella vita vi e’
anche la sconfitta e punto. Quella di cui non vogliamo nemmeno sentir parlare. Ma
vi e’ una frase che dice: “la vita ti
mette in ginocchio, cosi’ puoi pregare meglio”.

Perche’ il fallimento ci
spoglia anche dell’inessenziale. Ci obbliga a fare silenzio, ad ascoltarci di
nuovo nel profondo, persi come siamo a inseguire questa o quella medaglia
luccicante. Ci libera dal fardello delle nostre ambizioni, per lasciare spazio
solo a quello che conta davvero. Per farci ripartire solo da quello che amiamo,
perche’ solo con la forza dell’amore possiamo risollevarci dal crollo, non con
quella dell’ambizione, dell’invidia, della competizione, dell’autocelebrazione.

Persino Steve Jobs, una
volta estromesso dall’azienda che aveva fondato, nel punto piu’ basso, ritrovo’
l’amore puro e originario per il suo mestiere e conobbe gli anni di maggior
creativita’ in cui diede vita a due aziende quali Pixar e NeXT.

Ma anche se una volta
messi in ginocchio e risollevatici, non dovessimo riuscire a tornare laddove
eravamo, in fondo cosa conta?

Quello che conta davvero e’
che anche senza nessuna medaglia al valore, da eroi dobbiamo gia’ affrontare le
piu’ grandi sfide: quella di perdere tutti coloro che amiamo, di accettare la
vulnerabilita’ del nostro corpo fisico e la caducita’ di ogni bellezza e
potenza. Ed imparare che alla fine di tutto, per donare a se stessi un po’ di
amore e compassione, non serve arrivare primi, secondi o terzi. Si puo’ anche
arrivare ultimi.

Fonte (source) – (go to source)

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