New York è il simbolo delle città di domani, quelle in cui sopravvivi solo se ti fanno la carità

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Sulla quattordicesima strada, a pochi passi da Union Square, la coda è talmente lunga che dalle casse si estende come un serpente umano per tutto il locale, per proseguire poi sul marciapiede all’esterno. Manhattan, pochi giorni alla fine del 2018, fuori dal supermercato Trader Joe’s, tempio del mangiar sano americano dove a farla da padrona, con tanti saluti ai danni apportati alle economie dei Paesi produttori, sono gli avocado venduti a 3 dollari l’uno.

Dodici gradi, inverno gentile: le persone in fila, quasi tutti bianchi, si mandano messaggi su Instagram, dimostrando di non essere turbate dall’inchiesta del New York Times sull’ennesima violazione della privacy targata Zuckerberg. Il bello è che molti di loro, in realtà, stanno lavorando: per qualche decina di dollari sbrigano per conto dei pasciuti residenti della zona le commissioni cui sono costretti i comuni mortali, a cominciare dalla spesa. Tre isolati più a nord, a quattrocento metri in linea d’aria, c’è un’altra coda. Come ogni giovedì, alla Chiesa di Saint George c’è la distribuzione gratuita del cibo. Una disciplinata folla multietnica attende di entrare: all’interno li aspetta un menù a base di pasta al forno, zuppa di fagioli, stufato di carne e una ricca selezione di dessert, talmente ricca da far preoccupare Kathy, ex hostess di volo ora responsabile delle operazioni in cucina.

“Oggi offriamo quattro tipi diversi di torta: solo per elencarle ci vuole tempo e si rischia di creare ingorghi”. Kathy lavora come volontaria da quattro anni. Ogni giovedì, nel refettorio della Chiesa, insieme a un drappello di signore dell’upper class newyorkese di età compresa tra i settanta e i novantaquattro anni, cucina dalle dieci del mattino a mezzogiorno e poi serve il pasto a un centinaio di persone. “Da noi può entrare chiunque. Non chiediamo soldi, tessere o iscrizioni. Se hai un piatto vuoto in mano noi te lo riempiamo”.

Orgogliosa della propria cucina (“usiamo solo ingredienti organici e freschissimi!”), Kathy ha assistito, nel corso degli anni, ad un costante cambiamento della clientela. “All’inizio servivamo solo gli homeless. Col passare del tempo, però, sono arrivate anche persone normali, gente che ha una casa ma che non può permettersi da mangiare. This city is so expensive!”

Basta aggirarsi tra i tavoli per capire come il refettorio della Church of Saint George contrasti molto con l’America finalmente “great again” di cui Donald Trump ha cianciato negli ultimi due anni. Questa è gente che sfoglia un quotidiano, discute di politica, cerca in tutti i modi di apparire curata nell’aspetto: un signore con un cappotto di buon taglio chiede dove poterlo appoggiare per evitare si rovini. Non si tratta di disperati, ma di uomini e donne in bilico, un tempo appartenenti al ceto medio, che ora provano a rimanere aggrappati al treno di un sistema economico che rischia a sua volta di deragliare.

Con l’esplosione della bolla di Wall Street e il peggior dicembre nella storia della borsa a stelle e strisce dalla Grande Depressione degli anni ’30 ad oggi, c’è poco da rallegrarsi per l’inevitabile rimbalzo del 27 dicembre. Secondo uno studio dell’Università di Duke, una delle migliori dell’Unione in materia di economia, è molto probabile che nel 2019 il Paese entrerà in recessione.

Ma per il momento, nella Chiesa di Saint George, le preoccupazioni sono altre. Francis, un ambasciatore francese in pensione che vive nella Grande Mela da 40 anni, sta facendo il giro con la caraffa della limonata. A giudicare dalla ressa, sembra che nessuno sia disposto a rinunciarvi. “Oltre alla nostra” – racconta l’ex diplomatico – “ci sono molte altre associazioni che, come noi, esistono grazie a privati cittadini che fanno qualcosa di concreto per la comunità. Di solidarietà a New York si parla poco e invece è un tema centrale: senza di noi non so come farebbe ad andare avanti la città”.

Esagerata in tutto, New York lo è anche nel mostrare le contraddizioni di un sistema capitalista che nell’ultimo decennio si è scoperto incapace di assolvere alla sua funzione fondamentale: redistribuire la ricchezza favorendo la mobilità sociale. Il documentario del 2012 “Park Avenue” ha mostrato come nella stessa strada si passi dello sfarzo dell’Upper East Side, con le case più costose del pianeta appartenenti ai banchieri di Wall Street, alla miseria del Bronx, dove i bambini soffrono di malnutrizione. Il libro “Vanishing New York” tratto dall’omonimo blog ha raccontato nel dettaglio, con un’impressionante mole di dati a supporto, come la città sia condannata ad un futuro da ghetto per ricchi ad esclusivo appannaggio di miliardari internazionali.

È come se New York – abituata a essere sempre avanti – stesse mostrando al mondo quale sia il vero volto del cosiddetto “secolo delle città”: un volto spietato, con il refettorio della Chiesa di Saint George che diventa una metafora di una condizione esistenziale generale, in cui sempre più persone sono costrette a fare affidamento o su risorse vicine ad esaurirsi o sulla generosità altrui. Un particolare tipo di “sharing economy”, insomma, dove “sharing” non è altro che un termine raffinato per dire “carità”: basta leggere i dati sulla povertà nello Stato di New York o considerare l’impennata nel numero di homeless per capire le esatte dimensioni del fenomeno.

Fino ad oggi, la generosità di quelli come Kathy e Francis o la pigrizia di quelli disposti a pagare per farsi portare la spesa a casa permettono al sistema di evitare il collasso. Chissà se nel 2019, nella Grande Mela come nel resto del mondo, tutto questo dovesse non risultare abbastanza. Nell’anno delle elezioni europee più importanti della Storia, nessuno sa esattamente cosa potrebbe accadere.

Da Linkiesta

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