Il piano di Zingaretti: un listone per uccidere in culla il partito di Renzi

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Di Giulio
Scranno

È il 28 maggio 2011. Piazza Duomo a Milano è invasa da decine di
migliaia di persone, ognuna delle quali indossa qualcosa di arancione per celebrare
la chiusura della campagna elettorale di Giuliano Pisapia
 e l’annunciata
vittoria che riporterà la sinistra al governo della città dopo due decenni di
amministrazioni di centrodestra. 12 gennaio 2019, sette anni e mezzo dopo, la piazza
arancione è quella di Torino, che manifesta per dire sì alla Tav 
ma anche per
contrapporre un modello politico, culturale e sociale al governo di Lega a
Movimento Cinque Stelle.

Cosa
hanno in comune questi due eventi? Il colore dominante e il civismo
, ossia quel senso di
appartenenza che va al di là degli steccati dei partiti e che mette insieme
anche persone che non la pensano su tutto alla stessa maniera. Ed è esattamente
ciò che ha in mente Nicola Zingaretti, favorito per la corsa a segretario del
Partito Democratico, quando dice che il suo obiettivo sarà quello di aprire ad
un’alleanza ampia che si contrapponga ai gialloverdi. Tanto da farlo arrivare
ad affermare che «presentarsi con il simbolo del Pd alle prossime elezioni
europee non è un dogma».

Nella
testa di Zingaretti, racconta chi lo conosce bene, c’è l’idea di creare un
terzo polo che sia veramente alternativo a Lega e Cinque Stelle:
 «Nicola vuole
andare oltre le alchimie e i patti tra leader – spiegano dal suo staff -. Vuole
intercettare il consenso di quella fetta larga di elettorato che non sa dove
rifugiarsi di fronte all’ondata populista. Non è semplice, bisogna dosare ogni
singolo passo».

Il punto di partenza è, come detto, culturale: «In un Paese in cui si
legittimano i capi ultras pregiudicati, per lo più estremisti neofascisti
dichiarati, e si mettono sotto accusa i volontari delle Ong, c’è il dovere di
mettere in campo qualcosa con una simbologia forte, c’è ampio margine
d’azione». Il senso di queste parole si può sintetizzare in una linea politica:
riunire tutto ciò che non si riconosce nel manistream sovranista, non tanto
sotto un simbolo o sotto un nome, ma sotto un colore, l’arancione per
l’appunto, già pieno di significato politico, sia a livello nazionale che
internazionale. Una
narrazione tutta da costruire che però potrebbe portare a risultati attualmente
insperati.

«È l’arancione – ricorda un dirigente zingarettiano – che ha segnato
l’inizio della rinascita milanese, che noi tutti oggi celebriamo oggi come un
modello vincente». Eccola, dunque, la via che vuole intraprendere il
governatore. Una via che passa per il “suo” Lazio e arriva fino alla
capitale economica e morale del Paese. Tutto questo da costruire attraverso
un’alleanza tra gli elettori, più che tra i loro (presunti) rappresentanti, per
superare la narrazione tossica e ormai compromessa delle coalizioni di partito.

In cosa
potrebbe tradursi tutto questo? Sicuramente in un “listone” che alle
Europee superi i recinti di partito, che non sia la sommatoria delle singole
forze politiche, ma che riesca ad intercettare l’elettorato sconcertato per ciò
che sta succedendo nel Paese.
 In questo senso le adesioni
preventive di Carlo Calenda e Laura Boldrini, la “benedizione”
silenziosa del sindaco di Milano Beppe Sala, le aperture di Gentiloni e Bersani,
lasciano ben sperare. «Non vogliamo andare a formare un centro antisovranista
settario alla Macron – specifica la nostra fonte – ma un centrosinistra civico,
popolare e di governo, sicuro di poter rappresentare una grande fetta di Italia
che oggi si sente politicamente orfana».

Il
piano è ambizioso e si propone, a sua volta, di centrare altri due obiettivi.
Il primo è togliere spazio politico alle ambizioni scissioniste di Matteo
Renzi. 
Davanti all’onda arancione, l’ex premier non avrebbe terreno fertile dove
provare a far attecchire un suo neonato soggetto, che potrebbe sì andare a
pescare tra le fila di Forza Italia e di alcuni reduci centristi, ma che
difficilmente riuscirebbe a scalfire l’elettorato. Il secondo è quello di solleticare quei
soggetti che stanno lavorando ad un’alternativa, sia dentro che fuori la
maggioranza di governo.
 Magari con un respiro più di lungo periodo, che
vada oltre l’appuntamento delle europee.

Il
primo interlocutore, in questo senso, potrebbe essere Federico Pizzarotti, che
si sta facendo strada con il suo “Italia in Comune”
, ed ha già
cannibalizzato i Verdi, così poco attraenti nel panorama politico nostrano, ma
con grandi margini di crescita, come dimostrano i recenti exploit elettorali in
molti paesi europei, dalla Germania all’Austria, dall’Olanda al Belgio. Ma in prospettiva non si escludono
convergenze con quello che sta diventando sempre più un partito nel partito,
ossia l’ala sinistra del Movimento Cinque Stelle, rappresentata da Roberto Fico
e da un rinvigorito Beppe Grillo
, sempre più deluso e distante dalle
posizioni filo-salviniane di Di Maio, Di Battista e, soprattutto, Casaleggio.

Da Linkiesta

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