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 Nell’ultima settimana la dinamica dei mercati finanziari ha assunto caratteristiche più chiaramente coerenti con il ritorno della “Trumpflation”, la combinazione di performance dominante nei mesi immediatamente successivi all’elezione di Donald Trump alla Presidenza degli Stati Uniti. Rispetto ad allora, non sembra esserci un unico evento scatenante, ma l’accumularsi di una serie di eventi di politica monetaria e fiscale, in un contesto positivo di crescita economica globale, sta producendo sostanzialmente gli stessi effetti: rialzo dei rendimenti dei titoli di Stato, sovraperformance degli asset rischiosi dei Paesi Sviluppati (con nuovi record storici per l’S&P 500 e relativi per il Nikkei) rispetto a quelli dei Paesi Emergenti, sovraperformance dei settori azionari più ciclici come industriali e finanziari, apprezzamento del US$ e prese di profitto sull’oro. Dopo numerosi passi falsi, la capacità della politica americana di portare a termine le promesse fiscali continua ad essere dubbia, ma il ritorno della “Trumpflation”

  • comunque in grado di imprimere una forte spinta ai mercati degli asset rischiosi, se non altro perché le aspettative di misure fiscali si erano ridotte ai minimi termini prima di settembre.
  • La batteria di indici PMI per il mese di settembre conferma il quadro positivo per la crescita economica mondiale: dopo aver sfiorato il 4% su base annua nel secondo trimestre, il massimo dagli ultimi 6 anni, la crescita dell’economia mondiale dovrebbe aver mantenuto un ritmo ben superiore al 3% anche nel terzo trimestre. L’espansione rimane geograficamente diffusa e sincronizzata, con valori degli indici oltre 60 (che segnalano una crescita ben oltre il potenziale) sia per grandi economie chiuse come gli USA che per economie piccole e aperte al commercio internazionale come Svezia e Svizzera. Gli indici preliminari avevano già evidenziato il potenziale di sorprese positive dall’Eurozona, cui ora si aggiunge un generale miglioramento in Asia, compresa la Cina dove le aspettative erano per un rallentamento imminente. L’ISM Manifatturiero americano ai massimi dal 2004 è particolarmente rilevante perché è una misura dell’attività economica poco distorta dalle catastrofi naturali recenti (il report sul mercato del lavoro in uscita venerdì sarà probabilmente poco attendibile per l’impatto degli uragani).
  • Dopo che la Fed ha abbandonato nell’ultima riunione la cautela che l’ha caratterizzata per gran parte dell’anno, la Governatrice Yellen ha ribadito il messaggio in un discorso su inflazione e politica monetaria, sostenendo che i dati deboli sull’inflazione degli ultimi mesi sono dovuti a fattori temporanei e che non sarebbe prudente aspettare il ritorno al target di inflazione del 2% per normalizzare ulteriormente la politica monetaria. Ora che la riduzione del bilancio della Fed è partita ufficialmente, i mercati hanno iniziato a riprezzare un percorso più ripido di rialzi dei tassi anche sul 2018 e l’attenzione inizia a virare sulla composizione del nuovo comitato direttivo della Fed. La notizia che Kevin Warsh, ex membro del FOMC sotto Bernanke e considerato relativamente più “hawkish”, è in corsa per la nomina a Governatore e che una decisione della Casa Bianca in merito arriverà entro 2/3 settimane ha aggiunto ulteriore impeto al repricing.
  • L’evento più atteso della settimana era tuttavia la presentazione delle linee guida per la riforma fiscale americana, dopo che la retorica politica a Washington si era progressivamente intensificata su questo fronte nell’ultimo mese. Il piano è abbastanza scarno di dettagli, come previsto, ma include ampie tagli alle aliquote per le imprese e per i redditi personali, molto simile al piano fiscale dibattuto in inizio anno (ma senza la controversa Border Adjustment Tax). Ancora più rilevante è che la proposta di budget 2018 del Senato istruisce le commissioni parlamentari competenti a predisporre un taglio fiscale per 1500 miliardi US$, segnalando che almeno una parte dello stimolo fiscale sia senza copertura, da finanziare con un aumento del deficit. Questo è uno sviluppo significativo, dal momento che le precedenti proposte della Casa Bianca erano naufragate sull’insistenza di parte del Partito Repubblicano a varare riforme fiscali a impatto zero sul deficit, soprattutto ora che la riforma sanitaria (che avrebbe liberato significative risorse) è tramontata. Considerando l’urgenza di presentarsi alle elezioni di medio termine di novembre 2018 con risultati tangibili e che vi è una finestra aperta fino a dicembre per agire, la probabilità che la riforma fiscale veda la luce entro il primo trimestre del 2018 sembra ora più alta.
  • Dopo essere stati presi di sorpresa dal risultato delle elezioni tedesche, gli investitori sembrano essere stati presi alla sprovvista anche dagli eventi del referendum di indipendenza della Catalogna. Con una partecipazione alle urne di appena il 40% ed il 90% dei voti a favore dell’indipendenza, il risultato è il peggiore dal punto di vista del Governo spagnolo, che aveva puntato tutto sull’illegittimità della votazione, mentre il Governo della Catalogna è pronto a dichiarare unilateralmente l’indipendenza nei prossimi giorni. Stabilire come può evolvere la situazione è molto difficile, dal momento che nessuna delle due parti può cedere ora alle richieste degli avversari, per cui la tensione potrebbe rimanere alta nelle prossime settimane. La reazione dei mercati sembra essere che le conseguenze del referendum sono soltanto temporanee e molto localizzate, ma, combinate con l’incertezza sul nuovo Governo tedesco, può facilmente contribuire alla formazione di un premio per il rischio politico europeo, che sta comparendo su Euro e spread dei Governativi periferici, gli asset europei che riflettevano lo scenario più ottimistico. Paradossalmente invece, la debolezza dell’Euro sta sostenendo l’azionario dell’Eurozona, reduce da una lunga sottoperformance.

 

 

 

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