Primarie Pd, vince il caos: Renzi ormai pensa a Ciudadanos

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Di Giulio Scranno

 “La confusione è grande sotto il cielo, la situazione è ottima”. Se il mondo fosse davvero catalogabile con le massime di Mao, allora per il Pd ci sarebbe da che essere ottimisti. Invece, tra i dem, è andata in scena un’altra giornata di ordinaria follia. Con Matteo Renzi che straoborda a livello mediatico, i suoi (ex?) pasdaran che cercano di capire di che morte morire, un candidato al congresso che si ritira (Cesare Damiano) e due nuovi che avanzano (Roberto Giachetti e Anna Ascani, in tandem). Se fosse la trama di una soap opera brasiliana anni ’80 sarebbe davvero appassionante, ma stiamo parlando del principale partito d’opposizione, quello che fino a pochi mesi fa governava il Paese.

C’era grande attesa, ieri, per la riunione dei renziani, che dovevano decidere il da farsi dopo il clamoroso dietrofront di Marco Minniti (a proposito di soap opera) in vista dell’appuntamento congressuale. La linea era chiara. L’ordine, arrivato direttamente da Luca Lotti, assente giustificato (era a Washington), diceva: si va su Martina, in questo momento è il male minore. A esplicitare la logica alla base della scelta, ci hanno pensato altri due colonnelli dell’area che fa riferimento all’ex segretario, Lorenzo Guerini e il capogruppo al Senato Andrea Marcucci: “Convergere su Martina per rafforzare il riformismo ed impedire abiure”.

Una linea, però, su cui non tutti si sono trovati d’accordo, nonostante il (neanche tanto) celato imprinting del leader in autoproclamato esilio. Tanto che, alla fine, spunta una candidatura tanto inaspettata quanto difficile da decifrare, quella di Roberto Giachetti e della giovane parlamentare umbra Anna Ascani, ex lettiana, ora renziana di ferro. È il segnale che, dentro quella che Renzi si rifiuta di chiamare corrente, è scattato il tana libera tutti. Non tanto per le dubbie velleità di vittoria al congresso del duo Giachetti-Ascani, quanto più per il fatto che un’indicazione giunta da un’emanazione diretta del capo sia stata così spudoratamente disattesa.

La tavola era stata infatti apparecchiata per una riunificazione dell’area riformista, con la convergenza dei renziani su Martina, sostenuto, tra gli altri, dall’ex candidato Matteo Richetti (ecco che torna la soap opera), da quel Graziano Delrio che era solito chiamare Renzi Mosè, da Matteo Orfini, abile compagno di partite alla playstation con l’ex segretario, dalla fu vicesegretaria Debora Serracchiani, dal guru economico del governo dei mille giorni Tommaso Nannicini. Un ritorno alle origini che aveva il doppio obiettivo di contrastare l’avanzata di Nicola Zingaretti e di lasciare le mani libere al “senatore semplice di Scandicci”.

Resta da valutare se l’iniziativa di Giachetti e Ascani sia o meno estemporanea. Le malelingue, in una galassia renziana che sembra ormai allo sbando, non mancano. C’è chi sostiene che “Giachetti e Luciano Nobili fanno un favore a Zingaretti (rubando voti a Martina, ndr) per garantirsi un futuro nelle liste romane”, chi invece pensa che “sia un modo per far vincere Zingaretti e quindi giustificare un’uscita da un partito che perde la sua spinta riformista”, chi infine, dall’altra parte, crede che “in questo modo la vittoria al primo turno del governatore torna in discussione e un patto Giachetti-Martina in Assemblea potrebbe portare al ribaltone”. Voci disordinate, raccolte in una comunità in disfacimento. Al punto che c’è chi, tra gli ex renziani, non esclude di convergere sullo stesso Zingaretti. Per quest’ultima opzione occorre volgere lo sguardo verso Milano, dalle parti di Lia Quartapelle e Pierfrancesco Maran, dove il pragmatico e vincente modello dem ha poca voglia di stare al passo con i giochetti romani.

Davanti a tutto questo, il convitato di pietra Matteo Renzi resta alla finestra. Passa da un post su Facebook a una newsletter, da un’ospitata a ‘Porta a Porta’ a un’intervista su Vanity Fair. Imperversa, come ai vecchi tempi. E prende le distanze dal teatrino del Pd, almeno a parole. Dice che il suo grande errore “è stato quello di non aver usato abbastanza il lanciafiamme nel partito”, però parla dei dem come di una cosa lontana, secondaria. Nega che “una scissione sia all’ordine del giorno”, ma spiega come in Italia manchi “un partito come i Verdi tedeschi, En Marche di Macron o Ciudadanos in Spagna”.

Tutto e il contrario di tutto, un po’ come sta facendo da anni Matteo Salvini. E, a proposito di Salvini, la citazione di Ciudadanos apre scenari inediti. Delle tre una: o Renzi non è aggiornato sull’evoluzione politica dell’ex partito civico, nato dodici anni fa in Catalogna e diventato una formazione nettamente di destra. O è consigliato male. O ha un disegno. Albert Rivera, leader di Ciudadanos, sta per chiudere un accordo con il Partito Popolare e l’ultradestra di Vox, in Andalusia. Nell’area dei pensatori renziani, c’è chi comincia a credere che il modo per uscire dall’angolo sia una virata verso destra, non più verso il centro. Liberale, civica, moderata, europeista. Ma che guardi da quella parte là. Quella del sì alla Tav, della riduzione fiscale, della concretezza e del no alla retorica assistenzialista.

Questa è un’altra storia, che ovviamente non dipende solo da quel che deciderà di fare Renzi. Ma gli equilibri, nel fragile panorama politico italiano, non sono mai stati così incerti.

Da Linkiesta

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