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 Nell’ultima settimana i mercati finanziari si sono presi una pausa dalla “Trumpflation”, la dinamica dominante dell’ultimo mese, e sono tornati alla reflazione dei primi mesi dell’anno, complici la penuria di nuovi dati macroeconomici (almeno fino a venerdì), la retorica più accomodante delle Banche Centrali (soprattutto della Fed) e l’assenza di novità da Washington sul fronte della riforma fiscale. Inoltre l’accumularsi di eventi di rischio geopolitico (dal Medio Oriente all’Europa alla Corea del Nord fino al Nord America con il trattato NAFTA) ha probabilmente favorito una certa domanda di beni rifugio. Considerando lo scenario macroeconomico positivo di fondo, la reflazione è positiva per i mercati degli asset rischiosi, come mostrano i nuovi massimi dell’S&P 500 ed i minimi degli spread di credito corporate, ma, a differenza della Trumpflation, gli asset Emergenti hanno sovraperformato quelli dei Paesi Sviluppati, i rendimenti dei titoli di Stato si sono stabilizzati e l’oro ha recuperato terreno. Il ritorno della reflazione sembra soltanto una pausa di riflessione, soprattutto dopo che nel weekend la Governatrice della Fed ha chiarito che il messaggio di normalizzazione della politica monetaria non è cambiato.

  • I mercati sono rimasti per gran parte della settimana senza la guida del flusso dei dati macroeconomici, come usuale nei giorni seguenti alla pubblicazione del report sul mercato del lavoro USA. Le minute della riunione della Fed di settembre, pubblicate mercoledì, hanno così catalizzato l’attenzione degli investitori, in particolare per il messaggio apparentemente più accomodante rispetto al tono del comunicato della Governatrice Yellen. Una parte dei componenti del FOMC mantiene infatti un atteggiamento cauto legato all’incertezza sul ritorno dell’inflazione verso il target del 2%. Questa linea è stata effettivamente supportata dal dato sull’inflazione USA di settembre, che è nuovamente risultato inferiore alle attese (6 mesi su 7 di inflazione più bassa del previsto). In un intervento alla riunione annuale del Fondo Monetario Internazionale nel weekend, tuttavia, Yellen ha ribadito di ritenere solo temporanea la debolezza dell’inflazione e che un percorso di rialzi graduali dei tassi rimane appropriato. Come conseguenza, la probabilità attribuita dai mercati finanziari ad un rialzo di 25 bp in dicembre è prossima all’80%, un livello estremamente elevato considerando che mancano 2 mesi al meeting. Contemporaneamente, in vista del meeting della BCE della settimana prossima, la retorica della BCE sembra virare verso un “tapering” (riduzione) del “quantitative easing” (il programma di acquisti di titoli) più prolungato (9 mesi invece di 6) ma più intenso (verosimilmente 30 miliardi Euro al mese dai 60 attuali e dai 40 del consenso), che sembra essere stata interpretata come più “dovish” del previsto dai mercati obbligazionari.
  • L’indice VIX della volatilità implicita dell’S&P 500 è sotto quota 10 per 15 sedute delle ultime 19, che pare controintuitivo alla luce dell’affollamento di rischi geopolitici particolarmente evidente nelle ultime due settimane. In primo luogo la situazione mediorientale è tornata a riscaldarsi. Anche se a lungo termine l’orientamento della Presidenza Trump di ritirare gli USA dagli accordi di disarmo nucleare dell’Iran è probabilmente la principale minaccia per la stabilità dell’area, a breve termine la situazione nel Kurdistan iracheno è più rilevante, coinvolgendo diversi attori (USA, Turchia, Iraq, Iran e curdi) in un intreccio di interessi che contrastano le alleanze tradizionali. Il ritorno del petrolio sopra quota 50 US$/barile è un barometro fedele di questa incertezza. In Europa i mercati continuano a trascurare per lo più le vicende in Spagna, con la posizione della Catalogna molto indebolita dopo la dichiarazione di indipendenza “posticipata” della settimana scorsa e con il Governo di Madrid che userà probabilmente la forza per ripristinare l’ordine costituzionale. In Gran Bretagna, le trattative con l’Unione Europea per la Brexit sembrano virare verso una versione “hard” dell’uscita dall’Unione, che minaccia il Governo di Theresa May di nuove elezioni anticipate. Infine, la rinegoziazione del trattato di libero scambio nordamericano NAFTA sembra essersi rapidamente deteriorata per la retorica decisamente più protezionistica degli USA, con Canada e Messico orientati a rifiutare le richieste americane. In Asia le vicende nord coreane fanno da sfondo alle elezioni in Giappone del 22 ottobre e soprattutto al Congresso del Partito Comunista cinese che inizia domani e dovrebbe essere l’evento più importante dal punto di vista dei mercati finanziari.

 

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