La Toscana non è più rossa – Mario Sechi

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 Il Pd esce a pezzi dai ballottaggi: perde Siena, Pisa e Massa, il centrodestra governa 6 province su 11 nella regione. Perde anche in Emilia, a Imola. Vola il centrodestra a trazione leghista. Salvini è un leader che vince, ma ha una sfida più grande e difficile: vincere il governo.

La Toscana non è più rossa e l’Emilia è sempre più amara. Il centrodestra guidato da Matteo Salvini vola. Il risultato dei ballottaggi è questo e c’è poco da girarci intorno. Sul finire dello spoglio un risultato che sembrava in bilico ha dato una vittoria netta alla destra e scaraventato sulle spalle della sinistra una sconfitta di grande carica simbolica, forse un punto di svolta e di non ritorno nella storia della socialdemocrazia italiana.

Il centrodestra da stasera governa la maggioranza delle province toscane: Arezzo, Grosseto, Massa, Pisa, Pistoia, Siena. Al centrosinistra restano Firenze, Lucca e Prato. Il Movimento 5Stelle governa Livorno e Carrara. Un rush finale di enorme significato politico. Un balzo felino che supera il voto del 4 marzo perché il territorio è sempre il test che può temperare il voto politico, metterlo sul piano del voto d’opinione che non intacca l’amministrazione locale, e invece questa volta abbiamo un esito contrario, lo scavo di fondamenta politiche destinate a durare a lungo.

La caduta della roccaforte di Siena, la perdita di Massa e Pisa, non sono eventi sui quali si può fare finta che siano parte di un normale ciclo elettorale, siamo di fronte a una rivoluzione nel tessuto profondo della politica e della società italiana e il Pd si trova a vivere la sua fine proprio dove pensava di poter essere ancora una guida. Non è la fine di un sistema, stanno scorrendo i titoli di coda su qualcosa di ben più grande, è il tramonto, l’implosione di un’esperienza storica che viene da lontano, che era sopravvissuta a se stessa, al crollo del Muro, agli Ulivi, all’erboristica politica, al fratricidio, alle scissioni, agli errori e agli orrori politici, e ora ci siamo, non c’è un altro giro da fare, siamo al The End del Pd.

Ecco il quadro complessivo fatto dagli amici di YouTrend alla fine del turno dei ballottaggi nei Comuni superiori:

Il Centrodestra ha guadagnato 19 Comuni, il centrosinistra ne ha persi 33, il Movimento 5Stelle ne ha guadagnato solo 1. Dinamismo e energia sono della Lega e del suo leader. Ma non è il numero di Comuni conquistati ad essere impressionante, è la qualità e localizzazione dei centri che ha perso il Pd, sono il segnale di una crisi profondissima, forse irreversibile. A Siena e Imola la sconfitta del centrosinistra è un inedito nella storia della Repubblica italiana. C’è un problema di linguaggio, di sintonia con gli elettori, di completa uscita del partito dalla storia in rapido movimento, siamo di fronte a un oggetto misterioso, un alieno che non parla la lingua degli abitanti del pianeta Terra, l’Italia.

Ancora più chiaro questo secondo grafico, sempre di YouTrend, il cui lavoro prezioso ci aiuta a supportare la nostra analisi di fondo, il cambiamento di paradigma:

Ventotto sindaci eletti del centrodestra, di cui ben 7 nelle Regioni rosse. È il sotto sopra della socialdemocrazia in Europa, è la fine di un sistema di potere che era fondato proprio sull’amministrazione locale, sul legame robusto tra amministrazione-denaro pubblico-cooperativismo-impresa, è la fine di una rete di relazioni e storie umane che fu grande e efficace e si è trascinata nella dissipazione degli ultimi anni, è la certificazione che l’ultima leadership dei Democratici – quella di Renzi – è stata il colpo di grazia a un partito senza più identità da tempo.

Il risultato delle sfide incrociate è un altro elemento di analisi che rafforza il quadro:

Matteo Salvini sta completando con grande rapidità la sua scalata alla leadership, ormai fatto compiuto. La sua linea politica dura, chiara a costo di essere continuamente scartavetrata, è in fase di espansione e consolidamento. Questo il suo commento via Twitter sul risultato elettorale:

Il linguaggio hard rock di Salvini piace agli elettori, è un leader sintonizzato con lo spirito del tempo, non teme di essere politicamente scorretto, anzi usa il registro per épater le bourgeois sapendo di scuotere, provocare, mette i benpensanti di fronte a qualcosa di inaspettato. Sgradevole? Può darsi, ma piazza il problema di fronte a tutti e le risposte che arrivano dagli avversari politici finiscono per convincere gli elettori che in quel discorso ci sia qualcosa di scomodo e di vero, di non sofisticato. Niente maquillage, niente giri di parole, niente bon ton, il suo racconto è una sfida diretta al salotto, all’establishment, al mascheramento della realtà. La reazione al salvinismo è quella che abbiamo visto in America con Trump, un’opposizione isterica che si riduce e polverizza sul campo da gioco del social, finisce per trasformarsi in grottesco, con  le accuse di fascismo, razzismo, che si rivelano ciò che su List sosteniamo da tempo, un boomerang, non lo intaccano ma lo rafforzano perché mostrano la pochezza di idee e argomenti degli avversari. Salvini vince le elezioni, e le vincerà ancora, ma ha davanti una sfida più grande e più difficile: vincere il governo.

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