WSJ/ Come finirà l’ennesima crisi di nervi dell’eurozona

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 di Holman W. Jenkins, jr.

 

Non è esagerato constatare che l’Unione europea sia sull’orlo di un’altra crisi, a motivo della battaglia in corso contro l’Italia sulla nuova legge di bilancio del Paese.

In nessun punto del saggio L’arte della negoziazione o altro testo simile si consiglia di arrivare nel corso di un negoziato alla seguente situazione: nessuna delle due parti può tirarsi indietro senza un imbarazzo inaccettabile, ma il restare ognuno sulle sue posizioni porterà a una catastrofe inaccettabile.

Al di fuori della Germania, i più vogliono incolpare Bruxelles per questo triste stato di cose. I mandarini dell’UE insistono sul fatto che l’Italia mantenga l’impegno precedente di mantenere il deficit allo 0,8% del prodotto interno lordo invece del 2,4% proposto dalla coalizione populista che ora gestisce il paese.

Se non fosse per la promessa dello 0,8% fatta da un governo italiano (che è stato estromesso dal potere dagli stessi italiani), l’UE ha normalmente il diritto di montare su un cavallo così alto solo quando il deficit di un membro raggiunge il 3%. E allora, perché intraprendere questa battaglia?

Non è una cattiva domanda, ma coloro che dicono “è colpa di Bruxelles” trascurano un punto chiave. Il resto d’Europa è essenzialmente a rischio, per colpa della spesa pubblica italiana, perché l’Italia è troppo grande per fallire. Parlare di sovranità e di volontà popolare da parte degli arrabbiati leader italiani sarebbe più considerevole se gli italiani fossero preparati ad affrontare i mercati globali sulla base della non eccelsa reputazione del merito di credito del loro paese. Non lo sono.

Inoltre, è giusto dire che gran parte dell’Europa, Francia compresa, rimane a galla finanziariamente solo grazie al sostegno implicito della Banca Centrale Europea. Ecco quindi il problema: se l’Italia fosse autorizzata a spendere ciò che vuole, altri governi potrebbero sentire la necessità politica di fare lo stesso. I paesi dell’Eurozona potrebbero quindi fare a gara nel consumare la credibilità della BCE, per paura che altri la usino per primi.

La Francia ha costantemente superato il limite del 3% del deficit. La Spagna sta parlando di un grande aumento del salario minimo. I meccanismi di protezione della BCE non sosterranno una concorrenza a tempo indeterminato tra le economie europee a lenta crescita. Realisticamente, all’Italia non sarà concesso di far saltare in aria l’eurozona. Bruxelles risponderà probabilmente agli eccessi di bilancio dell’Italia comminando al paese forti multe per aver infranto le regole, e l’Italia pagherà attingendo essenzialmente alla carta di credito della BCE.

Questo è ciò su cui conta il governo italiano. Qualsiasi altro risultato potrebbe disonorare la coalizione di governo o spingere l’Italia ad uscire dall’eurozona, scatenando il caos sulle banche europee. A un certo punto, tuttavia, il gioco del procastinare e del fingere dovrebbe finire, nel momento in cui l’euro stesso divenisse non più affidabile per i risparmiatori e i trader, a meno che non si creda in un miracolo di crescita che renda rimborsabili i debiti dell’Europa.

La colpa è di Angela Merkel. Nel caso emblematico della Grecia, sia il debitore che i creditori finali (che ora si rivelano per lo più contribuenti europei) ora starebbero meglio se il paese avesse ricevuto una significativa riduzione del debito in cambio di una vera e propria riforma volta a consentire la crescita del settore privato.

L’illusione più importante che la Merkel ha cercato di sostenere è che il denaro dei contribuenti europei non era stato utilizzato per sostenere le banche tedesche e francesi che avevano prestato alla Grecia. Alla luce dei fatti, il denaro dell’UE è stato versato in Grecia proprio per sostenere le banche tedesche e francesi.

L’Italia dall’inizio di quest’anno è gestita da una coalizione di un partito populista, non serio, che vuole dare denaro gratuito a milioni di cittadini, e da un partito, spesso serio, a favore delle imprese e che promuove la riforma fiscale e normativa, che è esattamente ciò di cui l’Italia ha bisogno nel lungo periodo.

La riforma fiscale e la deregolamentazione sono anche ciò di cui l’Europa ha bisogno per la sopravvivenza dell’euro. Purtroppo, questa soluzione si scontra con un’altra priorità nella mente dei leader europei. Bruxelles, per evitare futuri disordini, vuole assumere il controllo della tassazione, della spesa e della regolamentazione bancaria degli Stati membri sovrani, materie su cui non c’è il supporto degli elettori.

La verità è che l’euro potrebbe sopravvivere bene se i paesi membri fossero ritenuti veramente responsabili dei debiti che hanno contratto nella moneta comune. Veramente responsabile, in questo senso, significa consentire l’inadempienza legale (default), in modo che creditori e debitori condividano le conseguenze del loro errore, quello di caricare alcuni paesi con più debito di quanto i loro elettori siano disposti o in grado di pagare.

Arrivare fino a lì non è mai stato così difficile come potesse sembrare. Richiede solo di riorientare l’attuale architettura ufficiale e ufficiosa in materia di salvataggi finanziari, da sostegno a governi spericolati a sostegno di banche spericolate.

Purtroppo, l’idea di un euro realmente disciplinato è così estranea alle élite europee che non sanno neanche trovare le parole giuste per promuoverlo. Il mormorio rassicurante è sempre stato che, senza ombra di dubbio, l’Unione europea avanzerà a maggiore gloria, una crisi alla volta. Se questo è il piano, allora c’è in serbo qualcosa di veramente glorioso

 

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