La prossima crisi sarà l’ultima – Francesco Simoncelli

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 La notizia più importante di questo momento è quella che Bloomberg ci ha fatto conoscere qualche giorno fa: il debito totale globale è arrivato alla cifra sbalorditiva di $237,000 miliardi. La deformazione causata dai tassi d’interesse ultra bassi ha permeato ormai ogni settore dell’economia ormai, saturando di conseguenza tutti quei bilanci che potevano essere ancora ingolfati per permettere ai pianificatori monetari centrali di spostare nuovamente le bolle da un settore dell’economia ad un altro. La repressione dei tassi d’interesse e le operazioni di supporto ai prezzi del mercato azionario da parte delle banche centrali hanno spinto le grandi aziende a sacrificare i loro bilanci puliti sull’altare dell’ingegneria finanziaria. Così facendo hanno tagliato l’investimento netto delle imprese, preoccupandosi di fare soldi attraverso le distorsioni dei mercati piuttosto che creare qualcosa di “utile” per la maggior parte dei consumatori.

E quindi hanno spostato $15,000 miliardi di flussi di cassa e capacità di indebitamento in riacquisti di azioni proprie, operazioni di fusione/acquisizione, dividendi a pioggia, ricapitalizzazioni, ecc. C’è da meravigliarsi se la produzione industriale degli Stati Uniti sia al ​​di sotto del livello pre-crisi a fine 2007 e che la produzione industriale totale abbia percorso la linea piatta?

Queste operazioni di ingegneria finanziaria dovrebbero rappresentare il “nobile” miglioramento della produttività e delle efficienze promosse dal cosiddetto mercato aziendale. E sarebbe così in un mondo di denaro onesto e disciplina finanziaria di libero mercato. Ma è vero esattamente l’opposto sotto l’attuale sistema gestito dai pianificatori monetari centrali all’interno dei palazzi chiamati banche centrali. Le operazioni di fusione/acquisizione, in particolare, sono diventati progetti per la costruzione di imperi sotto l’egida degli amministratori delegati,  i quali tagliano gli investimenti e i costi operativi necessari per giustificare i loro debiti.

E quando questi accordi alla fine falliscono, le montagne di avviamenti create da queste transazioni costose vengono cancellate, mentre gli impianti, le attrezzature e le persone vengono “ristrutturate” in ciò che Wall Street definisce “costi una tantum” che devono essere aggiunti agli “utili” non ricorrenti. Allo stesso modo, il feticcio dei riacquisti di azioni proprie non riflette il libero mercato, anche se Wall Street proclama che le società stanno “restituendo il capitale agli azionisti” perché rappresenta l’uso “migliore” della liquidità disponibile.

In un mondo tecnologicamente dinamico in cui gli investimenti approvati ex-post dai consumatori attraverso l’acquisto del prodotto, sono una condizione fondamentale per una crescita sostenibile. Il culto dei riacquisti di azioni proprie dovrebbe essere descritto come il tristo mietitore della finanza aziendale. Agli attuali tassi annualizzati, i riacquisti di azioni proprie a $800 miliardi, più di $2,000 miliardi di operazioni di funzione/acquisizione e centinaia di miliardi di LBO, ricapitalizzazioni e dividendi speciali, inonderanno i canyon di Wall Street quest’anno con $3,500 miliardi di liquidità.

Questa eruzione di ingegneria finanziaria, alimentata dalla repressione dei tassi d’interesse delle banche centrali, ha distorto inevitabilmente il tessuto produttivo delle varie economie mondiali. Poter accedere ad una fonte presumibilmente inesauribile di prestiti a basso costo ha creato l’incentivo per stimolare quella sempiterna pulsione all’interno dell’animo umano: guadagnare il massimo col minimo sforzo. E così è sembrato quando i mercati azionari ed obbligazionari sono stati trasformati in bische clandestine, vedendo i loro prezzi guidati dalla mania di quei front-runner che compravano oggi quello che le banche centrali avrebbero comprato domani. I carry trade in questo modo erano da leccarsi i baffi, andando ad appiattire costantemente i rendimenti di quasi tutti i titoli trattati sui mercati.

La proverbiale manna dal cielo era stata calata nientemeno che da banchieri centrali onniscienti in grado di utilizzare la cosiddetta forward guidance per prevedere dove sarebbero andati i mercati. Si può dire che erano in missione per conto di Dio, anzi con la statistica al loro fianco loro erano Dio. Ma questa illusione dura tanto quanto la consumazione del bacino dei risparmi reali. Perché è stata proprio questa la grande menzogna spacciata dai pianificatori monetari centrali: la loro azione equivaleva nient’altro che a mangiare i propri semi piuttosto che piantarli.

L’inevitabile normalizzazione delle politiche monetarie straordinarie, quindi, è solo l foglia di fico che viene addotta ad un panorama economico in cui gli errori del passato si sono sedimentati e nuovi ne sono stati commessi. Niente è stato aggiustato, invece tutto è stato deformato. Non è stata la lungimiranza dei banchieri centrali ad innescare la pseudo-ripresa degli ultimi nove anni, bensì la loro sfrontatezza ad andare ad intasare gli ultimi barlumi di sanità di mercato attraverso politiche espansive ed anti-cicliche spericolate.

Ma suddetta pseudo-ripresa era tanto effimera quanto l’evanescenza delle parole proferite dai banchieri centrali durante le loro conferenze stampa. Proprio perché, come abbiamo visto, chi ha beneficiato della loro manna è stato chi s’è trovato nei canyon dei mercati azionari/obbligazionari; Main Street è rimasto fino all’ultimo a bocca asciutta. Di conseguenza il Picco del Debito è stato adesso esteso a quasi tutto il tessuto economico e l’inversione delle politiche straordinarie detonerà quelle attività artificiali che sono prosperate grazie ai tassi d’interesse ultra bassi. Con il debito globale in aumento del 42%, o oltre $70,000 miliardi sin dalla crisi finanziaria globale come notato in apertura, i tassi d’interesse non hanno bisogno di aumentare al livello raggiunto nel 2007 e nel 2008 per innescare una crisi.

Quando si hanno $230,000 miliardi di debiti, ogni rialzo dell’1% dei tassi costa all’economia mondiale $2,300 miliardi in pagamenti degli interessi annuali. Il costo di servire così tanto debito è già superiore ai profitti aziendali di tutto il mondo… e sta aumentando. Il rischio va oltre un rapido crash a Wall Street e uno shock improvviso per il sistema finanziario. Gli Stati Uniti non sono l’unico Paese che distribuisce denaro falso. Quando gli Stati Uniti spendono soldi all’estero, gli stranieri ricevono dollari. Le banche centrali estere devono creare più delle proprie valute per comprare questi dollari. È così che il mondo intero è stato inondato dalla “liquidità” e perché i mercati azionari mondiali (azioni, obbligazioni e immobili) sono generalmente cresciuti negli ultimi 30 anni. Le banche centrali straniere hanno amplificato la stampa monetaria della FED con la propria stampa di denaro.

E ora, la liquidità si sta prosciugando. La FED non sta più canalizzando contanti e credito. Anziché acquistare più obbligazioni (quantitative easing), lascia che quelle nel suo bilancio giungano a maturazione senza comprarne di nuove (quantitative tightening). E mentre i tassi sono ancora vicini ai minimi storici, la FED ha iniziato a “rialzarli”.

Anche altre banche centrali stanno iniziando a tirare i remi in barca. Non ci vorrà molto prima che provochino il panico.

PERCHÉ I TASSI AUMENTANO

Nelle scienze naturali uno scienziato può isolare vari elementi, tuttavia non conosce le leggi che li governano. Tutto ciò che può fare è fare ipotesi facendo riferimento alla legge che governa il comportamento dei singoli elementi. Contrariamente alle scienze naturali, gli elementi relativi all’azione umana non possono essere isolati e suddivisi in elementi semplici. Le realtà dell’azione umana è composta da fatti storici complessi che sono emersi da molti fattori causali. Malgrado ciò possiamo definire la caratteristica distintiva e il significato dell’azione umana. Ad esempio, le persone sono impegnate in una varietà di attività: possono svolgere lavori manuali, guidare automobili, camminare per strada, o cenare nei ristoranti. La caratteristica distintiva di queste attività è che sono tutte “finalizzate a qualcosa”.

Inoltre possiamo stabilire il significato di queste attività: il lavoro manuale può essere un mezzo affinché alcune persone possano guadagnare denaro, il che a sua volta consente loro di raggiungere vari obiettivi come comprare cibo o vestiti. Mangiare in un ristorante può essere un mezzo per stabilire relazioni d’affari. Guidare una macchina può essere un mezzo per raggiungere una destinazione particolare. In altre parole, le persone operano all’interno di un quadro di scopi e mezzi; usano i secondi per raggiungere i primi. Possiamo anche stabilire da quanto sopra che le azioni sono consapevoli e finalizzate.

In qualsiasi momento, le persone hanno un’abbondanza di scopi che vorrebbero raggiungere, ciò che limita la loro soddisfazione è la scarsità di mezzi. Quindi una volta che sono disponibili i mezzi, è possibile soddisfare un numero maggiore di scopi (gli standard di vita delle persone aumentano). Ciò naturalmente implica anche che con più mezzi a disposizione, diminuisce il costo di investirli per soddisfare gli scopi prefissi. Dal punto di vista tecnico, diciamo che emerge un abbassamento delle preferenze temporali degli individui.

Contrariamente alle scienze naturali, in economia non ricaviamo la teoria dai dati in quanto tali; la teoria si regge da sola indipendentemente da ciò che mostrano i cosiddetti dati. Poiché la teoria è indipendente, viene utilizzata per stabilire il significato dei dati. Nel nostro caso, una volta stabilita la validità della preferenza temporale positiva, dobbiamo capire perché i dati potrebbero deviare dalla teoria. Di norma un fattore importante per la discrepanza tra i tassi di interesse osservati e il tasso di interesse che riflette le preferenze temporali delle persone, sono le azioni della banca centrale. Ad esempio, una politica monetaria accomodante porta ad un tasso d’interesse osservato molto basso. Il pompaggio monetario indebolisce il processo di formazione della ricchezza reale e spinge l’aumento delle preferenze temporali della popolazione.

Dato che si allarga il divario tra il tasso d’interesse per le preferenze temporali e il tasso d’interesse osservato, questa situazione alla fine sfocia in una crisi economica.

Dato l’attuale ambiente distorto a causa delle politiche monetarie della banca centrale, l’emergere di tassi d’interesse negativi non contraddice la teoria delle preferenze temporali positive nella determinazione del tasso d’interesse. Al contrario, consente ad un analista di valutare la gravità delle distorsioni inflitte dalle politiche delle banche centrali: esse hanno causato l’aumento del tasso d’interesse per le preferenze temporali. Ciò è dimostrato dal fatto che le attività delle banche centrali hanno indebolito il processo di creazione di ricchezza reale e in base alla teoria delle preferenze temporali positive si finisce con un aumento del tasso d’interesse sottostante. Da notare, comunque, che né la teoria né la pratica ci consente di quantificare il tasso d’interesse sottostante.

In parole povere, i tassi osservati sono quelli che le banche centrali riescono a manipolare, ovvero, quelli legati ai prestiti interbancari e che può influenzare mediante la sua politica monetaria. Ma i tassi sottostanti? Quelli legati alle preferenze individuali di milioni di persone negli USA? Quelli è impossibile che possa manipolarli. Può influenzarli attraverso il fumo gettato negli occhi con la sciarada dei comunicati stampa del FOMC, il Fedspeak e il monopolio sul denaro fiat. Però quando i nodi vengono al pettine, non ha alcuna possibilità di direzionare a piacimento i tassi d’interesse. Il suo è un presunto potere. È il piccolo uomo dietro la tenda che pretende di essere il Grande e Potente Oz.

La maggior parte dei commentatori economici sulla stampa generalista si è congratulata con le banche centrali per come hanno gestito il post-Grande Recessione. Ciò che non si sono domandati è: a che prezzo?

LA PROSSIMA CRISI

Sebbene si creda che i banchieri centrali abbiano tutto sotto controllo, la realtà è ben diversa come abbiamo visto. Le banche centrali, e in particolare la FED, sono assolutamente consapevoli che l’economia è più vicina alla prossima recessione. Sanno anche che il “rialzo” dei tassi d’interesse nell’attuale contesto probabilmente accelererà l’avvento della prossima recessione, quindi la normalizzazione delle politiche monetarie serve solo come foglia di fico per far vedere agli attori di mercato che le banche centrali sono ancora in grado di far perdurare l’illusione del loro presunto controllo sull’economia tagliandoli di nuovo.

A questo aggiungono il fatto che i dati economici siano più forti e sono fiduciose nella loro capacità di guidare l’economia verso la prosperità, in cui possono controllare le pressioni inflazionistiche e i tassi di crescita per sostenere un ciclo economico duraturo. Tutto andrà secondo i piani fino a quando le insolvenze inizieranno anch’esse ad accelerare e andare senza freno. Il rischio di credito è già in aumento, poiché i consumatori sono molto più sensibili alle variazioni dei tassi. Mentre la FED, ad esempio, continua a “rialzare” i tassi, l’impatto negativo sulle famiglie continuerà ad aumentare, il che si sta già manifestando nelle insolvenze legate alle carte di credito.

Certo, non è solo il debito legato alle carte di credito il problema. I prestiti subprime per automobili sono arrivati a livelli da record, dal momento che i consumatori sono stati attirati in “auto che non possono permettersi” attraverso prestiti bassi ed estesi. E pare anche che abbiano completamente dimenticato l’ultima crisi finanziaria e si siano di nuovo orientati ad usare le case come bancomat per sbarcare il lunario.

Ma attenzione, perché come è stato esposto con chiarezza all’inizio di questo articolo, il nuovo fardello di debito viene trasportato dalle imprese. E in virtù di ciò, sono diventate anch’esse altamente sensibili alle variazioni dei tassi. Ciò che è peggio è che molti di questi debiti sono stati raggruppati e venduti nei mercati a reddito fisso, andando a creare bombe ad orologeria finanziaria pronte ad esplodere in mille pezzi e andando a colpire qualsiasi mercato del mondo. A causa della repressione dei tassi d’interesse e l’espansione del bilancio delle banche entrali, i titoli acquistati da queste ultime sono diventati come scarafaggi dei motel: sono entrati e non sono più usciti, andando quindi a fornire un minimo di prezzo per suddetti titoli. Il problema con questa politica è che è un palliativo e funziona solo nel breve/medio termine. Successivamente i bilanci devono essere giustificati ed uno in pareggio a fine anno significa “perdita”. Di conseguenza grazie alla ZIRP delle varie banche centrali, il prestito a tassi ridicoli è stato sfruttato per comprare un ampio spettro di asset finanziari.

Ciò ne ha innalzato artificialmente il prezzo e ne ha abbassato i rendimenti. Pensando che il rischio di credito fosse scomparso, anche i titoli con rating di credito infimo sono stati prezzati come obbligazioni sovrane di riferimento. Riuscite ad esclamare “pazzesco”? E il bello di questa pazzia è che ci viene spacciata come ripresa economica!

La “prossima crisi finanziaria” è già partita quando le banche centrali hanno deciso di imbarcarsi in politiche monetarie straordinarie e la sua severità sarà proporzionale alla magnitudine di tali interventi. Tutto ciò che serve ora è un calo significativo dei prezzi degli asset finanziari per innescare una cascata di eventi che anche nuovi interventi monetari potrebbero non essere in grado di arginare. Man mano che i prezzi delle azioni diminuiranno la fiducia dei consumatori diminuirà ulteriormente, erodendo la crescita economica. Quando i prezzi saranno scesi a sufficienza, partiranno margin call a cascata e dato che in questo contesto nessuno sa chi possiede cosa, una relativa cascata di fallimenti sarà inevitabile.

Con suddetto calo dei prezzi, investitori e consumatori si ritireranno ancora di più spingendo ulteriormente l’economia verso la recessione e i baby boomer, che sono ampiamente sottofinanziati, dipenderanno principalmente dal welfare state il quale erode i tassi di crescita economica a lungo termine attraverso il cosiddetto “effetto crowding out”.

Ma ecco il punto di tutta questa storia: la vera crisi arriverà quando ci sarà una “corsa alle pensioni”, perché in un ambiente economico in cui la fame per rendimenti decenti ha attanagliato la maggior parte delle entità finanziarie, i fondi pensione non ne sono stati immuni. Con un gran numero di pensionati già aventi diritto alla pensione, il prossimo declino nei mercati stimolerà la “paura” che i benefici acquisiti andranno persi del tutto. Tale corsa agli sportelli dei fondi pensione, che sono pesantemente sottofinanziati, in un momento in cui i prezzi degli asset staranno calando, causerà una debacle di proporzioni epiche. Richiederà un massiccio piano di salvataggio degli stati.

E non scordiamoci che tra queste persone ci sono anche file e file di indebitati per prestiti auto subprime, mutui e debito degli studenti. Quando arriverà la recessione, la riduzione risultante dell’occupazione danneggerà ulteriormente ciò che rimarrà del risparmio personale e della capacità di consumo. La crisi aumenterà la pressione su un sistema di welfare statale già gravato da un numero crescente di attori di mercato in diritto di chiedere l’elemosina. Sì, saranno necessari ulteriori finanziamenti statali per risolvere anche questo problema.

Poiché i debiti e i deficit si gonfieranno nei prossimi anni, continuerà l’impatto negativo sul bacino dei risparmi reali. Ad un certo punto, si comprenderà la natura della crisi: non un crollo dei mercati finanziari, ma uno spostamento strutturale nell’economia che ha distrutto gli standard di vita di Main Street. C’è stata davvero una ridistribuzione della ricchezza in America sin dall’inizio del secolo scorso, sfortunatamente è avvenuto nella direzione sbagliata: da Main Street a Wall Street mediante le azioni delle banche centrali.

La buona notizia è che la prossima “crisi” sarà il “grande reset”, il che la renderà anche “l’ultima crisi”.

CONCLUSIONE

Le banche centrali sono sotto i riflettori. L’occhio di bue ha illuminato il palcoscenico e sono sotto gli occhi di tutti adesso. Non sono finite volontariamente all’angolo, né possono uscirvi volontariamente. Si tratta semplicemente del processo di autodistruzione insito nella pianificazione centrale, la quale conduce inevitabilmente alla fine di quei monopoli artificiali che si sono arrogati il diritto di condurre l’economia verso lidi presumibilmente migliori. Non esiste niente del genere ed ogni passo verso tale direzione non fa altro che accelerare lo sfilacciamento del tessuto economico fino a quando non ci si rende conto del proprio errore. Non esiste modo di scappare da questa verità e il miglior modo per evidenziarla è attraverso una sola immagine.

La Banca Nazionale Svizzera si è praticamente scavata una fossa dalla quale sarà estremamente difficile emergere. Infatti essa, per stare dietro ai miti mercantilisti/keynesiani, ha accatastato nel proprio bilancio più di $100 miliardi di azioni statunitensi. E sin dalla grande crisi finanziaria del 2007, la BNS ha portato le dimensioni del proprio bilancio dal 20% del PIL fino al 125%. Cosa pensate che accadrà quando il mercato azionario USA finirà sotto stress? Non a caso è stato scelto l’esempio della Svizzera, come luogo in cui il rigore e la serietà si presume siano di casa.

Ciò che abbiamo vissuto finora è stata semplicemente un’illusione di prosperità, mentre abbiamo divorato capitale invece di usarlo per creare nuove cose. I mercati stanno ora annusando un crescente odore di marcio. A differenza della crisi finanziaria del 2008, questa volta saranno le banche centrali a finire sul banco degli imputati come responsabili per l’ennesima crisi del debito. La loro indipendenza stavolta non sopravvivrà.

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