Il punto sui mercati

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 Dopo tre settimane di violenta avversione al rischio che ha determinato una delle correzioni più rapide sui mercati azionari fuori da una recessione, il mese di ottobre è terminato con un ampio recupero per gli asset rischiosi, guidati dall’equity. I mercati sembrano finalmente reagire alla stagione degli utili trimestrali USA migliore delle attese ed al flusso complessivamente positivo di notizie sul fronte geopolitico (in particolare con riferimento a Brexit, Italia e relazioni commerciali USA-Cina). Anche se sulla sessione di venerdì ha pesato l’andamento negativo di un colosso come Apple, l’S&P 500 ha chiuso la scorsa settimana in rialzo del 2,42%, tornando ad essere uno dei pochi indici azionari mondiali (insieme al Dow Jones Industrial ed al Nasdaq) registrare una performance positiva dall’inizio dell’anno. La possibilità che i negoziati commerciali tra USA e Cina possano ripartire in occasione del vertice del G20 di fine mese ha spinto gli asset del resto del mondo a sovraperformare quelli americani, guidati dall’equity dei Paesi Emergenti, ed a livello settoriale i ciclici stanno nuovamente sovraperformando i difensivi. Il ritorno della propensione al rischio è evidente anche sul mercato obbligazionario, dove, complici anche i dati macroeconomici USA, il rendimento del Treasury decennale punta nuovamente verso quota 3,2%. La dinamica iniziata la scorsa settimana sembra persistere anche nella settimana corrente, dove la geopolitica rimane al centro dell’attenzione, con le ripercussioni dell’entrata in vigore delle sanzioni USA all’Iran e, soprattutto, le elezioni di medio termine americane del 6 novembre.

Mentre le elezioni di medio termine USA rappresentano probabilmente il principale evento politico dell’ultima parte dell’anno, il loro impatto sui mercati finanziari sarà probabilmente di breve durata, a meno di sorprese significative. Il consenso degli economisti e degli analisti politici vede come scenario di base la conquista della maggioranza della Camera dei Rappresentanti da parte dei Democratici e la conferma della maggioranza al Senato da parte dei Repubblicani, in nessuno dei due casi con un margine molto ampio. Nello scenario di base, ci si può aspettare un generale stallo dell’attività politica USA sotto diversi fronti (compreso economico), analogamente ad altri casi di “Congresso diviso” nel passato (come durante la presidenza Obama). I Democratici alla Camera cercheranno di portare avanti le istanze di impeachment del Presidente Trump e le indagini del commissario speciale Mueller sul Russiagate avranno verosimilmente nuovo impeto, che richiederà probabilmente un maggiore premio per il rischio politico domestico sugli asset USA. Inoltre la probabilità di nuove misure fiscali espansive sarebbe decisamente bassa, mentre la politica commerciale ormai ben avviata ed è comunque è in gran parte materia di competenza del Presidente.

I mercati finanziari sembrano prezzare questo scenario di prosecuzione della “Trumponomics” sotto un Congresso diviso, pertanto ampie oscillazioni di mercato sono possibili qualora altri scenari emergessero dalle elezioni: la conferma della maggioranza repubblicana anche alla Camera aumenterebbe le probabilità di un potenziamento della politica fiscale espansiva e sarebbe verosimilmente accolta da un marcato rally degli asset USA. Viceversa, la conquista democratica anche del Senato implicherebbe un maggiore rischio di deragliamento della “Trumponomics” e di impeachment del Presidente, e la risposta dei mercati sarebbe negativa.

Considerando che gli asset USA arrivano alle elezioni giusto dopo una correzione significativa, la conferma dello scenario di base del Congresso diviso può essere accolta positivamente dai mercati, ma in ottica di asset allocation sarà più rilevante la persistenza dell’eccezionalità macroeconomica degli USA rispetto al resto del mondo. Nel terzo trimestre il differenziale di crescita è rimasto chiaramente sbilanciato a favore degli USA, dove l’economia è cresciuta più del previsto, mentre Eurozona e Cina hanno deluso le attese e l’economia del Giappone si è verosimilmente contratta, anche per effetto di catastrofi naturali. Il flusso di dati già disponibili per il quarto trimestre segnala un deterioramento dello scenario macroeconomico, con un tasso di crescita dell’economia mondiale probabilmente scivolato sotto il 3%, ma non la fine dello sbilanciamento del differenziale di crescita a favore degli Stati Uniti. Gli indici ISM USA sono in ripiegamento dai massimi dei mesi scorsi ma rimangono a livelli prossimi a 60, compatibili con una crescita intorno al 2,5% annualizzata; inoltre il report di ottobre sul mercato del lavoro statunitense è risultato solido sotto ogni aspetto, dalla creazione di nuove buste paga non agricole (la media mensile trimestre è nuovamente oltre 200.000 unità, il doppio di quanto compatibile con un mercato del lavoro in equilibrio di lungo termine), al tasso di disoccupazione alla crescita dei salari. Al contrario la batteria di PMI in Europa e nei Paesi Emergenti ha iniziato il quarto trimestre in diffuso deterioramento.

Con i rischi per la crescita USA nel 2019 che iniziano a virare al ribasso per il venir meno dell’impatto positivo dello stimolo fiscale a fronte del maggiore impatto negativo della restrizione delle condizioni finanziarie e con il recente intensificarsi delle misure di stimolo macroeconomico in Cina, gli asset rischiosi fuori dagli Stati Uniti hanno già iniziato a sovraperformare quelli americani nel mese di ottobre. La combinazione dello stallo della politica economica americana nello scenario di Congresso diviso, della comparsa di qualche segnale di miglioramento dell’attività economica in Cina prima della fine dell’anno ed il potenziale di retorica meno aggressiva della Casa Bianca in politica estera e commerciale dopo le elezioni può fare da catalizzatore per una rotazione più ampia delle performance relative a favore degli asset del resto del mondo rispetto a quelli USA.

Nel frattempo, gli investitori sembrano aver realizzato che la stagione delle trimestrali americane è migliore delle (basse) aspettative, anche se l’ipersensibilità a riduzioni anche marginali delle guidance per il futuro rimane intatta (come si è visto per Apple). Circa il 77% delle società dell’S&P 500 che hanno riportato finora gli utili per il terzo trimestre ha battuto le attese, con una crescita su base annua dell’utile per azione di circa il 25%, il più elevato dal quarto trimestre del 2010 e 6 punti percentuali oltre le attese. Un numero così elevato certamente non contribuirà a ridurre i timori che il ciclo dei profitti aziendali abbia raggiunto l’apice, ma con l’economia USA attesa crescere oltre il 2% ancora per gran parte del 2019 e con quella cinese che potrebbe riprendere vigore a partire dalla fine del 2018, il contesto macroeconomico per la redditività delle imprese rimane ancora positivo.

 

 

 

 

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