Pd. Congresso e dintorni

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Parte, non parte, sta partendo. Parliamo ovviamente del congresso del Pd. I candidati a capotreno si sono schierati e pare che siamo al fischio di partenza. Non sappiamo cosa pensi di fare il vecchio padrone del vapore, Matteo Renzi, certo non un partito di bolliti con Romani di Forza Italia, anche se questa è la stagione del bollito, ma non pare entusiasta di nessuno dei due candidati, per Zingaretti poi ha una certa avversione. Pareva sponsorizzasse Minniti, una vera nemesi per chi ha rottamato D’Alema, sostenere una sua copia, con lui sarebbe tornata in auge la merchant bank di Palazzo Chigi, l’unica dove non si parlava inglese. A Martina, Renzi non crede, del resto avendolo avuto come vice, ne conosce bene la consistenza, che è quella di un budino al sole, pertanto le sue mosse saranno imprevedibili e impreviste. Il fiorentino dovrà lottare per sopravvivere, anche se un esercito fatto da Scalfarotto, Gozi, Andrea Romano, oltre al giglio tragico, sembra un’armata Brancaleone. Pur con questo non trascurabile problema, il congresso è importante, anche se in uno scenario dominato dai due partiti di governo, non sembra. Sarebbe importante avere una sinistra capace di disegnare un’alternativa e pure di comprendere perché ha perso rovinosamente. Una sinistra che dovrebbe capire la rabbia e la sofferenza di vaste aree del Paese, di lavoratori e ceti medi impoveriti dalla globalizzazione. Un Paese in cui si è rotto l’ascensore sociale e dove si è passati dall’emulazione del successo, all’invidia. Un Paese a cui la sinistra è apparsa distante, legata, a volte prigioniera delle élites intellettuali, economiche, burocratiche. Una sinistra tecnocratica che ha calato dall’alto temi anche giusti, come lo sviluppo tecnologico, i diritti dei diversi, per lo più nella sfera sessuale, a milioni di persone che si chiedono solamente come arrivare alla fine del mese, sapendo che la loro vita è un tunnel senza sbocco, ancora adesso incapace di capire perché non siano state accolte, in fondo sembravano buone idee. Dunque il congresso parte con questo handicap e rischia di prendere strade tortuose, Zingaretti vuole tornare alla sinistra d’antan, al pre- renzismo e non solo, ma quell’area è già occupata dai 5 Stelle, mentre Martina propone un referendum per abolire il decreto sicurezza,come se la paura fosse una percezione, non un dato reale e connaturato alla società di oggi, in questo lanciando un siluro alle politiche di Minniti, sotto la spinta del cattolicesimo sociale, di cui sono espressione Delrio e Ricchetti, un cockail di buoni sentimenti e buoni businnes. Insomma, una sorta di tutti contro tutti, più che un congresso, una assemblea Telecom, una lotta all’ultimo voto per eleggere un Cda che non ha un programma, né un piano industriale e come in Telecom, sia che vinca un Vivendi o un Elliot, si eleggerà solo l’Ad. Ci vorrebbe, come cantava Giorgio Gaber, un’idea un concetto, un’idea…

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