Il punto sui mercati

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 L’avversione al rischio sta salendo, con i mercati finanziari che reagiscono negativamente all’escalation di ostilità sul tema del commercio internazionale, alla luce dell’aggressività degli Stati Uniti nel promuovere una politica commerciale più chiaramente protezionistica e della risposta come rappresaglia degli altri Paesi, in particolare Cina ed Unione Europea. Come conseguenza, la volatilità ha ripreso a salire sul mercato azionario, con il VIX (l’indice della volatilità implicita dell’S&P 500) tornato nel range 15/25 prevalente tra febbraio e aprile ed il rendimento del Treasury decennale USA che rimane ben al di sotto della soglia del 3%, pur in assenza di un repricing in termini “dovish” della politica monetaria USA. Mentre in generale gli asset dei Paesi Sviluppati continuano a sovraperformare quelli Emergenti, alcuni dei trend più forti sugli asset rischiosi nelle ultime settimane sembrano aver registrato una battuta di arresto, come la sovraperformance del credito corporate high yield americano nel mercato obbligazionario e dei settori tecnologici, ciclici e small cap nel mercato azionario USA. Nel mercato valutario la dinamica sembra meno evidente, con il US$ colpito da prese di profitto contro Euro (probabilmente per lo scioglimento delle posizioni rialziste di divisa USA recentemente costituite) ma sempre forte contro le valute Emergenti, soprattutto ora che lo yuan cinese ha iniziato a deprezzarsi più vistosamente. Lo stress politico rimane parimenti elevato, con l’attività del Governo italiano e la potenziale crisi di Governo in Germania al centro dell’attenzione, e nel weekend il vertice del Paesi esportatori di petrolio OPEC e non OPEC ha fornito un’utile distrazione, anche se non totalmente isolata dalle altre dinamiche politiche e di mercato.

I dati macroeconomici e la politica monetaria sono passati relativamente in secondo piano rispetto al flusso di notizie geopolitiche. Il simposio dei banchieri centrali di Sintra non ha fornito spunti particolari, anche perché le novità principali erano giunte appena la settimana precedente. Sia Powell che Draghi hanno ribadito la linea di policy delle rispettive Banche Centrali, anche se il Presidente della BCE ha probabilmente rafforzato la cautela già espressa sul percorso futuro di rialzo dei tassi. Più interessanti sono stati i meeting della Bank of England e della Norges Bank, dai quali è emerso un orientamento complessivamente “hawkish” in contrasto con quello chiaramente “dovish” della BCE. La probabilità di un rialzo dei tassi in Gran Bretagna in agosto è aumentata sensibilmente, dopo che il capo economista della BOE ha inaspettatamente votato per alzare i tassi già in giugno, mentre la Norges Bank ha confermato l’orientamento di aumentare i tassi in settembre. Sul fronte dei dati macroeconomici, il flusso negli USA è coerente con tasso di crescita del PIL elevato nel secondo trimestre, ad un ritmo annuo tra il 3 ed il 4%, anche se oggettivamente non tutti gli indicatori sono stati positivi. Per il momento, tuttavia, non si riscontrano segnali significativi di impatto negativo della recente tensione commerciale sull’attività economica. L’indice PMI preliminare di giugno per l’Eurozona ha interrotto la serie di 5 ribassi consecutivi, che potrebbe preludere ad una stabilizzazione dell’attività economica dopo il tonfo del primo trimestre.

La decisione della Cina di rilassare ulteriormente il mix di politica economica con un taglio del coefficiente di riserva obbligatoria delle banche non è giunta inaspettata, sia alla luce delle precedenti indicazioni di policy che dei crescenti rischi di impatto negativo del protezionismo USA sull’attività economica. Nell’ultima settimana la retorica commerciale americana si è ulteriormente inasprita, mettendo a rischio di dazi gran parte delle importazioni USA di beni cinesi; inoltre la Presidenza Trump ha minacciato esplicitamente anche le importazioni americane di auto europee, una misura che colpirebbe particolarmente la Germania. A queste si aggiungono potenziali restrizioni agli investimenti cinesi nel settore dell’alta tecnologia USA ed il fatto che ogni iniziativa americana sta venendo seguita dalla ritorsione di Cina e Unione Europea. L’impatto effettivo sull’attività economica dell’escalation delle “guerre commerciali” è molto difficile da valutare, considerando l’erraticità delle iniziative americane e la dimensione relativamente contenuta dei volumi di beni assoggettati a dazi rispetto al PIL dei Paesi coinvolti, ma la situazione può facilmente sfuggire al controllo. Il rischio al ribasso principale per lo scenario macroeconomico mondiale è che le recenti tensioni evolvano in uno “shock da offerta”, i cui effetti sono storicamente associati a crescita economica più bassa, inflazione più alta e politica monetaria più restrittiva.

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