Decreto dignità un eccesso di allarme

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 Certo è che Luigi, superministro e vicepremier ama i titoli ad effetto e decreto dignità è appunto un grande titolo per un piccolo romanzo. La riduzione da 36 a 24 mesi dei contratti a termine, pur se giusta è una piccola cosa, anche se per via delle causali, molti contratti si fermeranno al dodicesimo mese. Cosa giusta è pure l’aumento dell’indennità per ingiusto licenziamento e pure i voucher. Come si vede, un decreto di aggiustamento, se si voleva fare la rivoluzione, bisognava capolgere la situazione attuale, togliere la flessibilità in entrata e metterla in uscita. Il problema per le imprese non è assumere a tempo indeterminato, ma la complessità quando devi ridurre il personale. Certo una simile impostazione richiederebbe l’esistenza di politiche attive per i licenziati e centri per l’impiego funzionanti, essendo i nostri irriformabili, sarebbe meglio affidarsi a quelli privati e stanziareun aumento degli ispettori per combattere il lavoro nero. Luigino ha detto che lo farà, ma questa poteva essere una occasione per uscire dal chiuso delle politiche passive, come la cassa integrazione. Se è un decretino, perché tanto rumore? Gli industriali italiani essendo per lo più piccoli, con la globalizzazione sono diventati piccoli anche i medi, lavorano soprattutto sul costo del lavoro e sui bassi salari, per competere, investendo poco in ricerca e innovazione. Grandi multinazionali non ne abbiamo, fatte salve quelle a controllo statale, Eni, Enel, Leonardo e tre finanziarie: Intesa, Unicredit e Generali, le ultime due guidate da francesi e candidate ad essere divorate da aziende francesi. Questo spiega come la flessibilità sul lavoro e sulla pelle dei lavoratori sia un tema sensibile per le imprese. Poi vi è stata la solita caciara politica, con annesso un corredo di imbecillità. Delrio ha annunciato che il decreto stava già producendo licenziamenti prima della sua approvazione, ora se il criterio è che c’è più lavoro più il mercato è selvaggio, non possiamo che essere d’accordo, ma detta da un partito di sinistra fa un po’ specie che si difenda la tesi che in un anno o due, con la causale, un imprenditore non capisca se un lavoratore è valido o non sia in grado di prevedere l’andamento del mercato. Anche se il problema degli sbalzi di mercato esiste per imprese che il mercato non lo fanno, perché sono per lo più contoterziste. Passi che a difendere questo turbocapitalismo sia Forza Italia, ma il Pd è in evidente stato confusionale. Il problema di rendere adulto il capitalismo italiano, con fondi pensione e incentivi alla crescita dimensionale e alla quotazione, lo hanno avuto tra le mani per sette anni e sono riusciti solo a rendere precario il lavoro. La linea dei 5 Stelle è di un ritorno al passato, magari pure al totem dell’articolo 18, una rigidità fatale per un capitalismo come il nostro, ma che il Pd non si ponga il tema di coraggiose correzioni del sistema, è ancora più preoccupante.

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