Il punto sui mercati

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 La forza dominante della dinamica dei mercati finanziari continua ad oscillare tra la “reflazione”, legata alla fase di espansione dell’economia globale, alla fine della disinflazione ed alla normalizzazione della politica monetaria, e la “Trumpflation”, che ha molte caratteristiche in comune con la precedente ma è più “USA-centrica”. Se la “reflazione” è stata sostenuta dalla batteria di dati macroeconomici cinesi positivi, il più intenso flusso di notizie legato potenziali variazioni di politica economica negli USA ha riacceso la “Trumpflation”, con la sovraperformance dell’azionario dei Paesi Sviluppati (USA e Giappone in particolare), guidati dai settori ciclici e finanziari, la sottoperformance degli asset dei Paesi Emergenti, il rialzo dei rendimenti obbligazionari, guidati dai Treasuries, la compressione degli spread di credito, la buona performance delle commodities più cicliche come il petrolio e le vendite sull’oro. Nella settimana corrente, tuttavia, la BCE dovrebbe tornare al centro dell’attenzione, con il previsto annuncio delle modalità di riduzione (“tapering”) del programma di acquisto di titoli del “quantitative easing”.

Su questo sfondo continuano ad affollarsi numerosi eventi geopolitici i cui effetti  rimangono  confinati  a  livello  locale  e  si  compensano  a  vicenda. L’esito delle elezioni in Giappone e Argentina e la nuova legge elettorale italiana sono   stati accolti positivamente dai mercati, mentre la nuova coalizione di Governo in Nuova Zelanda e le vicende della Brexit e della Catalogna  sono  potenzialmente meno  “market-friendly”. A  parte  l’azione della Presidenza Trump, che è il motore della “Trumpflation”, ed il Congresso del  Partito  Comunista cinese appena iniziato,  soltanto  la  tensione geopolitica in Medio Oriente (USA contro Iran, Iraq e Turchia contro Kurdistan) può modificare significativamente l’outlook macreconomico, tramite il canale dell’impatto sul prezzo del petrolio.

A livello di asset allocation, l’andamento recente dei mercati supporta la nostra decisione di aumentare l’esposizione sull’azionario giapponese a fronte di una riduzione dell’azionario dei Paesi Emergenti, mentre la preferenza per l’azionario europeo sta venendo penalizzata dalle vicende politiche del Continente.

 

  • L’ultima settimana è stata fortemente focalizzata sugli Stati Uniti sul fronte macroeconomico e soprattutto di politica economica:

o  Il flusso di dati macroeconomici è rimasto relativamente leggero ma complessivamente positivo (soprattutto il collasso delle richieste di sussidi di disoccupazione ed i livelli elevati degli indicatori di fiducia delle  imprese),  coerente  con  la  permanenza  della  crescita economica  nel  terzo  trimestre  intorno  al  3%  annuo  e  con  un impatto inferiore alle attese delle catastrofi naturali.

o  Il Senato ha approvato una proposta di budget 2018, che prevede

1500 miliardi US$ di aumento del deficit per finanziare il taglio delle

imposte. Si tratta del primo passo avanti (ed il più semplice) della riforma fiscale, con il secondo passaggio cruciale rappresentato dall’approvazione della proposta di budget della Camera, dove i conservatori fiscali repubblicani ostili all’aumento del deficit sono più forti, ed a seguire la riconciliazione delle due proposte. Anche se il percorso può essere tortuoso, la retorica politica rimane costruttiva

e la probabilità che la riforma fiscale veda la luce prima della fine dell’anno sembra ora aumentata.

La  corsa  per  la  successione alla  guida  della  Federal Reserve ha subito    un’accelerazione,   con    la    Casa    Bianca    orientata   più

chiaramente su una rosa di candidati ristretta formata da Jerome Powell (attuale componente del FOMC), dall’economista John Taylor e dall’attuale Governatrice Yellen. Una decisione finale da sottoporre all’approvazione del Congresso è attesa nel mese di novembre. Contrariamente ai timori della campagna elettorale, la successione alla Fed sembra all’insegna della continuità, anche se sotto Taylor la normalizzazione della politica monetaria potrebbe accelerare.

o  Gli    investitori    avevano    abbassato    la    guardia    sulla    politica commerciale della Presidenza Trump e sono stati infatti presi di sorpresa dai toni aggressivi degli USA nella rinegoziazione del trattato di libero scambio NAFTA con Canada e Messico, con le proposte americane considerate irricevibili dalle controparti. La strategia  sembra  analoga  a  quella  già  adottata  con  la  riforma sanitaria o dell’immigrazione, in cui la Casa Bianca annuncia la fine a sorpresa della “status quo” riservandosi di negoziare nuovi accordi nel periodo di transizione. I negoziati sono ora attesi terminare nel primo trimestre 2018 ma la possibilità di una fine del trattato non si può più escludere.

 

  • Alla luce del dato sul PIL per il terzo trimestre (+6,8% annuo) e della batteria di indicatori per il  mese di  settembre generalmente migliori delle attese, il rallentamento dell’economia cinese dal ritmo di crescita del 6,9% del primo semestre è solo modesto, anche se dovrebbe intensificarsi nel quarto trimestre, a giudicare dall’andamento calante degli investimenti fissi e del mercato immobiliare e dall’inasprimento delle politiche ambientali. Nel discorso inaugurale del Congresso del Partito Comunista, il Presidente XI Jinping ha confermato la visione di lungo termine di rendere la Cina una moderna e potente nazione socialista entro il 2050 e che le misure per renderlo possibile includono il potenziamento delle riforme strutturali già in essere (riduzione della leva finanziaria e dell’eccesso di capacità produttiva, innovazione, riforma delle imprese statali, miglioramento degli standard ambientali). Anche se maggiori informazioni in termini di politica economica sono improbabili prima della Conferenza Economica Centrale di dicembre, il recente attivismo delle autorità cinesi punta in direzione di una riduzione delle stimolo di policy e la relativa stabilità della Borsa di Shanghai sembra confermare l’incertezza degli investitori sulla direzione futura della politica economica.

 

  • L’appuntamento cruciale  della  settimana  è  il  vertice  della  BCE.  Se l’annuncio del “tapering” del “quantitative easing” a partire da gennaio è scontato, rimane ancora incertezza sulle sue caratteristiche e sulla retorica di supporto che sarà adottata dalla Banca Centrale. Nelle ultime settimane il consenso si è mosso dall’aspettativa di tagli contenuti agli acquisti mensili (40 miliardi Euro) per un periodo ridotto (6 mesi) verso tagli più corposi (tra 30 e 20 miliardi di Euro) per più tempo (9 mesi), con un rafforzamento delle guidance sui tassi che impediscano ai mercati di prezzare un rialzo prima della fine del 2018 e scongiurare un riassestamento disordinato delle aspettative di politica monetaria.

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