La ripresa e lo spettro dell’austerità competitiva

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Ha fatto notizia in tempi recenti la modesta ripresa del PIL italiano, che nel 2017 dovrebbe attestarsi al +1.5% su base annua e per il quale si prevede una crescita dell’1.8% nel 2018 (dati ISTAT). Non ha fatto altrettanto notizia a seguito della crisi del 2007/08 – se non per alcuni attenti osservatori tra cui Montella e Mostacci su Economia e Politica – l’introduzione da parte delle autorità europee di un meccanismo automatico di sorveglianza, lo scoreboard per le procedure di squilibro macroeconomico. Si tratta di uno strumento attraverso il quale la Commissione Europea, che definisce uno squilibrio come ogni tendenza foriera di effetti negativi sul corretto funzionamento dell’economia di uno Stato membro, controlla una serie di indicatori macroeconomici al fine di attivare la procedura di infrazione nel caso in cui non vengano rispettate delle soglie prestabilite (European Commission, 2012). È curioso notare come ben 4 dei 14 principali indicatori riguardino la competitività esterna, monitorata attraverso il saldo delle partite correnti, le quote di mercato, il costo del lavoro per unità di prodotto ed il tasso di cambio effettivo reale. Inoltre, a questo dispositivo di vigilanza si sono affiancati rapporti e raccomandazioni dei policy maker europei in cui si fa apertamente riferimento ad un problema di bassa competitività dei Paesi della periferia europea rispetto all’area continentale (European Commission 2009; 2010), la cui massima espressione di efficienza e produttività risiederebbe nel modello di crescita tedesco.

Fatta questa premessa, lo scopo di questa breve nota è di far emergere delle considerazioni che collegano il tema della crescita economica a quello della competitività intesa come saldo delle partite correnti. In particolare, si intende sostenere che nell’attuale assetto istituzionale dell’UEM, un aumento del reddito nazionale a cui si associa una fisiologico slancio delle importazioni indurrebbe le autorità di governance, in assenza di politiche di sviluppo industriale volte a stimolare l’export, ad adottare misure di contenimento della domanda (ovvero, politiche fiscali restrittive) al fine di salvaguardare l’equilibrio esterno del Paese in deficit, essendo quest’ultimo non ristabilibile nel contesto dell’Eurozona attraverso la flessibilità del cambio nominale.[1]

 

Figura 1. Austerità e competitività: saldo primario e saldo delle partite correnti nella periferia europea (elaborazioni su dati IMF)

 Austerita competitiva

 

Prima di addentrarci nella considerazione principale di questo articolo è opportuno ricordare come tra le varie motivazioni addotte a sostegno delle politiche restrittive implementate nell’Eurozona a seguito della crisi degli spread (2010-2011) vi sia stato proprio il ripristino della competitività nei Paesi che presentavano deficit commerciali: a riprova di ciò, dalla Figura 1 emerge un evidente parallelismo tra il miglioramento del saldo delle partite correnti ed il saldo di bilancio primario.[2] La letteratura economica, dopo aver attribuito le cause delle tensioni sui mercati dei titoli di Stato alla indisciplina fiscale, ha infatti accostato la crisi dell’Eurozona – intesa come aumento dei differenziali di rendimento tra titoli del debito pubblico dei vari membri dell’Euro – ai persistenti squilibri di conto corrente all’interno dell’unione monetaria. Stando a questa visione le turbolenze finanziarie sarebbero dipese dal sostanziale timore di una rottura dell’area Euro causata dall’insostenibilità degli squilibri commerciali (e dei relativi debiti esteri), alla quale i mercati avrebbero reagito attraverso pressioni al ribasso sui corsi dei titoli pubblici dei Paesi in deficit (Brancaccio, 2008).[3] Oltre ai contributi presenti in letteratura, proprio i provvedimenti di policy sembrano ipotizzare una connessione, tipica dell’impostazione dominante, tra l’austerità e la competitività: sorvolando sulle questioni legate alla sostenibilità del debito pubblico in ottica di “austerità espansiva” messe oramai in discussione anche dal punto di vista empirico (Blanchard e Leigh, 2013), le politiche fiscali restrittive nelle economie in disavanzo avrebbero dovuto ridurre gli squilibri esterni migliorando la loro competitività (sostenendo investimenti e produttività), oltre che incentivando l’export tramite la riduzione di salari e prezzi attraverso le riforme strutturali – tra cui spicca la deregolamentazione del mercato del lavoro.[4] In sintesi, le suddette misure diausterità competitiva” (Paternesi Meloni, 2017), volte all’aggiustamento delle partite correnti tramite svalutazione interna (trainata dal calmieramento salariale osservabile in Figura 2), sono congetturate per stimolare proprio quelle performance sui mercati esteri monitorate dallo scoreboard.[5]

 

Figura 2. Dinamica salariale in Germania e nella periferia europea (elaborazioni su dati OECD)

Austerita competitiva

 

Tuttavia, gli squilibri esterni antecedenti il 2010 non sono solo stati determinati dai cosiddetti “fattori di offerta”, tra i quali annoveriamo la competitività in entrambe le sue accezioni di prezzo e non di prezzo, bensì sono anche dipesi dai differenziali di crescita tra Stati membri (Cesaratto e Stirati, 2011). In questa prospettiva, proprio i “fattori di domanda” avrebbero giocato un ruolo cruciale nelle vicende dell’Eurozona in quanto da un lato la crescita della periferia nei primi anni dell’UEM ha stimolato le importazioni (contribuendo di fatto ai deficit), e dall’altro il contenimento della domanda interna nei Paesi core ha permesso la realizzazione del modello export-led.[6] Parallelamente ai canali apertamente dichiarati nei rapporti istituzionali, è quindi possibile argomentare che l’austerity abbia contribuito a contenere la domanda aggregata dei Paesi periferici e, di conseguenza, a frenarne la dinamica del reddito: stando a questa visione complementare, più che stimolare le esportazioni (cresciute solo in Spagna e Portogallo, al prezzo di una disoccupazione rispettivamente al 25% e al 17%), le politiche fiscali restrittive hanno contribuito ad un rientro dei deficit esterni abbattendo le importazioni, in quanto la caduta del reddito ha confinato la loro componente endogena.[7]

 

Figura 3. Domanda domestica e partite correnti, media 1998-2008

(European Commission, 2009)

Austerita competitiva

 

Tenendo a memoria quanto accaduto in tempi piuttosto recenti, sembrerebbe dunque lecito aspettarsi che l’eventuale ripresa economica, a cui può normalmente far seguito un peggioramento del saldo commerciale per via delle maggiori importazioni (come si sta già sperimentando in Italia dal 2014), possa condurre i responsabili della politica economica a considerare nuovamente la questione degli squilibri esterni, e a trattarla come all’indomani della crisi degli spread. A riguardo, è d’obbligo ricordare che la connessione tra austerità e competitività – ipotizzata a sostegno delle scelte di policy – più che in termini di stimolo all’export ha avuto un impatto sugli squilibri commerciali attraverso i canali di domanda: infatti, gli squilibri esterni si sono principalmente ridotti grazie ad una sensibile riduzione del reddito nei Paesi in deficit. Tuttavia, le autorità dell’Eurozona, marginalizzando in prima analisi il ruolo dei differenziali di crescita e facendo essenzialmente riferimento alla scarsa competitività della periferia europea, avrebbero successivamente riconosciuto la rilevanza dei fattori di domanda nella determinazione degli squilibri commerciali (come testimoniato dalla Figura 3), e di conseguenza indirizzato i Paesi in disavanzo verso il contenimento della domanda aggregata via austerità fiscale e salariale.

Per concludere, in questa nota si intende sostenere che, in assenza di politiche industriali volte a rilanciare competitività e crescita dei Paesi in deficit, lo spettro di misure restrittive (paragonabili a quelle del 2011) possa continuare ad aleggiare sulla periferia europea. Più che nell’austerità nei Paesi in disavanzo, ricette alternative per risolvere le questioni dell’Eurozona risiederebbero nell’espansione della domanda interna nei Paesi in avanzo, specialmente della Germania: tale dinamismo, anche per via di un riallineamento di competitività attraverso una maggiore inflazione nei Paesi in surplus, incentiverebbe le esportazioni nette dei Paesi in disavanzo. E’ tuttavia auspicabile, alla luce degli attuali livelli di disoccupazione, un’espansione del mercato domestico anche nei Paesi periferici, da raggiungere per mezzo di politiche espansive coordinate con il resto dell’area Euro. I bassi livelli di consumo e investimento (in quanto trattasi di aggregati largamente indotti) suggeriscono di ricercare nella spesa pubblica l’unico strumento in grado di sostenere, nell’attuale contesto economico, domanda aggregata e occupazione: politiche di stimolo fiscale, per le quali è tuttavia necessaria una revisione dei trattati europei, potrebbero essere implementate nella direzione di appropriati investimenti industriali che, laddove favoriscano la riduzione del contenuto di importazioni per unità di prodotto, contribuirebbero a contenere gli squilibri commerciali.

 

*Università Roma Tre

 

Riferimenti

 

Blanchard, O. & Leigh, D. (2013). Growth Forecast Errors and Fiscal Multipliers, IMF Working Paper No. 13/1, January.

Brancaccio, E. (2008). Deficit commerciale, crisi di bilancio e politica deflazionista, Studi Economici, n. 96-2008/3.

Cesaratto, S. (2015). Alternative interpretation of a Stateless Currency Crisis, Asimmetrie Working Paper, 2015/08.

Cesaratto, S. & Stirati, A. (2011). Germany and the European and Global Crisis, Dipartimento di Economia Politica, Università di degli studi di Siena, n.607.

European Commission (2009). Competitiveness developments within the euro area, Volume 8, N.1.

European Commission (2010). The impact of the global crisis on competitiveness and current account divergences in the Euro Area, Volume 9, N.1.

European Commission (2012). Scoreboard for the surveillance of macroeconomic imbalances, European Economy Occasional Paper, No 92.

European Communities (1990). One market, one money, an evaluation of the potential benefits and costs of forming an economic and monetary union. Directorate general for Economic and Financial affairs, October.

De Leo, M. (2015). Grecia: un referendum contro il pilota automatico. Economia e Politica, anno 7 n. 10 sem. 2.

Montella, M. & Mostacci, F. (2015). Un indicatore degli squilibri macroeconomici nell’UE. Economia e Politica, anno 7 n. 09 sem. 1.

Paternesi Meloni, W. (2017). Austerity and competitiveness in the Eurozone: a misleading linkage. Roma Tre University, Department of Economics Working Paper Series, 0223.

Thirlwall, A. P. (1979). The Balance of Payments Constraint as an Explanation of International Growth Rate Differences, Banca Nazionale del Lavoro Quarterly Review, 128(1), 45-53.

Zezza, G. (2012). La crisi dell’euro: invertire la rotta o abbandonare la nave? in Oltre l’austerità, MicroMega, Roma.

 

 

[1] Il principio “vincolo esterno”indica l’insorgere di deficit esteri come l’ostacolo principale alla conduzione di politiche di pieno impiego (Thirlwall, 1979). Si noti che in un rapporto firmato European Communities (1990) si sosteneva che “il principale effetto dell’UEM sarà che il vincolo della bilancia dei pagamenti (…) scomparirà”.

[2] Ad esempio, le principale misure indicate nel Competitiveness Pact (2011) hanno riguardato il risanamento di bilancio e le riforme strutturali, con priorità nel “ripristino della sostenibilità del debito” pubblico e nella “riduzione della disoccupazione attraverso riforme del mercato del lavoro”.

[3] Una lettura alternativa della crisi dell’Eurozona ascrive l’aumento degli spread esclusivamente agli attacchi speculativi: essendo gli investitori pienamente a conoscenza del fatto che la BCE non sarebbe intervenuta a supporto della domanda dei titoli pubblici dei Paesi che non riuscivano a rifinanziarsi sul mercato a tassi contenuti, la crisi dei debiti sovrani potrebbe sarebbe indipendente dagli squilibri macroeconomici, bensì deriverebbe dalla particolare architettura istituzionale dell’UEM. Per approfondimenti si suggerisce Cesaratto (2015), Zezza (2012) e De Leo (2015).

[4] Dal 2010 al 2015 i salari nominali in Grecia hanno registrato una riduzione media annua del 3.5%. L’indice dei prezzi al consumo non ha invece mostrato evidenti segnali di caduta, con conseguente impatto negativo sulle retribuzioni reali.

[5] Le misure di austerità competitiva adottate nei Paesi periferici al seguito della crisi degli spread risultano coerenti con un processo di aggiustamento asimmetrico e deflazionistico basato sul consolidamento fiscale e sulla svalutazione salariale. Contenendo la domanda domestica, tali politiche hanno avuto impatti drammatici su crescita e occupazione, contribuendo al deterioramento delle strutture produttive dei Paesi in deficit.

[6] Il caso più emblematico è quello tedesco: la Germania ha perseguito questo modello di crescita tramite un massiccio contenimento della domanda domestica (via riforme strutturali e deflazione salariale, grazie agli interventi sul mercato del lavoro connessi alle misure Hartz), oltre che ricorrendo alle delocalizzazioni produttive presso nell’est europeo (Marin, 2010), dove ha beneficiato del minor costo del lavoro e di un regime di cambio favorevole.

[7] Le importazioni greche sono passate dai 78 miliardi del 2008 ai 40 del 2013. Nello stesso arco temporale, l’Italia e la Spagna hanno registrato una riduzione dell’import rispettivamente pari a 24 e a 31 miliardi (dati Eurostat).

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