Gilet gialli: una lettura alla Piketty

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Gilet gialli FranciaDa dove nasce il movimento dei gilet gialli in Francia? Utilizziamo il modello reddito-cultura dell’economista Thomas Piketty per comprendere le radici più profonde del movimento francese.

  1. Crisi francese e i gilet gialli

Ci si arrovella ormai da settimane sulle dinamiche della crisi francese e sulla contabilità di una protesta che tristemente registra tutti gli episodi di una “presa d’assedio” del movimento delle “giubbe gialle” al Palazzo dell’Eliseo. La transizione energetica, progettata dal governo, sembrava essere l’ennesimo segnale di una visione politica che non rivolge il proprio sguardo al di là dei confini delle città metropolitane. Ma quella parte della società che è rimasta oscurata mentre sperimentava diversi indirizzi politici, quando ha avvertito una nuova minaccia nelle accise sul carburante è stata costretta a schierarsi come forza autonoma, manifestando apertamente il proprio rifiuto verso le istituzioni.

Le dinamiche del fenomeno sono state chiarite dal geografo Christophe Guilluy (su “Repubblica”, 3 dicembre 2018), che ha parlato di «un modello economico che non sa integrare la maggioranza dei lavoratori», in cui da un lato ci sono i vincitori della crescita e dall’altro i perdenti, ai quali egli si era già riferito nel 2014 col termine di France périphérique indicando proprio quelle categorie di “classe media” escluse dalla globalizzazione: «agricoltori, operai, famiglie delle zone semiurbane, piccoli commercianti e imprenditori». Si è allora fatto ricorso al semplicistico cliché dei bobos e dei beauf al fine di dare una rapida definizione dei due “individui-tipo” del ceto medio francese che sembrano essere diventati inconciliabili tra loro: i primi sarebbero i “borghesi nomadi”, il ceto medio degli alti-salari che nelle metropoli si muove sui trasporti pubblici e che si batte per la qualità della vita condannando le emissioni di gas e l’inquinamento (e che rappresenta la base elettorale di Macron); mentre i secondi sono i “francesi medi ignoranti”, ovvero quel ceto delle province che nell’insicurezza generalizzata del dopo-crisi è costretto ancora ad usare vecchie automobili a diesel per lavorare, favorendo delle urgenze economiche ben più concrete di quanto possa essere la lotta contro il surriscaldamento globale. Oggi tuttavia, questi grandi sconfitti «non sono più invisibili» e, proprio come fanno gli automobilisti in difficoltà nelle strade notturne, indossano quei gilet gialli facendo dello “stato di emergenza” la bandiera della loro discesa in piazza.

 

  1. Il modello reddito-cultura alla Piketty

Quello che resta confuso è come venire a capo dei due interessi inconciliabili, sebbene entrambi provenienti dal medesimo strato sociale ed oggettivamente sacrosanti: la causa economica e la causa ecologica. A definire un pratico schema in grado di aiutarci a capire questo dilemma politico ci ha pensato Thomas Piketty che quest’anno ha posto ad oggetto d’indagine le correlazioni dinamiche di lungo periodo tra la diseguaglianza ed i mutamenti del conflitto politico. Nelle 65 pagine (al netto dei 106 grafici con cui l’autore riporta in appendice tutte le sue elaborazioni delle indagini post-elettorali di Francia, Regno Unito e USA nel periodo 1948-2017) che compongono il saggio Brahmin Left vs Merchant Right: Rising Inequality and the Changing Structure of Political Conflict (su “WID working papers”, 2018) l’intento dell’economista viene dichiarato fin da subito: comprendere perché a fronte del crescente livello di diseguaglianza abbiamo assistito nello scenario politico a ripetute fiammate nazionalistiche (o “populistiche”) piuttosto che ad un ritorno al partito di classe.

Secondo Piketty, l’evoluzione strutturale dei “blocchi politici”, intesi come parti di elettorato raggruppate secondo i rispettivi contesti socio-economici, culturali e demografici, si deve alla tendenza crescente di una diseguaglianza che è arrivata a svilupparsi su più dimensioni. Le prime cause evidenti sono la globalizzazione e l’espansione culturale, quei processi che dalla fine degli anni ottanta hanno allargato i confini dell’informazione, del mercato e della produzione ben al di là di quelli nazionali. In questo modo i blocchi politici sono mutati e nelle moderne democrazie si è di fatto assistito alle due maggiori “rivoluzioni”: quella nazionale e quella industriale (Lispet-Rokkan, 1967), che hanno spezzettato la compagine sociale su gradi differenti di “coscienza civica” generando delle collisioni multiple tra singole parti (province vs. città, nativi vs. migranti, operai vs. impiegati, agricoltura vs. industria, analfabeti vs. laureati).

Perciò non è un caso se, dal secondo dopo-guerra fino agli anni ottanta, il conflitto politico europeo che si è mosso nella logica di in una struttura partitica class-based essendo la rappresentazione della diseguaglianza strettamente economica (sinistra operaia vs. destra borghese), esso abbia invece subito nel tempo più vicino quella mutazione delle classi sociali che hanno portato ad un equilibrio parlamentare ad élite-multiple. Il fenomeno è passato inosservato per motivi storico-culturali, ma generato da quella concreta tendenza del sistema che è giunto di fatto a contrapporre gli “agiati” ai “diseredati”. Ma come si distribuiscono questi nuovi blocchi politici nelle classi sociali a più dimensioni?

Se si considerano le variabili –reddito –ricchezza e –cultura risulta possibile comprendere appieno quella dinamica descritta da Piketty come lo «spostamento ad un equilibrio di élite-multiple». Lo schema utilizzato è un semplice modello di regressione lineare:

leftit =a+βt xit + yct cit   + εit

Dove la variabile dipendente è una binaria leftit (= 1 per i voti a sinistra, = 0 per i voti a destra);xit è la variabile esplicativa di interesse (–reddito –patrimonio –titolo di studio) e cit è la variabile di controllo (–età –provenienza –religione). In assenza della variabile di controllo, il coefficiente βt indicherà la percentuale degli elettori di sinistra relativa alla loro “posizione sociale” (il decile reddituale di riferimento) in ogni tornata elettorale nel periodo t-esimo.

 

  1. L’equilibrio di «multiple-elites» in Francia

Concentrandoci sul caso francese che l’autore conosce dall’interno così da darcene una interpretazione più fedele, si assume una semplificazione del sistema multi-partitico in un sistema «a doppia-coalizione». Come si vede (in fig. 1), il consenso verso la sinistra si presenta, al contrario di quello che si potrebbe pensare, relativamente omogeneo lungo quasi tutti gli scaglioni reddituali mentre subisce un calo netto soltanto tra le fasce più abbienti. Piketty spiega che il dato è influenzato da altri fattori di bilanciamento (come i commercianti, i lavoratori indipendenti e gli agricoltori che sono sempre stati sia di basso reddito che con una scarsa propensione a preferire i partiti socialisti per evidente divergenza di interessi).

Gilet gialli FranciaFonte: Piketty, T. (2018) Brahmin Left vs. Merchant Right, “WID working papers”, figura 2.4a

Ma la costanza viene a cadere se si pone lo stock di ricchezza come variabile esplicativa, ed è qui che si può osservare che il voto a sinistra diventa strettamente decrescente per ogni percentile di patrimonio netto (vedi fig. 2), dove la maggioranza dei voti proviene dalle fasce sociali più povere. E se per le classi prive di patrimonio votare a sinistra rimane (quasi) obbligatorio, la novità sta nel fatto che anche i ceti “patrimonializzati” hanno iniziato col tempo a preferire i partiti socialisti. Infatti mentre all’inizio del periodo la differenza tra i voti provenienti dai top incomers (i “super-ricchi”) e quelli dalla classe appena al di sotto si aggirava tra il -10% e il -15%, essa si è ridotta negli ultimi vent’anni intorno al -5% e con tendenza decrescente.

Fonte: Ivi, figura 2.4b

La ragione di questa variazione si spiega quando si inserisce la -cultura come esplicativa, dove emerge chiaramente una inversione dell’effetto che questa variabile esercita sulla scelta di voto. Essa infatti, pur essendo stata per molto tempo correlata positivamente al reddito e associata al voto a destra, è andata successivamente a ridurre l’impatto che alti livelli di reddito hanno sempre avuto su tale comportamento elettorale.

Fonte: Ivi, figura 2.5a

Quello che emerge da questa regressione, in cui il beta rappresenta la differenza tra la quota degli elettori di sinistra “laureati” e quella dei “non-laureati” è che la preferenza a sinistra è notevolmente migliorata tra i ceti più istruiti dagli anni sessanta ai settanta per poi aver subito un’impennata dagli anni novanta fino all’ultimo decennio con gli elettori laureati che hanno superato del 10% quelli non-laureati. E quando si aggiungono alcuni controlli il gradiente non muta nella tendenza ma solo nei livelli (essendo, ad esempio, i giovani sia più istruiti che tendenti a votare a sinistra ma non necessariamente “patrimonializzati”). La letteratura politologica (ad es. Bornshier, 2010) spiega che questa inversione della cultura è scaturita da quelle nuove questioni sociali che la globalizzazione ha fatto emergere, come i “valori universalisti” conseguenti alla crescita dei flussi migratori. Questi hanno visto la dimensione culturale divenire una reale discriminante del comportamento di voto soltanto a partire dagli anni novanta, ovvero quando questo inedito “gap distributivo” ha iniziato a manifestarsi.

Al fine di configurare qualitativamente quanto mostrato dai risultati dell’autore, qui si propone di inserire le due variabili –reddito e –cultura lungo gli assi di una matrice nell’ordine decrescente, cercando di sintetizzare la dinamica del conflitto politico attuale sulla base delle due dimensioni della diseguaglianza osservate da Piketty.

Disponendo le coalizioni sulla matrice la conclusione generale è chiara, dice Piketty, «il conflitto si è spostato gradualmente da un sistema partitico class-based a quello che ci si propone di indicare come sistema di multiple-elites, passando dal periodo 1950-1960 in cui il voto a sinistra era associato a bassi livelli sia di reddito che di cultura, al periodo 1990-2010 in cui l’alta-cultura risulta incidere più sul voto a sinistra di quanto l’alto-reddito influenzi la preferenza opposta». Comprendiamo dunque come la sinistra è passata dal costruire la propria base nel mondo del lavoro e del sindacato insieme a quel “ceto medio riflessivo” di cultura medio-alta ma pur sempre a medio-basso reddito, a porsi a rappresentante del “popolo colto”, attento ai diritti civili ma orientato a dimenticare i valori redistributivi per affidarsi ad un’agenda economica liberaldemocratica. Mentre la destra ha continuato a raccogliere i voti dei “facoltosi” che sono rimasti fedeli ai valori del conservatorismo fiscale.

Una volta scomparsi i partiti di classe, la struttura del conflitto politico ha raggiunto un equilibrio in cui soltanto le classi agiate hanno trovato rappresentanza propria, così da creare una divisione sociale descritta dalla diagonale che taglia il primo e il terzo quadrante e che funge da linea ideale al di sotto della quale si distribuiscono tutte quelle categorie del ceto medio rimaste senza rappresentanza parlamentare propria.

  1. Instabilità politica e «grande inversione» dell’equilibrio

Partendo dalle elaborazioni di Piketty diventa possibile indagare sui recenti scenari politici che queste dinamiche hanno contribuito a generare. Nel momento in cui la tendenza ad ottenere una rappresentanza politica elitaria sembra continuare su questo sentiero, si può scorgere la possibilità di un completo riallineamento del sistema partitico in cui la sinistra rischia di costituirsi unico rappresentante delle classi agiate (alto-reddito, alta-cultura) mentre la destra può andare ad abbracciare l’elettorato non rappresentato (basso-reddito, bassa-cultura).

In questo caso si ottiene la c.d. great reversal in grado di decifrare le dinamiche del conflitto politico degli ultimi anni al di là delle tradizionali analisi sociologiche (proletari vs. borghesi e popolo vs. élite). Gli schieramenti dei blocchi politici si esplicano per Piketty in globalists vs. nativists (quello che in Italia verrebbe indicato con “europeisti vs. sovranisti”) ovvero nel conflitto tra chi è intento ad affrontare le nuove questioni del mondo globalizzato attraverso l’approccio internazionalistico designato dalla «sinistra bramina» e coloro che sembrano determinati invece a far girare al contrario la ruota della storia sostenendo la «destra mercantile» perché minacciati da un sistema economico (e politico) che resta esclusivo solo per alti livelli di accumulazione capitalistico-culturale.

L’esempio più immediato che l’autore ci riporta è quella lenta ascesa della corrente lepenista nella coalizione della destra francese, ma alquanto inconsistente per poter giudicare l’instabilità effettiva dell’equilibrio elitario. E se negli Stati Uniti quella completa inversione è stata oggettivamente determinata dalla dinamica dei consensi democratici che ha infatti coinciso con l’ascesa di Donald Trump (come è stato ricordato da S. Kuper su “Financial Times”, 30 agosto 2018), basta cambiare l’argomento per osservare, nella attuale crisi francese, la manifestazione di un nuovo blocco politico rimasto finora sotto la superficie della rappresentanza (vedi fig. 5). Laddove la questione migratoria è stata la determinante della reazione dei nazionalismi xenofobi dei Trump/LePen, è stata invece la questione ecologica quella che ha scatenato in Francia la sollevazione dei gilet gialli, provenienti proprio dagli stessi ceti sociali individuabili qui anche geograficamente nelle periferie.

 

Non si spiega Piketty, il motivo per cui a questi livelli di diseguaglianza multidimensionale non abbiamo osservato un effettivo ritorno ad una struttura a partiti di classe mossa da una seria domanda di politiche redistributive del reddito ma piuttosto le classi medie abbiano preferito puntare sulla chiusura nel nazionalismo economico e, nei casi peggiori, nella xenofobia. La risposta tuttavia risiede proprio nella struttura del modello, perché mentre la classe operaia del secondo dopo-guerra avvertiva soprattutto i mali che gravavano sulla propria condizione economica ed aveva pertanto quella coscienza di classe attraverso cui manifestava la propria rappresentanza politica; i moderni ceti medi sono cresciuti in un sistema economico e sociale sempre più “liquido”. E neppure quelle componenti del ceto intellettuale che erano riuscite per molto tempo a porsi alla loro guida, hanno saputo cogliere il significato dell’espansione culturale che è andata a provocare l’ennesima frattura.

A questo punto si può desumere ben altro sul ruolo cruciale che la diseguaglianza svolge nelle democrazie rappresentative, ovvero che i sentimenti nazionalistici, populistici o xenofobi non provengono genericamente dalla “mancanza di cultura” (il che sarebbe stato meglio giustificato in tal caso negli anni sessanta-settanta) bensì essi sono conseguenza naturale di una sovraccumulazione di cultura che ha generato una società divisa che viaggia a due diverse velocità, lasciando indietro i “dimenticati” dalle sinistre e dalle destre (cfr. Donald Trump: come nasce il populismo USA, su “Economia e Politica”, 2018). Gli equilibri sono pertanto instabili per definizione poiché gli interessi del ceto medio sono discordanti e nient’affatto approssimabili, di fatto si è arrivati al punto di adottare delle misure pro-ambiente nello stesso momento in cui consistenti strati della società stanno ancora subendo la disoccupazione e i bassi salari.

Piketty non rinuncia neanche qui a comunicare una sua “proposta”, che in questo caso sembrerebbe essere più che altro un auspicio, ovvero di agire sull’offerta politica attraverso la costituzione di una piattaforma socialdemocratica convincente così da far convergere le coscienze liberali ed internazionaliste con gli interessi redistributivi dei ceti medi, per il momento, “conquistati” dai populismi o travolti dalle passioni di protesta.

Gilet gialli Francia | Francia, disuguaglianze e populismo

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