Thaler e la “spintarella gentile” che infrange un mito – Serena Sileoni

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 Le indagini del Premio Nobel sull’economia comportamentale hanno contribuito a demolire il mito dell’homo oeconomicus

I1 Nobel per l’Economia a Richard H. Thaler è un riconoscimento significativo dell’importanza degli studi che hanno contribuito a demolire il mito dell’homo oeconomicus. Le persone, quando decidono e quando agiscono, non lo fanno sulla base di modelli standard di razionalità economica, volta a massimizzare i vantaggi e minimizzare gli svantaggi. Possono esserci infinite variabili che li portano a scegliere non nel modo che, a tavolino, risulterebbe ottimale. L’osservazione empirica del loro comportamento aiuta a capire la frequenza di queste variabili, e da cosa dipendano. Possono dipendere da informazioni insufficienti, come nel caso di un acquisto di un prodotto difettoso, o da scale di valori e priorità diverse a seconda delle epoche di vita, come nel caso di un giovane che non pensi a sottoscrivere un fondo pensione. O, più semplicemente, possono dipendere da pregiudizi, inclinazioni, capricci che rendono le scelte, appunto, irrazionali, come nel caso di un soggetto tendente al diabete che non sa tuttavia resistere dal comprare dolciumi.

Thaler non è il primo ad aver infranto il figurino dell’homo oeconomicus, che è forse più un feticcio che un modello di riferimento degli economisti. Secoli prima, Hume scriveva che «quando abbandoniamo il nostro studio e ci impegniamo nelle faccende della vita comune, le conclusioni della ragione sembrano svanire». Lo avrebbe detto anche Hayek, sostenendo che i sistemi economici hanno a che fare con frammenti sparpagliati di conoscenza, spesso contraddittoria. Lo stesso Smith, a cui si imputa la razionalità dell’ordine economico attraverso la metafora della mano invisibile, non aveva una concezione del mercato come equilibrio perfetto.

L’economia comportamentale di Thaler, come quella sperimentale di un altro premio Nobel Vernon Smith, hanno indubbiamente contribuito a guardare alle persone per quello che effettivamente sono: soggetti in carne e ossa, che sanno poco e che sono guidati da pregiudizi e sentimenti, oltre che da calcolo e razionalità.

Ma il contributo di Thaler non si ferma qui. Le sue indagini sull’economia comportamentale e, in particolare, la teoria del nudging formulata con Cass Sunstein lo hanno reso uno degli economisti più evocati negli ultimi anni dai pubblici decisori. La teoria della “spinta gentile” cerca di convincere le persone a comportarsi in un certo modo né minacciando una punizione né promettendo un premio.

All’approccio classico della legge come promessa di una sanzione (negativa o positiva) si affianca un terzo, nuovo approccio, che non fa leva né sulle punizioni né sui premi, ma su piccole, implicite esortazioni a cambiare comportamento, per raggiungere esiti ritenuti più ottimali: anziché tassare il junkfood, è preferibile mettere nelle mense scolastiche e degli uffici pubblici la frutta davanti ai dolci confezionati; anziché controllare che i negozianti emettano gli scontrini, usare questi come biglietti di lotteria (idea, peraltro, piaciuta anche al nostro ministro Padoan).

Si tratta di un approccio che gli stessi autori hanno definito paternalistico, perché finalizzato ad aiutare le persone a compiere le scelte migliori, ma al tempo stesso liberale, perché non obbliga a tenere un comportamento, ma si limita a suggerirlo (R. Thaler, C. Sunstein, Libertarian Paternalism is not an Oxymoron, 2003).

Tuttavia, oggi, una vera teoria liberale dovrebbe cambiare le regole per ridurre la presenza dello Stato, e non il modo in cui si presenta. Qui si insidia un elemento contraddittorio delle teorie del nudging, quando si passa dalle piccole applicazioni pratiche, per esempio di marketing e organizzazione aziendale, alle scelte pubbliche: se le persone non fanno scelte razionali per il loro benessere, per quale motivo dovremmo credere che gli agenti pubblici, anch’ essi persone, possano farle e quindi incoraggiarle? Il metodo del nudging, nelle mani dei decisori pubblici, non è tanto un modo di spingere le persone verso le scelte migliori, ma di investire sulla loro irrazionalità per portarle a comportarsi come essi vogliono. E, da un lato, non possiamo sapere che essi conoscano gli esiti desiderabili meglio di noi, proprio perché, in quanto persone, non possono sfuggire all’assunto di partenza dell’irrazionalità dell’agire (si pensi all’irrazionalità intrinseca del principio di precauzione). Dall’altro lato, l’esperienza ci ha invece ormai abbondantemente mostrato che le loro preferenze non necessariamente coincidono con esiti desiderabili non solo per i singoli individui, ma anche per la collettività (si pensi agli obiettivi di autoaffermazione della burocrazia). Finché il nudging si occuperà di questioni particolari, potrà rivelarsi una buona teoria comportamentale, ma se dovesse occuparsi dell’«educazione di Stato», rischierebbe di diventare una pratica tutt’altro che liberale. A dispetto della teoria che l’ha individuata.

Da B.Leoni

 

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