SOGNI E ALTIFORNI – Piombino Trani senza ritorno

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 Gordiano Lupi (Piombino, 1960). Collabora con Futuro Europa, Inkroci, Valdicornia News e altre riviste. Dirige le Edizioni Il Foglio Letterario. Traduce molti scrittori cubani. Tra i suoi lavori ricordiamo: Nero Tropicale, Cuba Magica, Quasi quasi faccio anch’io un corso di scrittura, Almeno il pane Fidel, FelliniA cinema greatmaster, Fame – Una terribile eredità, Storia del cinema horror italiano in cinque volumi, Soprassediamo! – Franco & Ciccio Story, Gloria Guida, il sogno biondo di una generazione, Tutto Avati – Il cinema di Pupi Avati. Ha tradotto La ninfa incostante di Guillermo Cabrera Infante (Sur, 2012). I suoi ultimi romanzi – Calcio e acciaio – Dimenticare Piombino (2014) e Miracolo a Piombino Storia di Marco e di un gabbiano (2016) – sono stati presentati al Premio Strega. Blog di cinema: La Cineteca di Caino (http://cinetecadicaino.blogspot.it/). Blog di cultura cubana e letteratura: Ser Cultos para ser libres (http://gordianol.blogspot.it/). Pagine web: www.infol.it/lupi. E-mail per contatti: lupi@infol.it

SINTESI DI QUARTA:

Termino la doccia, mi vesto, preparo la borsa e saluto Leonardi. Un’occhiata distratta al campo sintetico del Valentino Mazzola, dipinto d’un verde innaturale, e riparto alla volta di Piombino, il gigantesco altoforno sullo sfondo che nasconde il ricordo del volto di mio padre. Mi pare di sentirlo ancora ripetere, al tavolino, dando le spalle al mostro d’acciaio: “Mica vorrai finire là dentro, anche tu, figlio mio?”. No, papà. No che non ci volevo finire. E tu lo sapevi. Ero nato per non arrendermi e per lottare. Adesso che sono tornato resto un uomo insoddisfatto, senza la cosa più importante, senza il sogno che non avrei dovuto abbandonare. Non posso rinunciare a un panorama di lamiere contorte, a un gigante dai piedi d’argilla che si specchia sul lungomare, perché quel mostro senza vita resta la sola certezza della mia vita.

PER BANDELLE LATERALI:

La mia generazione è nata con i finti tramonti dell’acciaieria, dispensati a ogni ora del giorno, ben dopo il crepuscolo, persino a notte fonda. Avevamo tutto da vincere e tutto da perdere, non immaginavamo che fosse possibile sbagliare quel che abbiamo sbagliato. Ma gli errori sono la vita, in fondo. E una vita senza errori è l’errore più grande. Abbiamo vissuto convinti che fosse così ovunque, un’infinita varietà di tramonti sui quali sognare a ogni ora del giorno, farsi riscaldare il cuore nei momenti di solitudine, perdersi cullando nenie di dolce abbandono. Il tramonto rosso sul mare e i tramonti della colata continua dell’Acciaieria, quel residuo ferroso maleodorante, ebbro di fascino antico, profumo di lavoro, sudore, lotte operaie, sentore di contestazioni e scioperi, licenziamenti ingiusti, fatica per andare avanti e sognare. Un sole rosso notturno che poteva persino commuovere, incomprensibile per una fredda borghesia vacanziera a caccia di ombrelloni e per il commesso viaggiatore in transito, mentre per noi era un momento fondamentale della vita, uno scadenzario del tempo, un simbolo delle ore che passavano lente. Tramonto e odore penetrante, frutto di braccia operaie,  sudore di gente afferrata agli scogli che degradano al mare, prezzo da pagare per veri tramonti marini e paranze in canale a caccia di totani, nelle sere di bonaccia. Era un mondo  compenetrato di mare e fumi, di acciaio e dolci sere d’autunno segnate dal maestrale, di libecciate impetuose e di scorie di ferro che volano nel vento, di sogni nati e sfumati con il triste scirocco, di maleodoranti mattine con il gusto amaro della fabbrica nelle narici. E c’era quel mare compagno delle nostre vite che ci ripagava di quel che mancava. Non avremmo mai cambiato i nostri tramonti, veri e irreali, con freddi lidi distanti dai nostri cuori.

ALTRO:

Resta il rimpianto, questo lo so bene. Resta una vita. Restano i ricordi. Il presente è quel che mi circonda, isola infinita e profumata. Restano l’incanto e le onde frastagliate del mio mare. Non è poco. È tutto il mio passato.

Piombino, fuori, è pervasa di un profondo odore, che non è solo quello della pioggia. Una volta si sarebbe detto odore di carbone, di spolverino, adesso non più, solo salmastro e tamerici bagnate dal crepuscolo ottobrino. Mi dico che in fondo è soltanto l’odore del tempo, perduto o non perduto non so, del tempo che passa e seppellisce ricordi. Non è del tutto vero, purtroppo. È un odore impercettibile e lieve, confuso a migliaia di odori marini, di pini silvestri, di acacie e tigli dal fusto enorme, accanto a scogliere e gabbiani che degradano in sentieri di mare. È l’odore dell’inconcepibile e brutale grandezza della realtà, di un mondo esteriore che cambia ma è difficile da seguire con identici cambiamenti, perché la forza dell’abitudine è immensa. È l’odore del potere. Un potere tanto più duro quanto più si fonda sulla libertà, diventata ebbrezza e abitudine. Invecchiando comincio anche a sentire l’odore del potere. Mi sembra d’impazzire. E non è solo il potere dei presidenti arroganti che ho incontrato nella mia vita fatta di campi di calcio, gradinate ad anelli e tribune. Un passato che adesso mi appartiene come spettatore, ai margini della vita, ché una storia – pur bella e fantastica – non può essere la sola storia d’una vita. L’odore del potere diventato abitudine, assuefatto ai sensi, è odore di muffa, di vecchio, che si respira nei vicoli stretti della città vecchia, nei lungomare tenebrosi di notturni autunnali, tra frasche verdeggianti d’una pineta che si affaccia sulle isole. E si sente, – inutile dire che non è vero, che è impossibile -, si sente dall’odore che pervade l’aria che il nostro piccolo mondo antico ha bisogno di novità, di grandi novità. Filosofia d’un vecchio calciatore solitario, al balcone della sua esistenza, filosofia spicciola, forse, di un uomo che in fondo non ha mai avuto il coraggio di rinunciare all’abitudine. Ma adesso è il momento di non lasciarci spaventare. Assecondare il bisogno di novità, lasciando i pensieri liberi di vagare tra le onde d’un mare placido, in un’estate autunnale che non accenna a finire.

Comprendo cosa vuol dire. Certo, non c’è solo il calcio, lo so. Issad Rebrab, che Costa Etrusca tempo fa mise sul podio, nominandolo piombinese dell’anno – nonostante sia algerino -, proponendo quasi di scolpire una statua in suo onore. Issad Rebrab, che qualche anno fa si vedevano cartelli ovunque con sopra scritto Grazie Cevital! tradotto nel francese Mercì Cevital!, sembrava che dovesse arrivare una neolingua, il piombinese francesizzato, per capirsi meglio. Issad Rebrab, che avrebbe dovuto salvare la patria, facendo ripartire la produzione di acciaio, finanziando bonifiche, riconversione agroalimentare, strutture portuali e commercio. Issad Rebrab, che ha finito per bloccare Piombino per quasi tre anni, tra promesse non mantenute e sogni di investimenti mai arrivati. Issad Rebrab, una delle più colossali prese in giro che questa terra antica, abituata a lavorare il ferro dai tempi degli Etruschi, ha dovuto sopportare. C’è anche lui, purtroppo. Ci sono tutti i problemi e le illusioni che ha creato, perché eravamo in tanti a crederci. Pure io, lo confesso. Uno scrittore locale ha pubblicato una Storia Popolare di Piombino inserendo come sottotitolo dagli Etruschi a Cevital. Mi viene da ridere. Dovrà ristamparlo, credo. Cevital non c’è mai stata, bolla di sapone volata nel vento, sogno perduto. E insieme a lei sono cadute tutte le nostre illusioni.

Piombino è una città di mare che pare dimenticarsi del suo mare, sconvolta da troppi pensieri, immersa in un panorama industriale che da sempre le appartiene. Il mare puoi scordare persino che esista, ricordare soltanto le ciminiere e la sirena della fabbrica che scandisce monotoni turni di lavoro. Adesso molto meno, ché tutto è fermo da tempo. Adesso che acciaio significa speranza non resta che attendere il futuro. Immersi nel nostro mare. Prigionieri di sogni impossibili.

E adesso, quel bambino nato con un cielo che diventava rosso alle ore più impensate non riesce più a capire, ha perduto punti di riferimento e sogni, tra voli di gabbiani anneriti e fischi di sirene. Non è più tempo di colate continue e di altiforni, dicono, ma di ricostruzione, alternativa, progresso, diversificazione. Gli occhi restano protesi verso l’alto, però, sarà la forza dell’abitudine, ma un altoforno spento rende questa terra irreale, triste, sonnolenta. E ci mancano gli infiniti tramonti, ci manca il rumore del ferro, ci manca l’odore penetrante della polvere di carbone. Finiamo per sognare di tanto in tanto una casa sporca di fuliggine e un giardino di città, mille sere d’estate passate a parlare mentre un treno corre sui binari e un fumo rosso fuoco si staglia all’orizzonte. Era il finto tramonto del nostro passato. Ed entrambi non possono tornare.

Piccole palme della mia piazza delimitata da pretura e angoscia, fabbrica maleodorante e povere case operaie che racchiudevano l’unico grande sogno di far crescere i figli in un mondo migliore. “Tu non ci devi finire, là dentro”, dicevano i nostri padri indicando il gigante d’argilla, il mostro di ferro e fumo che diffondeva ricordi e sudore, lacrime e rimpianti, nelle notti estive pervase da pensieri e sogni, briciole di futuro stemperato in crepuscoli dorati. E adesso che sono in tanti a chiedere di fare lo stesso lavoro dei padri, adesso che neppure quello è possibile, che un lavoro basta sia non è facile trovarlo, adesso che tante illusioni son cadute e che insieme al poeta puoi tornare a dire: questo di tanta speme oggi mi resta, adesso puoi soltanto pensare che non ce l’abbiamo fatta a costruire un mondo migliore. Nonostante la luna. Nonostante i ricordi.

 

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