Elio Lannutti, il senatore M5s del post sui Savi di Sion

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L’uomo delle manette per tutti questa volta ha davvero esagerato: nemmeno i
suoi storici sostenitori, dentro e fuori i Cinque
Stelle
, possono difendere il senatore Elio
Lannutti che rilancia, come fosse
niente, un articolo che ripropone una delle più antiche fake news del mondo,
quella del protocollo dei Savi di Sion, pilastro
del pregiudizio antisemita in Europa. «Come vicepresidente
del Consiglio
 e come capo politico del M5s prendo
le distanze, e con me tutto il Movimento, dalle considerazioni del senatore
Elio Lannutti» ha scritto Luigi Di Maio. E pure Lannutti ha dovuto scusarsi,
cosa che fa molto raramente. Finirà così la lunga storia tra il Movimento e uno
degli storici precursori del giustizialismo in Italia?

UN GRILLINO DEGLI ANNI OTTANTA

Fosse per Elio Lannutti, le patrie galere sarebbero più piene di quanto già
non sono. «In cella mandarini Bankitalia, oligarchi Consob!», tuona dal suo
profilo Facebook rivolto a tutti i suoi seguaci. «Zonin va arrestato. Subito. E
non da solo», strilla il sito della sua associazione, l’Adusbef, Associazione
difesa utenti servizi bancari e finanziari. Ma mica solo le galere patrie vanno
riempite, essendo lui promotore «di un tribunale internazionale, analogo a
quello sui crimini di guerra, per mandare a processo i bankster, artefici
della crisi sistemica e padroni dell’Universo, per crimini economici contro
l’umanità». Il gusto della parabola, d’altronde, non gli è mai mancato. Ma
sbaglierebbe chi pensasse che Lannutti sia un furbone lesto ad adeguarsi allo
spirito del tempo: anti-Casta, anti-banche, anti-poteri forti e tribuno del
popolo quando tutti sono anti-Casta, anti-banche, anti-poteri forti e tribuni
del popolo. Lannutti non segue lo spirito del tempo, lui piuttosto è l’uomo
della provvidenza di hegeliana memoria. Quello che lo spirito del tempo lo
incarna. Da almeno 30 anni.

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Tare: “Caceres e Murgia

Non c’è molto da stupirsi, così, del fatto che il Movimento Cinque Stelle,
pur di averlo in Senato, abbia
definito delle regole che, ad essere maliziosi, sembrano tagliate su sua
misura. Infatti non si potevano candidare persone che avessero già svolto
incarichi politici, o corso ad elezioni, con altre forze e partiti «a far data
dal 4 ottobre 2009». Guarda un po’, lui è stato parlamentare con l’Italia dei
Valori nel 2008.

IL «FIGLIO DI CONTADINI» EX SINDACALISTA
CGIL

Abruzzese, classe 1948, «figlio di
contadini», costretto a emigrare in
Germania per pagarsi gli studi – come non perde occasione di dire facendo un
punto di orgoglio delle sue umili origini – Lannutti conosce il mondo delle
banche a menadito, non fosse altro perché ci ha lavorato. Impiegato, c’è
scritto su Wikipedia, «presso un grande istituto bancario» (il Banco di Roma, ndr), è stato per anni sindacalista della Fisac
Cgil
. E poco importa che adesso sia senatore
di un partito che i sindacati li vorrebbe travolgere e che, su Twitter, la
Cgil gli notifichi richieste
danni per le ennesime sparate contro Via
Nazionale
. Irrilevanti, da questo punto di vista,
anche i primi passi politici in Democrazia proletaria, perché se oggi Lannutti
è una star del web non è certo per i suoi trascorsi nella sinistra
extraparlamentare
. Il merito della sua fama è da
ricercare negli anni di battaglie «a difesa dei risparmiatori» portate avanti
grazie ad Adusbef, l’associazione fondata nel 1987 e che, a intervalli
regolari, lo incorona presidente. Come potrebbe essere altrimenti? L’Adusbef è una
sua creatura, la ragione della sua vita, lo strumento dell’eterno assalto al
Palazzo che solo i più ingenui o smemorati pensano sia roba di oggi.

QUANDO REPUBBLICA LO DEFINIVA
«L’ANTESIGNANO DEI PROVOCATORI»

Nel 1991 Repubblica così scriveva di
lui: «Elio Lannutti, impiegato al Banco di Roma,
sindacalista della Cgil-Fisac e presidente dell’Adusbef, è l’antesignano dei
provocatori democratici delle assemblee, di quella sparuta schiera dei
professionisti del disturbo che prende la parola in nome dei cittadini». Fiat,
Alitalia, Sip, Banco di Roma, Comit. Non c’era assemblea
degli azionisti 
in quegli anni in cui lui non si fosse
presentato, puntualizzando, sbeffeggiando, mettendo alla berlina amministratori
e manager. E non sempre, a dire il vero, senza ragioni. Fu in quegli anni che
Adusbef divenne quello che è adesso: una gigantesca macchina di ricorsi, contestazioni, class
action a disposizione di un popolo naturalmente diffidente (e anche qui, non
sempre a torto) nei confronti di chi gestisce i suoi soldi.

Ma Lannutti non è solo un Azzeccagarbugli. Vede
dove stanno andando i media italiani, vede l’onda eterna dell’anti-Casta e sa
come cavalcarla: prima dei girotondi, prima dei forconi, c’erano lui e i suoi
adepti sotto Montecitorio, sotto
Palazzo Koch, a manifestare e, non troppo saltuariamente, a chiedere manette.
Tra i suoi vanti l’aver “ispirato” – dice – la tentata consegna di un tapiro ad
Antonio Fazio, il presidente di Bankitalia di cui disse nel giorno delle dimissioni:
«Festeggiamo la caduta del tiranno». Lo ha ricordato, in un pezzo del 2006
su La Stampa, Mattia Feltri. Erano gli anni in cui
Lannutti iniziava la sua breve corsa a braccetto con Di
Pietro:
 «Erano affratellati da un’ansia di
giustizia dai tratti raggelanti», scriveva Feltri. L’ex magistrato, per altro,
ha le sue ragioni a rivendicare di essere stato precursore del M5s. Ma se lo è
stato, lo è stato anche con Lannutti.

DI PIETRO: «LANNUTTI? MI AVVALGO DELLA
FACOLTÀ DI NON RISPONDERE»

Quello che non si poteva sapere, 10 anni fa, era che la corsa del leader di
Adusbef non si sarebbe più fermata. Anzi, avrebbe accelerato. È stato produttore a ciclo
continuo di interpellanze parlamentari scritte per
conto terzi prima (nel senso che un deputato scansafatiche in cerca di
riflettori pronto a farsi latore dei suoi dettagliati report lo trovava
sempre), poi candidato senza successo per i Verdi, quindi
parlamentare recordman di presenze e proposte per l’Idv finito
presto in rotta con Di Pietro («di lui non dico nulla, mi avvalgo della facoltà
di non rispondere», ha detto l’ex magistrato a Lettera43.it).

CONOSCE GRILLO DAL 1994

Lannutti già nel 2015 era tra i 10 candidati alle Quirinarie dei cinque
stelle, «l’ultima speranza di questo Paese», ha dichiarato a il Fatto in
un’intervista del 2015. Anche qui: non è un innamoramento opportunistico
dell’ultima ora, Lannutti partecipò al primo V-Day e
conosce Beppe Grillo dal 1994, quando «facevamo la battaglia contro l’1-4-4 e
la Sip fece di tutto per delegittimarci». Sembra preistoria, forse un po’ lo è.
Ma il suo vero capolavoro sono, dopo le interpellanze parlamentari per conto
terzi, i processi per conto
terzi. È lui l’ispiratore della raffica di inchieste della procura
di Trani 
del pm Michele Ruggiero contro banche,
agenzie di rating e compagnia bella. Quella sulle agenzie di rating – i
giornali ne appresero l’esistenza da un comunicato di Adusbef – si è risolta
con un nulla di fatto. Come tante altre. Ma quanti titoloni. Quanti
interrogatori eccellenti! D’altronde negli ultimi anni, ha scritto Il Foglio, la procura di Trani ha indagato su: American
Express, Mps, Bnl, Unicredit, Credem, Intesa SanPaolo, Banca d’Italia e
Deutsche Bank e sono stati interrogati Romano Prodi, Mario Monti, il ministro
dell’Economia Pier Carlo Padoan, il
presidente della Bce Mario Draghi e
quello della Consob Giuseppe Vegas. Una manna
per l’uomo che non ha mai nascosto la sua passione per processi e manette.

MOLTI LIBRI, MOLTI STRAFALCIONI

Tutto materiale che magari
Lannutti utilizzerà per uno dei suoi prossimi libri, dopo Euro, la rapina del secolo (Editori Riuniti,
2003), Bankster (Editori Riuniti, 2010), La Banda D’Italia, (Chiarelettere, 2015), Morte dei Paschi (Paperfirst, 2017). Una
produzione da stakanovista che in
parte spiega – insieme con la spiccata tendenza a vedere malaffare ovunque –
qualche imbarazzante scivolone. Come quando
in Banda d’Italia ha accusato un dipendente di essere
stato assunto da Via Nazionale senza averne i titoli in quanto nipote del capo
dipartimento risorse umane ed ex capo dell’Ispettorato di vigilanza. Sarebbe
stata una vergogna, ma invece era solamente un caso di omonimia. Piccoli
incidenti, insomma. La rivoluzione d’altronde, si sa, non è un pranzo di gala.

Da Lettera 43

Fonte (source) – (go to source)

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