Andreotti democristiano avanti Cristo

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Di Marcello Veneziani

Oggi Giulio Andreotti avrebbe compiuto cent’anni, ma lui
fu democristiano avanti Cristo. Aveva quattro giorni quando nacque il Partito
Popolare che era il nome da signorina della Democrazia Cristiana. Ma non è
escluso che quel 18 gennaio del 1919, alla destra del padre, don Luigi Sturzo,
ci fosse già il piccolo Giulio con la gobbina e il doppiopetto in fasce, a
suggerire cosa fare e soprattutto come. De Gasperi fu statista
prima di essere democristiano, e austriaco prima di essere italiano, Moro
o Fanfani
 furono professori, teorici catto-fascisti prima di diventare
democristiani. Andreotti no, fu la Dc. Andreotti non fu mai Presidente della
Repubblica né Segretario della Dc, non fu mai Presidente del Senato o della
Camera, non fu mai Sindaco o Vescovo di Roma, semplicemente perché lui fu
l’anima, la ragnatela e l’icona della Repubblica italiana, della Dc, dei
governi, della Curia, delle due Camere riunite in un solo emiciclo, volgarmente
denominato gobba; fu il simbolo vivente della Roma di potere e sacrestia, figlio
di Santa Romanesca Chiesa, come diceva il cardinal Ottaviani.

Andreotti fece la comunione senza mai passare per la confessione. Ebbe
sette vite, come i gatti e i sette colli di Roma, e guidò sette governi brevi;
rappresentò l’immortalità al potere, inquietante ma rassicurante. Disse che il
potere logora chi non ce l’ha e fu di parola. Quando non ebbe più potere, si
logorò, volse la gobba a levante e si costituì dopo lunga contumacia al
Titolare. Non fu statista ma statico, inamovibile. Andreotti ebbe più senso del
potere che dello Stato, della curia più che della nazione, della sacrestia più
che del pulpito. Fu minimalista, antieroico e antidecisionista, rappresentò
l’italianissima trinità Dio, pasta e famiglia, sostituendo la patria con la
pajata e sognando un dio che patteggia col diavolo. Il suo ideologo fu Alberto
Sordi, il precursore Aldo Fabrizi. Guidò l’Italia con passo felpato nelle
vacanze dalla storia. Fu vicino ai suoi elettori, attento alle loro richieste,
alle cresime e alle nozze. E’ mitico l’armadio nel suo studio di piazza san
Lorenzo in Lucina, gestito dalla segretaria Enea, coi vassoi d’argento da
mandare ai matrimoni, pare divisi in tre fasce.

Per secoli fu ritenuto l’Incarnazione del Male, la Medusa che
pietrifica e a volte cementifica. Ai tempi di Mani pulite, nella sua Ciociaria,
il fascista galantuomo Romano Misserville organizzò un processo-spettacolo ad
Andreotti; calò il gelo nei suoi confronti di tanti suoi galoppini del passato
che pure gli dovevano molto.

Andreotti non lasciò riforme dello Stato e grandi opere, ma un metodo, uno
stile, un modo di vedere, intravisto dalle fessure dei suoi occhi, anche per
non lasciare prove compromettenti sulla retina. Primato assoluto della
sopravvivenza, personale e popolare, alle intemperie della storia. Fu moderato
fino all’estremo e devoto ma remoto da paradisi e santità. In politica estera
fece arabeschi, fu filo-mediterraneo, non filo-atlantico e filo-israeliano,
come del resto anche Moro e Craxi.

Accusato d’essere il Capo della Cupola non fu poi condannato perché
l’accusa inverosimile rimosse anche ogni colpa verosimile. Volevano
infliggergli l’ergastolo ma alla fine fu lui a infliggere l’ergastolo
all’Italia, diventando senatore a vita. Ma tra tanti imbucati, lui meritava il
laticlavio.

Sopravvisse alla Dc e ai suoi capi storici, ai suoi stessi bracci destri
(aveva infatti molte chele), sopravvisse ai suoi nemici e perfino a Oreste
Lionello
 che fece di lui una caricatura complice. Arguto quand’era in
vena, come si usa dire degli spiritosi e dei vampiri (e lui fu ambedue),
Andreotti non fu solo l’anima della Dc e della Prima repubblica ma anche il top
model dello Stivale. Somatizzò l’Italia. Le mani giunte e intrecciate per
l’indole cattolica, il corpo rispecchiava un paese invertebrato, disossato e
militesente, esonerato dalla ginnastica e incapace di mostrare muscoli (neanche
nel sorriso Andreotti ha mai mostrato i denti, ma solo un fil di labbra; a
tavola beveva brodini per non addentare). Tutti lo immaginavano bassino, ma lo
era per tattica e umiltà; in realtà era alto, e sarebbe stato più alto se
avessero srotolato il nastro della sua curva pericolosa. L’assenza del collo
fugava ogni indizio di mobilità e superbia, la voce sibilante e romanesca,
confidenziale e domestica era emessa da una fessura; sussurrava come dietro le
grate di un confessionale. E le spalle curve per custodire la sua
compromettente scatola nera nella gobba (lo scrissi nel ’93 e fu poi ripreso da
tanti, tra cui Beppe Grillo). Figurò l’italiano-tipo piegato su se stesso a tutelare
il suo particulare. Il suo volto di sfinge, l’assenza di colorito,
impenetrabile al sole per non modificare la cera, la testa piantata
direttamente sulle spalle come l’aracnide cefalotoracica e le orecchie
estroverse per captare ogni minimo fruscìo; gli occhi pechinesi, salvo
illusioni ottiche che a volte li ingrandivano, grazie alle lenti bifocali; il
passo circospetto e l’obliqua figura, il fideismo ironico e la ferocia
minuziosa, la devozione curiale e la visione nichilista sulle sorti dell’umanità.

Non fu arcitaliano ma casto e asessuato, non rappresentò l’indole pomiciona
e fanfarona degli italiani. Ma la sua figura, metà bigotta e metà malandrina,
ironica e pregante, rappresentava l’ambiguità d’un paese devoto e peccatore,
che adora Gesù ma tresca con Belzebù. Brillante nelle conversazioni, reticente
nei diari; sapeva fior di retroscena, ma preferì l’omertà. Nei libri raccontava
come non erano andati i fatti. Visse a lungo per godersi pure la nostalgia di
quando c’era lui al potere. Andreotti restò un punto interrogativo, come la sua
sagoma curva. Non fece la storia ma la consuetudine; nutrì l’aneddotica, il
thriller e la leggenda. Come sua madre, cucì all’Italia un abito su misura per
i suoi difetti.

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