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 Non è il reshoring immaginato da Trump, ma qualcosa si muove. Un’azienda cinese diventa ipercompetitiva azzerando il costo del lavoro attraverso l’automazione e approda in Arkansas. “I nostri prezzi sono imbattibili”, dice il capo

Per fare una maglietta basteranno trenta secondi e nessun operaio. È il made in Usa del futuro prossimo: a partire dal 2018 l’Arkansas ospiterà uno gli stabilimenti della Suzhou Tianyuan Garment Company, azienda cinese del tessile. La promessa del presidente Trump di riportare in patria le aziende fuggite all’estero è mantenuta per metà: ci sarà del lavoro in più, ma non è americano e, soprattutto, a fronte di una produzione di 23 milioni di t-shirt all’anno, sarà solo per 400 persone. Miracoli dell’automazione.

Il processo di produzione è tutto meccanizzato. I nuovi assunti saranno persone dotate di alta specializzazione e, di conseguenza, gli operai semplici non serviranno più: al loro posto ci sono le macchine. Ma la vera rivoluzione è un’altra: con questo nuovo processo produttivo l’azienda cinese delocalizzata sul territorio statunitense farà concorrenza alle aziende americane delocalizzate sul territorio cinese. Un po’ come dire che il primo mondo diventa secondo, e il secondo diventa primo.

“Nessuno al mondo, nemmeno se si trova nel luogo dove il mercato del lavoro è il meno costoso, può competere con noi”, ha detto Tang Xinhong, presidente dell’azienda, su China Daily. I prezzi gli danno ragione: ogni pezzo costerà 0,33 dollari, richiederà un tempo compreso tra i 22 e i 26 secondi. Certo, è solo l’inizio, l’eccezione a un’ondata. È possibile che l’Arkansas diventi la nuova regione del lavoro gratuito ma, per il momento la Cina resta la prima a produrre e poi esportare vestiti negli Usa (28 miliardi di dollari nel 2016), subito seguita da Vietam e Bangladesh. Le aziende americane, attratte dai bassi costi del personale straniero, si spostano ancora. Forse un giorno il vuoto che lasceranno lo riempiranno quelle straniere. Insieme ai robot.

 

Da: Linkiesta

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