Renzi e Prodi: due diversi programmi economici

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I media hanno dato molto risalto alla recente pubblicazione del libro di Matteo Renzi (Avanti. Perchè l’Italia non si ferma, Feltrinelli). Meno attenzione ha suscitato la contemporanea uscita  del libro di Romano Prodi (Il Piano Inclinato. Crescita senza Uguaglianza). Le due opere hanno, evidentemente, caratteristiche differenti. Renzi si pone l’obiettivo di ricordare i successi e gli insuccessi dei suoi mille giorni di governo e di presentare un programma politico per la prossima legislatura. Prodi si concentra sulle cause del profondo deterioramento delle condizioni economiche e sociali della classe media in tutto l’occidente e in particolare in Italia,   e sottolinea il ruolo fondamentale che la politica deve svolgere per superare questo problema.   Nonostante il diverso profilo, i due libri offrono l’occasione di confrontare il programma economico dei due leader del centrosinistra.

I due autori concordano nell’individuare il problema centrale che schiaccia la società italiana: la profonda sfiducia nel futuro prodotta dalla grave crisi economica. Si distinguono invece, quando  spiegano l’origine del problema e presentano le proposte per superarlo. Questa distanza si coglie osservando il punto del libro in cui i due autori sollevano il problema della sfiducia. Prodi lo esplicita nelle prima pagina.[1] Renzi invece, ne parla nel penultimo capitolo intitolato ‘Il futuro della sinistra’.[2] La diversa collocazione  riflette una significativa differenza di analisi.

Prodi dedica molto spazio alla spiegazione delle cause della Grande Recessione che ha provocato una profonda incertezza nei confronti del futuro. Renzi invece, non fa alcun accenno all’evoluzione del sistema economico negli ultimi decenni e ai fattori che hanno provocato la crisi. Ciò emerge ad esempio, quando Renzi considera l’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori come il simbolo di un mondo, quello del 1970, che è scomparso, senza ricordare né le caratteristiche di quel mondo,[3] né di quello che l’ha sostituito nei decenni successivi.[4] Egli esprime un riferimento indiretto alla condizione economica della classe media italiana quando ricorda che l’obiettivo del bonus 80 euro consiste nel: “… difendere le fasce medio-basse dal rischio di essere risucchiate nella zona di povertà.” (Renzi, p. 66), e quando sottolinea le difficoltà delle donne ad affrontare la maternità.[5]

Prodi fornisce una descrizione incisiva del deterioramento delle condizioni della classe media e delle sue cause.[6] Egli divide il periodo che va dalla fine della Seconda Guerra Mondiale ad oggi in due sottoperiodi. Durante il primo, che arriva fino agli anni Settanta, si sviluppa nei paesi occidentali un modello economico che è stato definito capitalismo regolato,  le cui caratteristiche  sono state influenzate dalle politiche keynesiane. La crisi degli anni Settanta associata al fenomeno della stagflazione (stagnazione e inflazione) indusse gli economisti ad abbandonare le teorie keynesiane e a recuperare le conclusioni fondamentali della teoria neoclassica prekeynesiana. La controrivoluzione teorica  iniziata negli anni Settanta costituì il fondamento teorico del’ideologia neoliberista che spinse i governi occidentali, a partire dagli Stati Uniti con Ronald Reagan e dalla Gran Bretagna con Margaret Thatcher, ad adottare politiche di liberalizzazione dei movimenti di capitale, di deregolamentazione dei mercati e di privatizzazione delle aziende pubbliche.[7]

Prodi sottolinea almeno due conseguenze negative del passaggio dal capitalismo regolato a quello che è stato definito capitalismo neoliberista.[8] La prima riguarda il forte peggioramento della condizione dei lavoratori.[9] La seconda conseguenza è costituita dalla crisi finanziaria che ha dato origine alla grande recessione. La crisi è stata provocata dall’ipertrofia del settore finanziario resa possibile dalle politiche di deregolamentazione dei mercati finanziari e di liberalizzazione dei movimenti di capitale  adottate a partire dagli anni Ottanta (Prodi, p. 40).

Il diverso modo in cui Renzi e Prodi analizzano i fattori che generano il diffuso sentimento di sfiducia nel futuro condiziona, evidentemente, la definizione del loro programma economico. Secondo Renzi per ridare fiducia agli Italiani è necessario creare lavoro e questo obiettivo si può realizzare utilizzando due strumenti: la riduzione delle tasse e la semplificazione del sistema economico e della burocrazia.[10]  Egli sostiene di aver già impiegato questi strumenti con effetti positivi durante il suo governo che si è posto in primo luogo, l’obiettivo di ridurre le tasse.[11] Per quanto riguarda la semplificazione, Renzi sostiene che la  più importante misura  adottata dal suo governo sia stata l’introduzione del Jobs Act.[12]

Per i prossimi cinque anni Renzi propone di finanziare la riduzione delle tasse con un aumento del disavanzo che dovrebbe arrivare al 2,9% del PIL. Egli progetta di realizzare un accordo con l’Europa che prevede una riduzione del debito pubblico mediante un’operazione di valorizzazione del patrimonio pubblico, in cambio della possibilità di portare il disavanzo al 2,9% del PIL.[13]

Renzi è molto critico nei confronti della politica di austerità adottata in Europa e dei governi che lo hanno preceduto che: “… si sono fatti imporre il Fiscal compact”  (Renzi, p. 151),[14] e osserva che: “… occorrerà innanzitutto liberarsi della subalternità culturale che si esprime nell’unica parola d’ordine: ‘Ce lo chiede l’Europa’. Dobbiamo essere noi a dire cosa chiediamo all’Europa. Ora è tempo di dire: ‘Ve lo chiede l’Italia’” (Renzi, p. 159). Renzi  rivolge all’Europa due richieste. La prima riguarda la realizzazione di un piano di riqualificazione delle periferie delle grandi città europee seguendo le linee suggerite da Renzo Piano. La seconda consiste nel realizzare: “… una gigantesca campagna di alfabetizzazione digitale”  che renda l’Europa: “… il luogo più avanzato nei settori della conoscenza e dell’innovazione.” (Renzi, pp. 164-5)   Questi progetti dovranno essere finanziati ricorrendo non soltanto ai fondi del Piano Junker, e della Banca europea per gli  investimenti, ma soprattutto all’emissione di eurobond.[15]

Prodi (p. 153) definisce le linee del suo programma economico ricordando che la politica ha avuto: “… una pesante responsabilità nel favorire (o almeno non contrastare) la crescita delle ingiustizie, non governando adeguatamente l’impatto dei grandi generatori di disuguaglianze.”. E’ quindi necessario, al fine di ridurre le disuguaglianze, cambiare profondamente il ruolo della politica.[16] Prodi sottolinea che al fine di realizzare un processo di sviluppo più equilibrato non è sufficiente creare lavoro, ma è necessario contrastare quello che egli definisce il lavoro svalutato.[17]

Per ottenere questo obiettivo non è sufficiente semplificare il sistema economico riducendo il peso della burocrazia, ma è necessario un’azione che coinvolga tre fondamentali soggetti: sindacati, governo e imprese. Prodi ricorda che  il processo di marginalizzazione del lavoro che si è registrato in questi ultimi decenni è stato accompagnato da un indebolimento del sindacato e  sottolinea la necessità di invertire rotta, affinchè il sindacato possa riacquistare un significativo ruolo propositivo.[18] A differenza di Prodi, Renzi cita i sindacati per ricordare che il Pd è: “… un partito che non considera un dato di fatto intoccabile essere la cinghia di trasmissione dei sindacati.” (Renzi, p. 176)

Il secondo soggetto è costituito dal governo la cui azione si deve sviluppare in tre direzioni: i) rafforzamento del welfare e degli investimenti pubblici; ii) politiche redistributive; iii) politica industriale. Prodi (p. 35) sostiene che è necessario contrastare l’idea diffusa : “… che il welfare sia un lusso che non possiamo più permetterci, un lusso che dobbiamo smantellare per far fronte alla globalizzazione”. Al contrario: “… dobbiamo attribuire maggiore peso e importanza ai beni comuni come la salute, l’istruzione e l’ambiente. Un nuovo ruolo del patrimonio sociale nei confronti del patrimonio individuale.” (Prodi, p. 43-4).

La seconda linea d’azione è costituita dalla realizzazione di politiche redistributive che consentano di ottenere  risorse utili per far ripartire l’ascensore sociale in una società in cui: “E’ sempre più vero che ricchi non si diventa ma si nasce” (Prodi, p. 87). La proposta più significativa di Prodi consiste nel modificare in modo sostanziale la tassa di successione al fine di ottenere risorse che dovranno essere destinate espressamente a favorire l’occupazione giovanile attraverso il potenziamento dell’istruzione e della formazione (Prodi, pp. 86-89). Anche Renzi affronta la questione della redistribuzione del reddito quando sostiene che la sua battaglia per l’introduzione del bonus 80 euro mirava a: “togliere un po’ di soldi ai soliti noti per darli a chi aveva bisogno di spenderli”. Egli ricorda che: “Per finanziare l’operazione 80 euro e per dare un segnale di equità propongo di introdurre per decreto legge una norma che mi piacerebbe definire ‘norma Olivetti’: nella pubblica amministrazione italiana un super dirigente può guadagnare al massimo dieci volte quel che guadagna l’ultimo lavoratore. Il tetto massimo diventa dunque di 240.000 euro annui, e penso che sia una scelta doverosa in un momento in cui le disuguaglianze crescono e la forbice dell’ingiustizia si allarga.” (Renzi, p. 41)[19]

La terza linea di intervento è costituita dalla politica industriale. Prodi (p. 129) ricorda che le privatizzazioni e le liberalizzazioni introdotte nel sistema italiano non sono state un successo, e auspica una politica industriale che si ponga due obiettivi. Il primo consiste nel costruire, mediante la collaborazione fra governo, Confindustria, Cassa depositi e prestiti, banche e fondi di investimento italiani, gli strumenti che favoriscano la formazione di grandi imprese capaci di affrontare la concorrenza internazionale (Prodi, p. 74). Il secondo fondamentale obiettivo consiste nell’investire nella formazione delle risorse umane poiché non è possibile contrastare gli effetti della tecnologia e della globalizzazione percorrendo la strada della flessibilità del lavoro.[20]

Il terzo soggetto è costituito dalle imprese. Prodi è ben consapevole della struttura complessa delle imprese le cui decisioni influenzano una serie di soggetti: coloro che finanziano l’impresa, i lavoratori, i clienti, i fornitori, il paese in cui opera l’impresa. Questa complessità pone il problema della governance delle imprese, cioè della scelta del soggetto che prende le decisioni più rilevanti. Evidentemente, la scelta della governance non è neutrale. Esistono molti studi che dimostrano per esempio, che le imprese che hanno una governance basata sulla pari rappresentanza tra azionisti e lavoratori registrano una maggior stabilità dei salari e dei posti di lavoro.[21]   Prodi sottolinea i limiti della forma di governance che si è diffusa negli ultimi decenni, che si basa sul ‘primato degli azionisti’, che ha spinto le imprese a privilegiare la ricerca di profitti di breve periodo  a scapito di scelte che avrebbero consentito un percorso di crescita più solido e una maggiore stabilità dei salari e dei posti di lavoro.[22]

Questa sommaria descrizione dei programmi economici di Renzi e Prodi induce a concludere che sarà necessario un intenso lavoro se si vogliono tenere unite queste due espressioni del centrosinistra.

 

*Università degli Studi dell’Insubria 

 

[1] “Dall’avvio della grande recessione, ogni consultazione popolare ci fa arrivare un unico messaggio: una profonda crisi di fiducia nei confronti del futuro. Una sfiducia che si accompagna a uno sgretolamento della classe media, quella parte di popolazione che in tutte le economie occidentali si è sempre fatta interprete di una speranza di miglioramento delle condizioni di vita proprie e del proprio paese.” (Prodi, p. 7)

[2] Renzi  si chiede: “… quale sia la prima caratteristica di un partito di sinistra, progressista, innovatore! Combattere per la giustizia, lottare per l’uguaglianza, per le pari opportunità, garantire la possibilità di un riscatto sociale, promuovere il capitale umano e la sfida educativa … Ma se devo proprio sceglierne una, pur volendo tutte quelle che ho citato sopra e molte altre ancora, parlerei di futuro. Nel tempo che stiamo  vivendo può suonare provocatorio affermare che una delle principali caratteristiche della sinistra  è – o dovrebbe essere – mantenere il gusto e la curiosità per il futuro. Suona provocatorio e forse controcorrente perché il futuro non va più di moda, ammettiamolo. Le legittime e sacrosante preoccupazioni e incertezze della grande crisi ci hanno fatto smarrire i punti di riferimento. E davvero il futuro non è più quello di una volta: incute timore, angoscia, preoccupazione.” (Renzi, pp. 198-99)

[3]  Le parole con cui Guido Carli descrive gli anni del miracolo economico, offrono un’immagine efficace del mondo  da cui è scaturito lo Statuto dei lavoratori: “Fu uno sviluppo economico impetuoso, caotico.  … Ciò che l’Inghilterra patì, per crescere a cavallo tra il Sette e l’Ottocento, noi l’abbiamo fatto sotto gli occhi d’una pubblica opinione di massa, sotto gli occhi di partiti e sindacati di massa, sotto gli occhi della televisione. Noi abbiamo avuto forse una sola colpa, ma molto grave: per non porre ritardi allo sviluppo produttivo, non ci siamo preoccupati che esso fosse accompagnato e sorretto dagli investimenti sociali necessari: che fosse magari più lento, ma più ordinato e stabile … avremmo dovuto, per ogni nuova impresa che nasceva, per ogni nuovo posto di lavoro che veniva creato, preoccuparci di costruire la scuola, le case, l’ospedale, i trasporti collettivi. E rifondare la pubblica amministrazione affinchè fosse capace di accogliere e soddisfare le richieste della nuova popolazione. Perché la popolazione aumentava vertiginosamente, non soltanto e non tanto di numero – c’era anche quello – ma in un altro senso. Finchè stavano nei borghi del latifondo calabrese, nel Supramonte di Orgosolo, nei paesi della Capitanata o nelle terre basse di Comacchio, quei contadini avevano un minimo di bisogni sociali ed anche economici. Vivevano sull’autoconsumo, si costruivano da soli la casa o il pagliaio, risolvevano le loro liti, al peggio, a colpi di coltello, e le loro donne partorivano con l’aiuto della ‘mammana’. Ma quando arrivarono a ondate a Torino, a Milano, ebbero di colpo bisogno di tutto: la casa, la mutua, il tribunale, il medico, l’anagrafe. Insomma tutto. Noi non abbiamo  provveduto a questo. Non nella misura necessaria.” (Carli, Intervista sul Capitalismo Italiano, a cura di E. Scalfari, Laterza  1977, p. 11)

[4] “Il Jobs Act nella mia ottica ha il senso di riposizionare la sinistra dove deve stare: a difesa dei lavoratori, non a difesa dei simboli.  Perché l’articolo 18 è solo il simbolo di un mondo che non c’è più: il 1970 è lontano anni luce.” (Renzi, p. 85)

[5] “Il fatto che oggi, in Italia, le donne considerino la maternità un pericolo per la loro carriera o un rischio per la loro sicurezza economica è una delle più clamorose ingiustizie che esistano.” (Renzi, p. 195)

[6] “Siamo di fronte a un deterioramento della componente lavoro che, con le sue conseguenze economiche e sociali,  non può che compromettere il futuro delle prossime generazioni.  Anche quando il lavoro c’è, carriere discontinue, salari sempre più ridotti –sotto la spinta della scarsa domanda e della concorrenza dei lavoratori a basso reddito dei paesi emergenti – e ingressi tardivi stanno producendo un fenomeno sconosciuto fino agli anni Ottanta: i lavoratori poveri.” (Prodi, p. 25)

[7] “Nel primo dopoguerra, anche se con passo lentissimo, le differenze di reddito erano costantemente diminuite all’interno dei paesi occidentali …. Dagli anni Ottanta in poi (con un ruolo di straordinaria importanza da parte delle dottrine di Ronald Reagan e di Margaret Thatcher), si è invece lasciato che il  mercato senza freni, il crescente peso della finanza e la diminuzione del ruolo distributivo dello Stato producessero crescenti differenze all’interno di tutti i paesi.” (Prodi, p. 14)

[8] Su questo punto si vedano ad esempio: J. Sachs, Il Prezzo della Civiltà, Codice Edizioni,  2012;  R. Reich, Come Salvare il Capitalismo, Fazi, 2015; A. Vercelli, Crisis and Sustainability. The Delusion of Free Markets, Palgrave Macmillan,  2017,  J. Stiglitz, Le Nuove Regole dell’Economia, il Saggiatore, 2017, T. Fazi, Una Crisi Iniziata Quarant’anni fa, Micromega 4/2017.

[9] “L’ascensore sociale si è bloccato su entrambe le sponde dell’atlantico. Per effetto del combinato disposto fra globalizzazione e nuove tecnologie i salari hanno cominciato a calare in termini reali, la precarietà è diventata una virtù e ci siamo lentamente abituati a una diminuzione del welfare state, dal settore della salute a quello della scuola, dagli interventi contro la disoccupazione giovanile a quelli sulle pensioni.” (Prodi, p. 15)

 

[10] “Noi siamo per il lavoro di cittadinanza, non per il reddito di cittadinanza.  Questo significa, in concreto, che il Pd vuole smontare e togliere di mezzo gli ostacoli (burocratici e non) che impediscono lo sviluppo del lavoro.” (Renzi, p. 186)

[11] “Mantenere la sinistra nel solco culturale di chi sostiene che la prima misura per la crescita è la riduzione della pressione fiscale è stato un piccolo passo per il nostro governo, un grande passo per il centrosinistra italiano. La prima misura per la crescita è infatti restituire fiducia al consumatore e all’imprenditore: se la gente sta perdendo il posto di lavoro, è ovvio che serve l’incentivo perché l’imprenditore coraggioso possa avere lo stimolo ad investire … Il cambio di approccio del Pd sulle tasse è forse la novità culturale più significativa del nostro schieramento politico in questi anni e uno degli elementi di maggior distanza con altre formazioni politiche che si definiscono di sinistra. Abbiamo dismesso i panni di Dracula, cercando di lavorare sulla collaborazione ” (Renzi, p. 69-71)

[12] “Penso a cosa potrà accadere se finalmente semplificheremo il sistema … E infatti basta una norma di semplificazione del mercato del lavoro, il Jobs Act, per ottenere  800.000 posti di lavoro in più e dimezzare le ore della cassa integrazione. Basta poco. Basta dare fiducia. Basta scommettere insieme alle imprese e non contro. Questo aiuta davvero i lavoratori. Perché a creare i posti di lavoro non sono i convegni: sono le imprese” (Renzi, p. 84). L’idea che l’ostacolo fondamentale che frena il processo di creazione del lavoro sia costituito dalla presenza di un settore pubblico che opprime  imprese e famiglie con una pressione fiscale eccessiva e un sistema burocratico soffocante, costituisce il nucleo  della controrivoluzione teorica che ha favorito lo sviluppo del capitalismo neoliberista.

[13] “Noi pensiamo che l’Italia debba porre il veto all’introduzione del Fiscal compact nei trattati e stabilire un percorso di lungo termine. Un accordo forte con le istituzioni europee … in cui l’Italia si impegna a ridurre il rapporto debito/Pil tramite sia una crescita più forte, sia un’operazione sul patrimonio che la Cassa depositi e prestiti e il ministero dell’Economia e delle Finanze hanno già studiato, sebbene debba essere perfezionata; essa potrà essere proposta all’Unione europea solo con un accordo di legislatura e in cambio del via libera al ritorno per almeno cinque anni ai criteri di Maastricht con il deficit al 2,9%. Ciò permetterà al nostro paese di avere a disposizione una cifra di almeno 30 miliardi di euro per i prossimi cinque anni per ridurre la pressione fiscale e rimodellare le strategie di crescita. La mia proposta è semplice: questo spazio fiscale va utilizzato tutto, e soltanto per la riduzione delle tasse…” (Renzi, pp. 165-66)

[14] Renzi rivendica il merito di aver modificato questa impostazione: “In questi anni abbiamo cambiato il vocabolario in Europa, reintroducendo parole come crescita, flessibilità, sociale; parole che erano state cancellate per far posto d austerity, rigore, tecnici.” (Renzi, p. 158)

[15] E’ curioso il fatto che Renzi citi  soltanto Alberto Quadrio Curzio dimenticando che la proposta di emissione di eurobond è stata avanzata congiuntamente da Romano Prodi e da Alberto Quadrio Curzio (R. Prodi e A. Quadrio Curzio, Euro Union Bond: perché di un rilancio, Il Sole “4 Ore, 23 agosto 2011). La proposta prevedeva la costituzione di un fondo europeo dotato di un capitale di 1.000 miliardi di euro a fronte dell’emissione di 3.000 miliardi di euro union bond  ad un tasso di lungo periodo del 3%.  I fondi raccolti dovevano essere utilizzati in due modi: 2.300  miliardi sarebbero serviti per acquistare una quota pari al 25% del debito pubblico dei paesi dell’area Euro; i restanti 700 miliardi sarebbero stati destinati a finanziare la realizzazione di investimenti infrastrutturali.

[16] “L’ostacolo maggiore al raggiungimento di uno sviluppo più equilibrato è proprio la difficoltà della politica a reimpossessarsi di un ruolo centrale nel governo dei processi economico-sociali” (Prodi, p. 153) E’ una considerazione che ricorda quella di Papa Francesco: “La politica non deve sottomettersi all’economia e questa non deve sottomettersi  ai dettami e al paradigma efficientista della tecnocrazia. Oggi, pensando al bene comune, abbiamo bisogno in modo ineludibile che la politica e l’economia, in dialogo, si pongano decisamente al servizio della vita, specialmente della vita umana. Il salvataggio ad ogni  costo delle banche, facendo pagare il prezzo alla popolazione, senza la ferma decisione di rivedere e riformare l’intero sistema, riafferma un dominio assoluto della finanza che non ha futuro e che potrà solo generare nuove crisi dopo una lunga, costosa e apparente cura.” (Laudato Si’, 2015, par. 189)

[17] “Il lavoro svalutato, sostituibile, frammentato (quando non assente) finisce per mancare al suo ruolo di costruttore della struttura della società e dei suoi meccanismi democratici. Da principale elemento di coesione e di sviluppo sociale, diviene il veicolo di trasmissione del virus della disuguaglianza e dell’esclusione. Per costruire una società coesa e dinamica dobbiamo restituire valore e peso politico al lavoro.” (Prodi, p. 27)

[18] “Ci siamo quasi assuefatti al ruolo marginale dei lavoratori, impossibilitati a incidere sulla politica e sulle decisioni, con il rischio che il lavoro venga equiparato a una qualunque merce. Tutto ciò si è accompagnato ad un indebolimento della presenza del sindacato, che ha visto ovunque diminuire fortemente non solo la sua forza contrattuale, ma soprattutto il suo ruolo propositivo. Mi sembra perciò impossibile rimettere le cose a posto senza un ruolo dei sindacati rinnovato e rafforzato.” (Prodi, p. 26) “Se si vuole uscire dalla crisi abbiamo bisogno di un sindacato forte nell’elaborazione delle proposte e nella capacità di interpretare tanto l’interesse dei suoi rappresentanti quanto l’interesse comune.” (Prodi, p. 109)

[19] Non credo che questa affermazione significhi che il costo del bonus 80 euro (qualche miliardo di euro l’anno) sia stato interamente coperto con l’introduzione del tetto alle retribuzioni degli alti dirigenti pubblici.

[20] “Anche se è innegabile che le imprese hanno bisogno di una maggiore flessibilità nell’uso della forza lavoro per recuperare produttività, è altrettanto vero che questo processo deve essere accompagnato da un’azione di investimento sulle risorse umane … Molte imprese hanno invece  interpretato la flessibilità come strumento dedicato esclusivamente alla riduzione immediata dei costi, nella speranza di poter rimanere competitivi prevalentemente per questa via. Ovviamente se, per rimanere competitivi, si sceglie di percorrere questa strada, non basta una quota di lavoro precario e a basso costo, ma si finisce per intaccare l’intero mercato del lavoro e ridurre l’intera capacità contrattuale dei lavoratori, compresi i tutelati.” (Prodi, p. 103)

[21] Si vedano ad esempio, W. Lazonick, L’Impresa Innovativa e la Teoria dell’Impresa, in: M. Mazzucato e M. Jacobs, Ripensare il Capitalismo, Laterza, 2017;  J. Tirole, Economia del Bene Comune, cap.. VII, Mondadori, 2017.

[22] “Deve cambiare l’orientamento delle imprese che tende a massimizzare il profitto  di breve periodo a scapito degli investimenti e che, al netto di un po’ di belletto battezzato con il nome di ‘responsabilità sociale’, identifica negli azionisti il solo soggetto a cui rispondere … Solo tornando a imprese che rispondono a tutti gli stakeholders (lavoro, territorio) e che assumono una visione di medio periodo possiamo recuperare un tasso di investimenti in grado di produrre una crescita inclusiva.” (Prodi, p. 144-45)

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