Da Siena al deserto, la storia al galoppo – Mario Sechi

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 La Toscana non è più rossa, il Centrodestra non è più berlusconiano, la partita dell’Europa si gioca tra Berlino, Roma e la Libia. Il Signor Zeitgeist ha lanciato i dadi, sul tavolo c’è la fine del Pd e un nuovo inizio del Governo Frankenstein. Serve un New Deal italiano.

La Toscana non è più rossa, il Centrodestra non è più berlusconiano. I ballottaggi nei Comuni hanno messo il timbro sullo scenario del 4 marzo, stanno scorrendo i titoli di coda sulla storia del Pd, della sua eredità dissipata dai protagonisti di ieri e di oggi, mentre l’altro pianeta della galassia politica italiana, il Movimento 5Stelle, non perde, conquista qualche Comune importante (Avellino e Imola) ma deve trovare la sua fisionomia elettorale che non passa per le alchimie di governo alternativo (attribuite a Fico o ad altre comparse) ma per la definizione della propria identità che per ora non c’è, l’epoca del vaffa, cari ragazzi, è finita, siete nella stanza dei bottoni e dovete dimostrare di saperli almeno riconoscere. Grammatica e tabelline, non serve molto altro.

La crisi del Pd è di impressionante rapidità, stiamo assistendo alla sua implosione. Avevamo detto e scritto che la prospettiva di un crash come avvenne nel 2016 per il Partito socialista francese non era remota, era sul tavolo della storia, palleggiata dal Signor Zeitgeist come un tiro di dadi, sapevamo che prima o poi sarebbe avvenuto. Ieri c’è stato il lancio e sul tappeto verde sono usciti numeri da libri in tribunale: Siena, Pisa, Massa e Imola hanno cambiato segno. La presenza di Siena, città di contrade e Palio, corse al galoppo e rivalità fiammeggianti, sfide e passioni, storia profonda, tradizione inscalfibile, dona alla scena un simbolisco antico in cui si riconosce il tratto dell’italianità, il suo carattere. Si chiama colpo al cuore – la Regione rossa, la Toscana, l’ultimo fortino rimasto – e le ragioni di questa disfatta sono talmente profonde che guardarle fa spavento a chi ha scavato con le sue mani questa fossa.

La presenza di Siena, città di contrade e Palio, corse al galoppo e rivalità fiammeggianti, sfide e passioni, storia profonda, tradizione inscalfibile, dona alla scena un simbolisco antico in cui si riconosce il tratto dell’italianità, il suo carattere.

Sono di fronte alla crisi della socialdemocrazia europea e al crollo del racconto della globalizzazione, là fuori c’è una classe media che ha perso lavoro, reddito e identità, una borghesia che scivola verso la povertà, smarrita e impaurita.

Sono di fronte alla distanza oceanica tra presunte classi colte e famiglie nel limbo, establishment e lavoratori, cosmopoliti e territorializzati, upper class e “popolo degli abissi” (Jack London), terrazzati e condomini anonimi.

Questa distanza è fatta di cose materiali, necessità concrete, bisogni urgenti, aspirazioni ideali e un orizzonte di sogni già infranti: mandare i figli a scuola, pagare il mutuo, dare il sangue sorridendo a Dracula – il fisco italiano – permettersi un paio di scarpe nuove quando le altre sono consumate e rotte, vestirsi con decenza, non ridursi a mangiare junk food, la benzina per la macchina, un viaggio ogni tanto con la famiglia, una pizza per non sentirsi soli, il piccolo risparmio per l’emergenza sempre in agguato, le bollette della luce, del gas, del telefono, non subire l’umiliazione di vedere i propri figli poveri guardare ai figli dei ricchi con quel sentimento che Antonio Gramsci, povero tra i poveri, un bambino nel paesaggio di Ales, Santu Lussurgiu, Ghilarza, nella Sardegna dei contadini e dei reietti tra la fine dell’Ottocento e gli albori del Novecento urlò così:

Che cosa mi ha salvato dal diventare completamente un cencio inamidato? L’istinto della ribellione, che da bambino era contro i ricchi, perché non potevo andare a studiare, io che avevo preso dieci in tutte le materie nelle scuole elementari, mentre andavano il figlio del macellaio, del farmacista, del negoziante di tessuti. Esso si allargò per tutti i ricchi che opprimevano i contadini della Sardegna ed io pensavo allora che bisognava lottare per l’indipendenza nazionale della regione: “Al mare i continentali”. Quante volte ho ripetuto queste parole. Poi ho conosciuto la classe operaia di una città industriale e ho capito ciò che realmente significavano le cose di Marx che avevo letto prima per curiosità intellettuale.

Non è un paesaggio remoto, è l’esplosione dell’oggi in altre forme ancora più crudeli, spietate, definitive. L’allucinazione metropolitana dove l’aggressione assume le forme della disintegrazione culturale, la desolazione dei luoghi abbandonati, la coabitazione degli ultimi della Terra con i reietti di casa nostra, la guerra tra diseredati in quartieri dove anche il cemento è in ginocchio, l’uscita al centro commerciale per non comprare niente ma osservare il sogno in vetrina (leggere *Lo spettacolo della merce.* I luoghi del consumo dai passages a Disney World, di Vanni Codeluppi), il ruggito del Non Essere che chiama la coscienza ogni giorno, lo specchio che ogni mattina deforma l’anima, l’orologio di Baudelaire che ogni giorno intima “ricordati!” e in quell’ammonimento ci sono impegni che non puoi mantenere, una vita a debito dove il credito si paga con la vita. Cosa ne sanno gli intelligenti in carrozza di questo mondo, dei padri di famiglia che piangono in bagno, di nascosto, perché hanno perso il lavoro a cinquant’anni e a questa età nessuno ti vuole, sei troppo giovane per finirla e troppo vecchio per ricominciare, che cosa ne sapete, voi che disquisite di case comprate e affittate in luoghi remoti, delle persone che si vendono la piccola abitazione per far studiare i figli, della disperazione che non trova neppure la forma dell’urlo di Munch, della fatica di vivere, dell’oppressione che si cela nel silenzio di uomini e donne che non parlano della loro condizione ma non possono mascherare l’infelicità che traspare dagli occhi? Avete mai viaggiato, esseri superiori, su un bus di Roma nell’ora di punta, al mattino o la sera? Facce che raccontano di una speranza già evaporata, corpi che si aggrappano per non cadere, sospesi in un viaggio che è di sola andata. Non c’e ritorno per chi non ha niente, non c’è meta per chi non ha possibilità di pensare al domani, non c’è vita se il tuo guadagno serve a pagare lo Stato, i consumi primari e poco altro. Avete mai osservato uomini e donne che attendono nel silenzio un cliente nel loro negozio vuoto? Non passate oltre. Guardateli. Avete mai osservato le file di giovani e non più giovani ai concorsi pubblici per mestieri pagati male? Non sono una massa indistinta, ci sono storie che strappano il cuore in quel magma. Non c’è dignità in tutto questo, è una libertà di morire appesi alla miseria, in uno stato di schiavitù permanente. ù

Avete mai viaggiato, esseri superiori, su un bus di Roma nell’ora di punta, al mattino o la sera? Facce che raccontano di una speranza già evaporata, corpi che si aggrappano per non cadere, sospesi in un viaggio che è di sola andata.

Gli esponenti di una pedagogia incipriata e imparruccata, hanno detto che questi italiani sono masse di ignoranti che si fanno incantare dai nuovi pifferai magici. I realisti con la pancia piena, democratici in guanti bianchi, dicono che il mondo è questo e potrebbe essere anche peggio? E allora si tengano questa rivolta giacobina, questo urlo strozzato in gola, le loro certezze, i calcoli, i bunker ideologici, la supremazia culturale in salotto e fuori niente, il settarismo, i libri sbagliati citati e mai letti, le accademie pensose, il giudizio etico e lo sguardo esotico, i salotti tra amici in tv, lo show permanente della gente che piace alla gente piace, perché tout va, il progresso avanzerà funiculì funiculà. Crash.

Aver trattato il tema dell’immigrazione con superficialità, demagogia dell’accoglienza senza strumenti e dignità per lo straniero in fuga, aver creato un conflitto tra gli ultimi, aver alimentato la manovalanza della criminalità, aver sbagliato tutti i calcoli grandi e piccoli sul tema negli ultimi cinque anni di governo e poi svoltare all’ultimo momento in un’estate pazza, con un testacoda da law and order e Marco Minniti in fase Chuck Norris, senza mai cambiare le parole d’ordine, scambiando l’umanitarismo per una fiction con la sorridente famiglia del Mulino Bianco e infine rinnegandolo con i mercenari a gestire i campi profughi in Libia, ecco tutto questo alla fine ha prodotto la nemesi: Salvini. E non a caso oggi Salvini è a Tripoli. La caduta del regime di Gheddafi nel 2011 è un punto di svolta, nel deserto c’è una fine e un nuovo inizio della nostra storia. Si tratta di un affascinante oggetto di studio per chi come noi fa analisi politica, ma di un tremendo rompicapo per chi deve governare un Paese che è la frontiera Sud dell’Europa. Il problema non è in mare, è a terra.

Aver trattato il tema dell’immigrazione con superficialità, demagogia dell’accoglienza, scambiando l’umanitarismo per una fiction con la sorridente famiglia del Mulino Bianco e infine rinnegandolo con i mercenari a gestire i campi profughi in Libia, tutto questo alla fine ha prodotto la nemesi: Salvini.

I nuovi arrivati al governo sono a cavallo della storia, quanto abbiano capito di tutto questo però resta un mistero. Il fatto che abbiano vinto e continuino vincere ci dice che hanno il vento in poppa, che sanno trasformare in voti queste ansie (si chiama politica), ma non vuol dire che sappiano la differenza che passa tra il timone e una cima, che abbiano una mappa e la rotta. Quando vinci, la cosa più facile da fare è sbagliare. Pensare di poter fare a meno di analisi, conoscenza, competenza, non avere l’umiltà di guardare al proprio scettro come qualcosa di provvisorio, gli elettori non danno mai una cambiale in bianco e lo scettro alla fine se lo riprendono.

Il voto nei Comuni dice che i due partiti che hanno dato vita al Governo Frankenstein stanno mettendo radici, quello che è successo dal 4 marzo in poi si trasforma in macchina del governo centrale e amministrazione locale, quando si gettano queste basi – se non si commettono grandi errori – cominciano cicli politici che durano molti anni. Hanno un memento vivissimo davanti a loro in Senato: Matteo Renzi. Conquistò il Pd, andò al governo, mise 10 miliardi del bilancio negli 80 euro, prese il 40 per cento alle elezioni Europee, sembrava destinato da qui all’eternità. E invece a un certo punto quel Renzi che sembrava nuovo e invincibile è caduto nell’errore: se stesso. Una riforma scritta male, un referendum trasformato in un quesito sull’ipertrofia dell’ego et voilà Matteo cade al suolo come un B52 carico di bombe e senza carburante. Fine del leader e da ieri sera anche fine del Pd. Il voto è mobile, il consenso friabile.

Il Governo Frankenstein sta mettendo radici, si trasforma in macchina del governo centrale e amministrazione locale, quando si gettano queste basi cominciano cicli politici che durano molti anni. Ma attenzione al caso Renzi…

L’Italia è in una condizione particolare, un grande paese industriale con una fragile contabilità pubblica, un establishment in bancarotta culturale e una classe politica che in buona parte è un’incognita. L’infornata di capi di gabinetto dice anche che c’è del continuismo nell’amministrazione centrale dello Stato e – visti i risultati – questo non è un buon segno. C’è da sperare che la politica difenda il suo primato e non affidi il governo alle burocrazie irresponsabili, sarebbe imperdonabile. Lega e Cinque Stelle sono sintonizzati con l’elettore, su questo non ci sono dubbi, il voto nei Comuni dice che raccolgono i cocci di un passato da guelfi e ghibellini, camminano tra le macerie, ma sprecare questa sincronia con lo spirito del tempo è questione di un attimo. E poi bisogna costruire. Abbiamo già detto che per natura, missione politica e senso della storia il Governo Frankenstein deve puntare a unire Nord e Sud, seguire una via rooseveltiana e costruire un New Deal italiano. Franklin Delano Roosevelt tutto questo lo fece con un team di cervelli chiamato Brains Trust, non con i burocrati del governo. È bene ricordare ancora una volta questo esempio che viene dalla Grande Crisi e dagli anni Trenta. Molte sono le analogie con quel periodo, i riferimenti allo scivolamento verso i regimi autoritari si sprecano (e nel caso dell’Italia sono sbagliati), ma quel che si percepisce è lo sfaldamento dei forum di cooperazione costruiti dall’Occidente: l’Onu che vive le sue contraddizioni e si nutre della capacità degli Stati Uniti di farne un soggetto attivo di composizione e scomposizione delle alleanze; la Nato che dalla caduta del Muro di Berlino e dalla fine di Yalta brancola nel buio e continua a cercare il nemico in Russia perché con quel nemico nacque e senza bisognerebbe certificarne la fine e creare diversi format di difesa regionale (l’esercito europeo); l’Unione europea, strumento di pace per il Vecchio Continente sempre in guerra dominato dalla Germania, croce e delizia della sua storia.

In questo scenario, l’Italia non ha molto tempo a disposizione e già nel Consiglio europeo di giovedì prossimo sentiremo il ruggito di un’Europa dove gli Stati sono in avanzata e le forme di cooperazione in ritirata. Non esiste l’internazionale delle nazioni, bisogna ricordarlo. Viviamo tempi interessanti. Forse troppo.

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