LA SALA D’ATTESA DELLA PET (dai, umanizziamoci un po’).

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Di PAOLO BARNARD 

Per fare un esame diagnostico con la PET ci sono due
sale d’attesa. Quella dell’accettazione, dove uno viene catalogato a seconda
della patologia, e poi quella ‘nucleare’. La PET è una specie di TAC, ma invece
d’iniettarti un liquido di contrasto t’iniettano degli zuccheri radioattivi,
per cui poi la macchina rileva i segnali di dove sti zuccheri vanno ad
attaccarsi, come ‘lampeggiano’ nelle immagini e altre complesse evidenze.
L’ammalato dopo l’iniezione, che avviene di norma un’oretta prima dell’esame, diventa
quindi radioattivo e per questo nell’attesa di entrare sotto la PET deve essere
isolato per un po’ dagli altri. Ecco il motivo della seconda saletta, dove a
ogni data ora tutti quelli che devono fare questo tipo di indagine vengono
sistemati in gruppo. E’ come un bunker nucleare ma al contrario, le radiazioni
sono dentro non fuori.

Ci sono stato due volte nello spazio di 20 giorni per
scelta volontaria come accompagnatore di una persona ammalata di tumore. Gli
infermieri mi avvisano “E’ proprio certo? Lo sa che starà seduto con gente
radioattiva?
”. “Sì, so tutto, grazie”.

E così ti siedi nella sala d’attesa della PET. Hanno
cercato di farla il più carina possibile, c’è una mini libreria perché appunto
ogni persona dopo l’iniezione del liquido radioattivo deve aspettare del tempo,
magari legge (poi non succede). Diciamocelo chiaro: è molto raro che uno si
debba fare una PET per qualcosa che non sia cancro, quindi di gente ammalata di
tumori si parla. Ma lo diresti mai? In entrambe le occasioni la prima cosa che
mi ha colpito è stata l’età, nessun vecchio, al massimo sui 70 giovanili, ma in
maggioranza meno di mezz’età, e poi i molto giovani. L’aspetto? Tutti, senza
eccezione, ottimo. Voglio dire, se li incrociavo lungo il marciapiede del
Policlinico mai al mondo avrei pensato al cancro. Nessuno è anemico, nessuno è
smunto, nessuno necessita di barella, sostegno, neppure la 45enne del sud che
ha 14 metastasi da un tumore raro. Bel colorito, cellulari in mano, alcuni
vestono eleganti, una ragazza in particolare. Tutti in silenzio.

Pochissimi tradiscono ciò che hanno dentro: paura e
una tensione fortissima. Solo la seconda volta avevo di fianco una donna sui
40-50 anni che era visibilmente cupa, gli altri si tenevano su. Chi fa la PET è
un ‘veterano’ del cancro, perché è un esame che si fa dopo quelli classici che
scoprono la prima diagnosi di malattia, quindi è semi-impossibile che qualcuno
sia lì augurandosi di sentirsi dire tempo dopo “Lei non ha niente”. E’
surreale. Sei nel mezzo del tema della morte, e in più sti corpi sono
radioattivi. Ma sono così normali. Tutti in silenzio.

Tu che fai? Bè, io che faccio. Già nella mia vita sono
passato diecimila volte attraverso la demolizione dell’autodifesa più fatua,
cioè il classico “a me non succede, io sto bene”, quindi non ho neppure
bisogno di pensare per un secondo a come starei se fossi uno di loro. Posso
esserlo, uno di loro, fra meno di tre settimane, anche dopo un banale fastidio
che non passa, o anche senza quello. Pochi giorni prima un amico chirurgo stava
seduto davanti a me, con berrettino e zoccoli verdi classici, e mi fa “Paolo,
chiccazzo sa cos’abbiamo dentro la pancia in sto momento
”. E lì, se sai
‘vedere’ la vita, senti tutta la demenziale precarietà di tutte le tue
demenziali certezze mentre impegnatissimo fai questo, quello, quell’altro.
Vecchia storia detta, rimestata e ritrita dalla filosofia, letteratura ecc., ma
che però ha sta caratteristica magica per cui nella pratica non fa presa su
nessuno, mai. Tutti siamo eterni, muoiono solo gli altri.

No, io lì dentro faccio
un’altra cosa, e l’ho fatta entrambe le volte: rompo il silenzio. Ma non è il
Barnard che conoscete voi che rompe il silenzio, cioè il ‘personaggio’
provocante, il giornalista, l’oratore. Lo rompo stando sul cancro. Mi aggancio
al termine di un breve scambio fra un infermiere e un’ammalata dove l’uomo
stoppa la signora che voleva uscire dalla stanza per fare una telefonata in
corridoio, ricordandole che è radioattiva e quindi deve stare lì. Parto: “Signora,
il bicchiere mezzo pieno dello stare qui” 
e si badi che a questo
punto nessuno di loro sa se io sono un ammalato o un accompagnatore “è che
oggi queste tecnologie ci permettono diagnosi inimmaginabili anche solo 10 anni
fa, e quindi tutta una serie di cure che prima sarebbero state un sogno. Sa,
sti zuccheri radioattivi vanno a scovare ricettori su cui poi spedire sostanze
curative super-mirate, oppure rivelano come ‘mangiano’ ste cellule, e anche qui
si aprono scenari terapeutici prima impossibili…
”, e giro lo sguardo a tutti
gli altri, “… Ma vi ricordate com’era prima? Hai un cancro? E giù di chemio
dinamitarda alla ‘se ci piglio ci piglio’, cioè ti distruggo tutto nella
speranza di distruggere prima il tumore di te. Bè, adesso siamo qui e nella
sfiga almeno siamo un bel po’ più fortunati di quelli di prima
”.

Ho tirato alla roulette, se mi esce il numero
sbagliato questi dentro di sé mi mandano a cagare e fanno muro di silenzio. E’
un attimo, poi succede il contrario, anzi, molto il contrario. Ho sturato la
fontana di Trevi, la saletta s’accende di racconti e considerazioni,
approvazione di ciò che ho detto per esperienze di vita passata coi genitori o
parenti decenni fa, qualche sorriso, ma anche domande. Infatti il settantenne
giovanile non aveva la più pallida idea di cosa gli avrebbero fatto in quel
posto (e non solo lui, credo), quindi abbozza un timido sorriso e chiede di
sapere meglio cos’è sta PET. Ma v’immaginate cosa questo fatto ci racconta? Del
tipo che  alla precedente visita lui si è sentito dire da (assai probabile,
nda) una specializzanda: “Allora, signor Dini (nome
fittizio), lei il 20 ha la PET Gallio-DOTATOC, poi faremo la FDG…
digiuno dalla mezzanotte, bla bla…
”, foglio dell’impegnativa in mano e
arrivederci. Punto. Ma ora il signor Dini sa che non è lì solo perché lo
vogliono rivoltare come un calzino un’altra volta per vedere quanto cancro ha,
o se è sbucato in posti non visti dalle TAC. Ora sa qualcosa di almeno un
grammo più rassicurante, cioè che ste PET oggi servono anche a curarti meglio,
in modo più mirato, e con sostanze meno devastanti. Dini inclina il capo a
destra con visibile rassicurazione e dice “Ah, eh, non lo sapevo. Insomma,
speriamo và. Non me l’avevano detto. Grazie
”.

In entrambe le occasioni la rottura del silenzio ha
l’effetto di ri-traghettare questi umani – del tutto immersi nel surreale,
pessimo, e soprattutto alienante momento delle due ore nel bunker radioattivo –
verso un senso di normalità. Questo però mi porta alla luce tutto il nostro
irrimediabile e insuperabile sgomento davanti alla morte. Uno sgomento che nel
mondo fuori dal bunker ci auto-illudiamo di, o siamo in parte costretti a, o
incoraggiati a, credere di poter padroneggiare, o comunque allontanare… a
parole, finché ci va bene. I volti dietro a ogni singolo scambio là dentro
hanno la caratteristica di fremere come carta velina a ogni normale frase,
sorriso, o asserzione. C’è davvero una vibrazione dietro a quei volti, da cui
si coglie il fatto che dal primo minuto della diagnosi di cancro, in effetti
tutta l’impalcatura su cui viaggiavano nella vita è andata in frantumi, anzi,
in polvere. Ci va in frantumi e in polvere, a tutti. Nel bunker, proprio perché
così vicinissimi all’apparato macchine, medici, diagnosi, astrusi liquidi in
corpo, e a pochi minuti dall’essere fotografati nella malattia potenzialmente
mortale che si ha dentro, questa fragilità viaggia a mille. Ed è sgomento di
morte. Rarissimi sono i casi in cui questo non accade, e si tratta purtroppo di
persone con una capacità cognitiva talmente minimale da non rendersi conto di
nulla. Chiunque altro ci passi ci rimane conficcato, nel corso della malattia
attiva se ‘guarisce’ o fino all’ultimo respiro.

E non può che essere così. Pensando a quanto finora si
è compreso della mappatura del genoma, io mi sono convinto che le malattie
letali geneticamente causate (tumori ecc.) sono i codici assurdi che corredano
parte dell’incompleto e fallatissimo DNA umano. Prima cosa sono codici di
assoluta minoranza fra gli altri, cioè totalmente schiacciati da tutto il resto
della catena a doppia elica, che invece ha come compito prorompente il darci
una spinta immane alla vita e alla riproduzione, che persistono persino in età
avanzate. Noi nasciamo con le istruzioni per stravivere, per strapropagarci,
come gli arbusti che sbucano ostinatamente ovunque e qualsiasi cosa gli fai, e
sentiamo questa forza tuonare di continuo al nostro interno, fin nel sistema
immunitario che lotta per la vita quasi fino all’ultimo. Ma nonostante
questo i codici assurdi vincono
sempre (la Medicina esiste proprio per tentare disperatamente d’impedirglielo).
Poi spiego perché li chiamo in quel modo.

Pensate a un ingegnere che costruisce un grattacielo,
miracolo di tecnologie ed efficienza, dove però nel disegno ingegneristico sta
scritto che se una singola microscopica vita si arrugginisce, l’intero edificio
dopo pochi anni collassa in macerie. Si chiama cancro, SLA, e altre patologie
letali del genere, no? Cioè fuor di metafora, una sola stupida cellula ha un
codice sballato, e tu crepi. Ha senso? Poi mi è incomprensibile il motivo per
cui non esiste in noi nessuna istruzione genetica a ‘saper morire’, neppure
lontanamente vicina all’immensa efficacia di quelle che ci istruiscono su come
sopravvivere. Com’è possibile che in almeno 400.000 anni il nostro DNA non
abbia mai imparato a difendere organismo e coscienza dal dolore del
morire? Non esiste un singolo frammento di esso che alla comparsa della
fine della vita biologica attivi in noi funzioni cerebrali di sereno
adattamento cognitivo all’idea di non esistere più – per non parlare della
soppressione della sofferenza fisica, dove il nostro DNA è catastroficamente
inetto. Quindi se in oltre 4 miliardi di anni dalle prime forme viventi sulla
Terra fino all’umano il DNA ha quasi solo insegnato a difendere l’esser vivi e
mai ha insegnato a tollerare la morte e il dolore, allora questo mi spiega
perché per noi è impossibile accettarla davvero. Siamo programmati malissimo,
inutile sproloquiare sulle meraviglie del genoma umano, anzi, è offensivo.

Quindi ecco quel fremito in quei volti, irrimediabile,
incurabile, solo da cogliere.

La seconda volta che ero nel bunker la presenza di
giovanissimi ammalati fu davvero troppo alta. Fa un effetto indescrivibile
vedere il jean di marca, con gli strappi sulle ginocchia di gambe da giocatore
di basket, sedersi su quelle sedie, e pensi “Ma dove cazzo ce l’ha un cancro
un ragazzo così?
”. Oppure la mano affusolata con unghie curatissime e
tatuaggio dal polso in su che s’infila nella borsa di Borbonese da cui estrae
lo smart phone per messaggiare su WhatsApp. E’ di una ragazza ‘in tiro’ da capo
a piedi, orecchini a pendente, non più di 25 anni. Messaggia, ma a chi, e che
cosa? Forse le amiche l’aspettano stasera per l’aperitivo? Il suo ragazzo?
Cos’ha raccontato su dov’è in queste due ore? Ha inventato una scusa, tipo
dentista, tipo devo badare a mio nipotino? Oppure nella nuvoletta verde di
Whapp sta scrivendo “sono in PET, ho fatto l’iniezione”, o “spero sia
sempre la metastasi dell’altro mese
”…? Ce l’ho sulla mia destra e le ciglia
col mascara, il trucco fine, le labbra chiuse non tradiscono nulla. L’unica
cosa che io riesco a sbirciare di ciò che forse ha dentro è la copertina di un
libro che sbuca dalla sua borsa, dove riesco solo a leggere la fine del titolo
“… MAI SMETTERE DI AVERE CORAGGIO”. Questa giovane è l’unica che
non parlerà mai, né mai incrocerà i nostri sguardi una singola volta, nel tempo
dopo la mia rottura del silenzio.

Perché? Le ragioni possono spaziare in mille ipotesi,
dal carattere alla paura talmente insostenibile da costringerla alla maschera
di ferro. Oppure non ne vuole sapere di mischiarsi a noi… per rabbia, per
‘insulto’, e ci tiene fuori da sé. La rabbia e l’insulto di chi a 25 anni pensa
Ma io cosa c’entro con voi che avete due volte, o tre volte, la mia età? Io
non sono un membro della razza dei malati, io sono un membro della razza che
esplode di potenza di vita! Come osate tutti voi, medici, cartelle cliniche,
voi vecchi, adesso prepotentemente, crudelmente piantarvi nel mezzo delle mie
giornate a schiantare quella che era la mia rampa di lancio, dove stavo coi
miei pari?
”. Forse ci detesta, e per “ci” intendo dall’ossigeno di
quella stanza, alle scritte, a chi ci sta, ai cavi, agli screen, persino il
rumore del traffico fuori. E se così stanno le cose, ha ragione.

O forse no, forse ho sbagliato tutto, perché quando se
n’è andata ha sussurrato “buonasera”, ma sempre senza mai incrociare
nessuno sguardo. Comunque non ha senso andare oltre.

Finito l’esame, a ogni persona dopo circa 10 minuti
viene cortesemente detto “Ora può andare”. Io e la persona che
accompagno sfiliamo nel corridoio del bunker dove in prossimità della porta si
ode in ritmico bip-bip estremamente regolare, che però appena gli siamo vicini
parte come un pazzo a bip- bip- bip- bip- bip- bipbip- bipbip- bipbibip-
biiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiip… Sto contatore per radiazioni del cazzo, ci viene da
ridere. E a me salta i mente di colpo che 12 anni fa io mi trovavo precisamente
in questo posto, come giornalista di RAI Educational quando filmai il mio
‘Nemesi Medica’, il reportage su come alcuni grandi clinici ammalati gravi
avrebbero riscritto, dopo la personale sofferenza e paura, le regole della
Sanità italiana (divenuto poi best seller Rizzoli). Cazzo che smemorato! E’
vero, ero qui a filmare l’immortale cardiochirurgo umbro Prof. Sandro
Bartoccioni, quello che con un tumore allo stomaco e 18 metastasi in giro,
venne incontro alla mia telecamera a dirmi “Salve! Me so’ appena fatto sta
PET, me la so’ vvvista ora… me se so’ illuminate tutte le metastasi che
sembravo n’albero dé Natale! Adesso usciamo da qui che me magno i spaghetti
”.

E infatti si esce dalle sale PET e si torna normali,
no? Cammini, parli, paghi il parcheggio, sei di nuovo uno come tutti, normale
d’aspetto, anzi, di bell’aspetto spesso. E siccome il nostro DNA fa schifo,
cioè è un totale rudimentale scalcinato incapace testa di cazzo che non ha il
gene che quando t’ammali o muori ti fa sentire sempre sereno – che sarebbe il
minimo da pretendere dopo che sta ridda di molecole hanno avuto 4 miliardi di
anni per pensarci – allora ritorni là, dai, ammettiamolo, ritorniamo sempre là.
Dove? Qui: “Tutti siamo eterni, mica davvero si muore”. E via, si torna
al quotidiano.

Ma non io. Io ho smesso di sapermi proteggere che ero
un adolescente, e infatti sono qui a scrivere queste righe.

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