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Un negoziante di cavalli ed io, giovanotto allora, ci avviammo al
lungo viaggio, per que’ tempi, di una fiera a Rovigo. Alla sera del
secondo giorno, un sabato, dopo molte ore di una lunga corsa con un
cavallo, il quale sotto le abilissime mani del mio compagno, divorava
la via, giungemmo stanchi ed affamati alla Polesella. Com’è naturale,
le prime cure furono rivolte al valoroso nostro animale; poi entrati
nello
stanzone terreno che in molte di simili locande serve da cucina e da
sala da pranzo: – Che c’è da mangiare? – domandò il mio amico
all’ostessa. – Non ci ho nulla, – rispose; poi pensandoci un poco
soggiunse: – Ho tirato il collo a diversi polli per domani e potrei
fare i risi. – Fate i risi e fateli subito – si rispose – che
l’appetito non manca. – L’ostessa si mise all’opera ed io lì fermo ed
attento a vedere come faceva a improvvisar questi risi.
Spezzettò un pollo escludendone la testa e le zampe, poi lo mise in
padella quando un soffritto di lardone, aglio e prezzemolo aveva preso
colore. Vi aggiunse di poi un pezzo di burro, lo condí con sale e
pepe, e allorché il pollo fu rosolato, lo versò in una pentola d’acqua
a bollore, poi vi gettò il riso, e prima di levarlo dal fuoco gli
diede sapore con un buon pugno di parmigiano. Bisognava vedere che
immenso piatto di riso c’imbandí dinanzi; ma ne trovammo il fondo,
poiché esso doveva servire da minestra, da principii e da companatico.
Ora, per ricamo ai risi dell’ostessa di Polesella, è bene il dire che
invece del lardone, se non è squisito e di quello roseo, può servire
la carnesecca tritata fine, che il sugo di pomodoro, o la conserva,
non ci sta male e perché il riso leghi bene col pollo, non deve essere
troppo cotto, né brodoso.

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