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 Nel giro di pochi giorni ho aderito a due iniziative lanciate dal Fatto Quotidiano: la prima per non “congelare” in RAI Milena Gabanelli, la seconda per non andare a votare con una legge in cui chi vota non sceglie i candidati. Sulla prima mi aspettavo un fiume di adesioni, sulla seconda un oceano. I numeri dicono che alla prima hanno aderito 150.000 persone e alla seconda si fatica ad arrivare a 60.000. Molti potrebbero obbiettare che non ne sono venuti a conoscenza, sicuramente, ma suona strano, perché i contatti al Fatto on line sono oltre le centinaia di migliaia al giorno (e gli inviti non sono rimasti un giorno solo) e poi molti votanti hanno condiviso l’invito sul proprio profilo (Facebook, Linkedin, ecc…). Sarà un caso, ma quando serve far funzionare una raccolta telematica di adesioni o qualche guru sposa la questione oppure tutto cade nel nulla. I guru sono sempre meno politici e sempre più di altri settori, sono per lo più, ma accadeva anche prima del web, cantanti e sportivi. I webbari, coloro che stanno in internet ore al giorno, ci sono solo per litigare, mandarsi al diavolo  o peggio. Vedo che ci sono “personaggetti” (direbbe De Luca) che hanno follower a centinaia di migliaia, che dicono di aver aderito, ma i follower tacciono e allora mi viene in mente che é tutto un bluff, che bastano cento dollari per avere una decina di migliaia di follower, che é un’industria questa in appalto ai paesi poveri, Bangladesh in testa e questa industria serve per alimentare l’ego di certe persone, dire di avere un milione di amici/seguaci ti fa sentire un messia o per acchiappare gonzi che non se la sentono di stare “fuori dal giro”, che anelano il selfie con il noto o almeno il far parte della sua cerchia. E tutto diventa perverso, perché poi i noti vanno in TV e di solito ci litigano, facendo notizia e ascolti, quindi vengono invitati anche dalla concorrenza, in una spirale di idiozia in cui si fa fatica a capire se vince la stupidità o la malafede. Intanto si parla di Rosatellum ,che farebbe schifo anche solo come nome di un vino, la Milena resta “a disposizione” ma soprattutto in naftalina.

 

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