La forza e le incognite di una grande coalizione fra M5S e centrodestra – Gianfranco Polillo

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 Con la rapida elezione dei due presidenti di Camera e Senato l’Italia ha smentito le previsioni più nere. La sfida per la costruzione del nuovo governo. L’analisi di Polillo

Hai voglia a dire che la scelta dei due presidenti di Camera e Senato non avrà conseguenze sulla formazione del futuro governo. Che “le intese intercorse in questa fase non sono prodromiche alla formazione di un governo”: come si legge nel comunicato diffuso a seguito dell’incontro dei leader del centrodestra. Un auspicio, più che una previsione, se si guarda a come sono andate realmente le cose in questa complessa tornata politica.

Alla fine ha vinto la logica dei numeri. La necessità, cioè, di tener conto delle preferenze espresse da ciascun gruppo parlamentare. Anche quando queste – come nel caso Paolo Romani – non avevano quel fondamento etico evocato dai 5 stelle. Ma, com’è noto, gli “interna corporis” di ciascun partito – vale a dire il calcolo politico che ne motiva le scelte – sono per definizione imperscrutabili. Conta, in questi casi, il peso delle tattiche e delle strategie. Ed il “gioco della torre” che ne consegue. Come mostrano i casi contrapposti di Anna Maria Bernini e Riccardo Fraccaro. Entrambi sacrificati per consentire la quadratura del cerchio.

Questa logica – la logica dei numeri – verrà meno quando si tratterà di discutere del prossimo governo? Ne dubitiamo. Naturalmente spetterà al Presidente della Repubblica dipanare questa complessa matassa. Ma saranno sempre quegli equilibri a circoscrivere il campo della sua attività. Tanto più, se si considera la figura di Sergio Mattarella, così restio dal compiere qualsiasi intervento, che non rientri nell’alveo delle sue prerogative costituzionali. Quella “pagina bianca”, come aveva indicato nel suo discorso di fine anno, è stata scritta dagli “elettori”, ed ora il testimone è passato ai “partiti” e al “Parlamento”. Ed il Presidente della repubblica, come da lui stesso anticipato, non potrà che prenderne atto.

Ed allora continuiamo a ragionare sui numeri. Seppure in termini probabilistici, visto che sorprese imprevedibili sono sempre dietro l’angolo. L’assunto è la non scomposizione interna dei singoli gruppi parlamentari. Questa condizione pone fuori gioco il PD. In coerenza con le posizioni finora assunte dal suo gruppo dirigente. Opposizione, quindi, per preservare le ragioni più profonde di una comunità che deve ritrovare la propria ragion d’essere in una fase così convulsa della vita politica italiana.

Se si parte da qui, non resta che ipotizzare una prima maggioranza: quella tra la Lega e il Movimento. Sia alla Camera che al Senato i numeri sono sufficienti. Ma in questo caso, da soli, forse, non bastano. Chi sarà il candidato premier? Qui nascono problemi di non facile soluzione. E non solo a causa della doppia investitura, nel corso dell’infuocata campagna elettorale. Matteo Salvini non può essere il vice di Luigi Di Maio e viceversa. Basterebbe questo. Ma l’ulteriore complicazione è data dai diversi rapporti di forza. La sola presenza della Lega darebbe luogo alla formazione di un governo squilibrato a favore del 5 stelle. Possibile, ma improbabile.

Ed allora si riparte dalla coalizione di centrodestra, come ha tenuto a precisare Matteo Salvini, a commento dell’avvenuta elezione dei due presidenti di Camera e Senato? Se vi fosse una disponibilità del PD, questa soluzione sarebbe anche possibile. Ma è un’ipotesi in contrasto con le premesse appena annunciate. Ed allora non resta che un piano B: vale a dire un’ipotesi di “grande coalizione” tra tutto il centrodestra, salvo forse qualche défaillance, ed il Movimento. Operazione naturalmente tutt’altro che semplice. Che ha, tuttavia, dalla sua la logica dei numeri. Consentirebbe, infatti, ai due schieramenti un equilibrio maggiore. Impedendo agli uni di consegnarsi agli altri come semplici ostaggi.

Resta naturalmente il nodo dell’indicazione del premier. Ma se fosse solo questo l’elemento mancante, alla fine, l’eventuale accordo su una personalità diversa non solo sarebbe auspicabile, ma probabile. I problemi veri sono altrove: sul fronte programmatico. In questo insolito destino, il lavoro svolto, durante la campagna elettorale, sarebbe difficilmente utilizzabile. Troppe identitarie – flat tax da un lato e salario di cittadinanza dall’altro – le proposte shock avanzate “pour épater les bourgeois”, per usare un’espressione francese di nobile lignaggio. Ed ora da ricondurre in un alveo meno enfatico dove predominano le compatibilità finanziarie e le quadrature contabili.

Nei prossimi giorni vi saranno anche altri interlocutori, finora assenti: l’Europa, i mercati finanziari, le società di rating. Guarderanno a ciò che succederà per assumere le decisioni conseguenti. Con la rapida elezione dei due Presidenti di Camera e Senato l’Italia ha smentito le previsioni più nere. Ed i giudizi ingenerosi espressi da vari esponenti dell’establishment europeo. Ha acquisito un relativo vantaggio. Che si tradurrà – almeno così si spera – in una calma più duratura dei mercati, nonostante le indicazioni a vendere i titoli del Tesoro da parte di una grande fondo americano, come il BlackRock. Ma è un vantaggio che non va sprecato, se si hanno a cuore gli interessi di milioni di italiani.

 

 

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