Il punto sui mercati

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 Dopo le prime due settimane di agosto particolarmente tumultuose, i mercati finanziari sono stati relativamente più calmi nel resto del mese. La permanenza dei rendimenti obbligazionari USA e tedeschi intorno ai minimi recenti (rispettivamente 2,80% e 0,30% sulla scadenza decennale) segnala che l’avversione al rischio rimane strisciante, come conseguenza del flusso contrastato di notizie macroeconomiche, di politica economica e politiche e dei timori per la tenuta della crescita economica globale. Dall’altro lato i nuovi sviluppi non sembrano sufficienti a far deragliare il trend principale degli ultimi mesi sui mercati degli asset rischiosi, cioè la sovraperformance degli asset USA (equity e credito corporate) rispetto a quelli del resto del mondo. I vari fattori di rischio geopolitico o idiosincratico stanno soltanto creando oscillazioni più o meno accentuate intorno a questo trend, senza fornire chiari segnali di inversione.

Sul fronte macroeconomico, l’ultima settimana non ha fornito grandi novità. Gli eventi di politica monetaria potenzialmente importanti (minute delle ultime riunioni della Fed e della BCE, discorso del Governatore Powell al simposio dei banchieri centrali di Jackson Hall) hanno di fatto confermato la passata comunicazione: la Fed è confidente nel proseguire con il processo graduale di rialzi dei tassi, in linea con quanto prezzato dai mercati, dove la probabilità di un rialzo di 25 bp nel meeting di settembre supera il 90% ed è ben oltre il 50% per un altro rialzo in dicembre. La BCE nel frattempo è compatta sulla linea di politica monetaria annunciata in giugno e soddisfatta del fatto che i mercati finanziari sono sostanzialmente allineati ad essa (primo rialzo dei tassi nel quarto trimestre 2019). I dati macroeconomici sono stati probabilmente più interessanti: la progressione di sorprese positive sui dati USA sembra essere venuta meno, segnalando che il consenso degli investitori è sostanzialmente allineato all’aspettativa di crescita economica elevata, mentre la batteria di indici PMI preliminari di agosto non ha segnalato un peggioramento dell’attività economica nell’Eurozona. Anche se il differenziale di crescita USA-Eurozona rimane inequivocabilmente a favore degli USA (3,5% contro 2/2,5% rispettivamente su base annua) per il terzo trimestre, ogni segnale che l’espansione del resto del mondo cominci a chiudere la divergenza con gli USA dovrebbe essere accolta positivamente dai mercati degli asset rischiosi.

Il fronte politico è stato decisamente più attivo. Mentre i negoziati commerciali tra USA e Cina si sono conclusi con un nulla di fatto, gli Stati Uniti ed il Messico hanno finalmente annunciato l’accordo generale di revisione del trattato commerciale NAFTA. Anche se i dettagli sono ancora pochi, questo sviluppo rappresenta un significativo rafforzamento della posizione negoziale degli USA nelle dispute commerciali (soprattutto nel caso altamente in probabile in cui il Canada sarà costretto ad aderire). Anche per questo, probabilmente, le autorità cinesi hanno introdotto misure atte a frenare la svalutazione dello yuan, segnalando sia che movimenti eccessivi della valuta non sono più graditi, sia la volontà di contenere l’escalation della tensione con gli USA in vista di uno round potenziale di dazi su 200 miliardi di US$ di beni cinesi in autunno.

Mentre le tensioni commerciali USA e Cina rimangono elevate, il rischio politico domestico americano ha subito una drastica intensificazione, confermando l’idea che l’intreccio tra guerre commerciali e campagna per le elezioni di medio termine del 6 novembre rappresenta probabilmente la principale fonte di volatilità per i mercati ed il principale rischio per lo scenario nei prossimi due mesi. La scorsa settimana ha registrato nuove incursioni del Presidente Trump nella politica monetaria e valutaria (criticando il ciclo di rialzo dei tassi della Fed ed accusando Cina ed Eurozona di manipolare le proprie divise) ed un significativo aumento della probabilità di impeachment dopo gli ultimi risvolti giudiziari. Considerando che le elezioni saranno molto combattute e che le inchieste sul “Russia-gate” dovrebbero raggiungere l’apice nel corso dell’autunno, l’attivismo della Casa Bianca sembra destinato a rimanere elevato su tutti i fronti nelle prossime settimane.

I mercati degli asset rischiosi sembrano aver trascurato le questioni politiche americane e l’S&P 500 ha finalmente superato i massimi di gennaio, probabilmente guidato dalla considerazione che l’espansione fiscale di inizio anno, che proteggerà l’economia USA dalle turbolenze esterne almeno ancora per il resto dell’anno, non è a rischio di essere ritirata nemmeno con un cambio di maggioranza al Congresso. L’aumento del premio per il rischio politico USA, tuttavia, sta probabilmente tenendo alta la domanda di asset privi di rischio (primariamente Treasuries) e soprattutto sta pesando sul US$, che ha ritracciato tutto l’apprezzamento registrato nelle prime settimane di agosto, confermando l’estrema sensibilità alle vicende della Casa Bianca nell’era Trump. L’indebolimento del US$ insieme alle manovre cinesi per frenare la svalutazione dello yuan stanno alleviando lo stress sugli asset dei Paesi Emergenti e collegati (come le commodities), nonostante rimangano alcune sacche di debolezza legate a fattori di rischio idiosincratici. Peraltro molte di queste situazioni sono in gran parte legate alle posizioni di politica estera USA (Turchia, Russia, Cina) e la loro evoluzione è pertanto almeno in parte legata alla dinamica politica USA.

 

 

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