Mercati valutari: India, Indonesia e Cina

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 India

Anche se il ritmo annuo dell’8,2% del 2Q sarà difficilmente sostenibile, la crescita dell’economia indiana dovrebbe chiudere il 2018 ben oltre il 7%, in miglioramento rispetto al 2017. Il deficit delle partite correnti è aumentato a causa della crescita dell’import e degli elevati prezzi delle materie prime, ma è ancora meno della metà dei livelli di metà 2013 ed la bilancia dei pagamenti è ampiamente finanziata dai flussi di capitali dall’estero. L’inflazione si è spostata nella parte alta del range target della Banca Centrale (RBI), alimentata dai prezzi più alti delle materie prime d’importazione e dalla svalutazione della rupia, spingendo la RBI ad aumentare i tassi di 50 punti base da inizio anno (6.5%); le crescenti pressioni inflazionistiche e la persistente debolezza della divisa potrebbero facilmente indurla ad aumentare ancora i tassi prima della fine dell’anno. La INR è sotto intensa pressione dalla metà di aprile, sulla scia di una combinazione di fattori esterni (forza del US$, aumento del prezzo del petrolio, peggioramento del sentiment degli investitori nei confronti degli asset dei Paesi Emergenti) ed interni (gestione del deficit di conto corrente e fiscale in un anno pre-elettorale caratterizzato dal minore rigore sui conti pubblici). Manteniamo quindi la view neutrale sulla rupia indiana: nonostante i solidi fondamentali macroeconomici ed il potenziale di rialzo dei tassi, la Banca Centrale (che pure ha un notevole potenziale di fuoco per intervenire sul mercato) non sembra preoccupata dell’attuale ritmo di svalutazione del cambio e saranno probabilmente necessari un aumento del carry reale (dal 2% attuale ad almeno il 3%) o il venir meno dei fattori esterni negativi per un’inversione di trend.

Indonesia

La crescita dell’economia dell’Indonesia è rimasta relativamente stabile negli ultimi anni, oscillando intorno al 5% annuo. La crescita economica rimane forte trainata dalla spesa pubblica e dalla maggiore spesa per consumi e sebbene le condizioni finanziarie interne più restrittive creino rischi al ribasso per l’attività economica nei prossimi trimestri, la solida posizione fiscale dell’Indonesia dovrebbe continuare è una significativa rete di salvataggio. Il disavanzo delle partite correnti è in aumento, a causa della maggiore domanda domestica e dei bassi prezzi delle commodities di esportazione. Il drastico aumento dei tassi di interesse (la BI ha aumentato i tassi di 125 punti base da maggio) è la conseguenza della forte debolezza dell’IDR, esasperata più di recente dagli sviluppi in Turchia. Nonostante la Banca Centrale dell’Indonesia sia stata una delle poche nei Paesi Emergenti ad aumentare i tassi d’interesse preventivamente ed in modo aggressivo per preservare la stabilità finanziaria, la storica vulnerabilità della rupia indonesiana alle condizioni finanziarie internazionali ha preso il sopravvento rispetto ai solidi fondamentali macroeconomici ed una view neutrale sulla IDR è ora più appropriata. Anche se a livello di carry la IDR è estremamente attraente (i tassi swap a 1 sono all’11%), una pausa nelle tensioni internazionali è necessaria per innescare il recupero.

Cina

I recenti dati macroeconomici indicano un indebolimento dell’attività economica in Cina nel secondo semestre, con la crescita attesa convergere verso il target governativo del 6,5%. Per proteggere l’economia dall’impatto negativo delle tensioni commerciali con gli USA, il Governo ha deciso una significativa espansione della politica economica, sia sul fronte monetario (determinando una significativa riduzione dei tassi di interesse di mercato) che sul fronte fiscale (aumento della spesa pubblica, soprattutto in infrastrutture, e taglio delle imporste), i cui effetti positivi non si manifesteranno prima della fine dell’anno. A breve termine, lo scenario macroeconomico della Cina è dominato dalle tensioni commerciali con gli Stati Uniti e la relazioni tra i due Paesi rimarranno turbolente durante la compagna elettorale per le elezioni di medio termine di novembre negli Stati Uniti, in linea con una maggiore attività politica della Presidenza Trump. Il CNY è stata una delle valute più penalizzate dalle tensioni commerciali scatenate dalla Casa Bianca, sia perché la Cina è il target preferito delle iniziative americane, sia per l’ampia divergenza di politica monetaria che si è aperta rispetto agli USA, sia probabilmente come forma di ritorsione per l’imposizione dei dazi americani, anche se recentemente le autorità cinesi hanno segnalato di non gradire ulteriori brusche svalutazioni del cambio. Con le tensioni con gli Usa difficilmente destinati ad esaurirsi a breve, i rischi per il CNY rimangono al ribasso e manteniamo quindi la nostra view negativa.

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