DEFICIT E PIL, “AVANTI” TUTTA VERSO IL BURRONE

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di MATTEO CORSINI

Come è noto, nella sua fatica letteraria “Avanti”, Matteo Renzi sostiene che sarebbe necessario “Tornare a Maastricht”, portando il deficit per un quinquennio appena sotto al 3% del Pil, senza guardare ad altri parametri. I suoi fedelissimi, tra cui il sottosegretario agli Affari e Politiche europee, Sandro Gozi, fanno da cassa di risonanza. Con argomentazioni tutt’altro che solide: “Lo scopo di semplificare i parametri di bilancio, riducendoli a uno solo, è migliorare la governance dell’Unione e il suo funzionamento. Ma se l’Europa vuole rafforzarsi… deve far crescere la sua credibilità politica ed economica. Ancora oggi dobbiamo constatare che in troppi paesi dell’Unione le riforme strutturali sono ferme al palo e gli investimenti scarseggiano, zavorrando la maggior parte delle economie.”

Qui occorre una premessa. Anche nell’originario Trattato di Maastricht l’idea di fondo non era che la via maestra per far crescere il Pil fosse fare deficit, bensì il suo contrario. E, considerando i livelli medi dei debiti pubblici dell’epoca e i trend di crescita e inflazione dei prezzi al consumo, si ipotizzò (sbagliando, dato che il futuro, ancorché i governanti non si rassegnino, non è prevedibile e governabile a piacere), che un deficit massimo del 3% del Pil fosse compatibile con la stabilizzazione del debito al 60% del Pil. Resta il fatto che il 3% era un limite massimo, e che se il deficit fosse stato inferiore sarebbe stato meglio. In Italia in molti continuano invece a ritenere che il 3% sia un livello a cui tendere, quasi un floor invece che un cap.

Ciò premesso, non capisco cosa c’entri la “credibilità” col portare il deficit al 3% del Pil quando attualmente si è al di sotto di quel livello. Secondo Gozi: “La proposta di ancorarsi al 3 per cento di deficit massimo, per un periodo compreso fra i tre e i cinque anni, cioè nell’ottica di una legislatura e attraverso un Partenariato con l’Ue, va nell’unica direzione possibile per risollevare le sorti europee: far crescere il Pil. Solo con riforme e investimenti, infatti, si ottiene la famosa crescita del denominatore, l’unica in grado di ridurre il rapporto debito/pil. Tornare al 3% sul deficit non significa quindi ignorare il debito pubblico”.

Non è detto che gli investimenti debbano essere pubblici e finanziati in deficit, anche se Gozi sembra darlo per scontato. Occorre poi tenere presente che, anche ipotizzando che l’avanzo primario sia solo azzerato e che non si vada in deficit anche a quel livello, per ridurre il rapporto tra debito e Pil occorre una crescita nominale del Pil superiore al costo del debito.

Ora, il governo stima che il costo del debito non scenderà sotto il 3.8% del Pil, e se ci sarà un rialzo dei tassi di interesse quel numero è destinato ad aumentare. Ciò significa che, tra crescita reale del Pil e deflatore, il Pil nominale deve crescere almeno di quella cifra per impedire un ulteriore aumento del rapporto tra debito e Pil. Per iniziare una riduzione (percepibile) è invece necessario che la crescita nominale del Pil superi il 4%. Sempre che non si adottino altri provvedimenti, come dismissioni di asset di proprietà pubblica. Ma appare abbastanza difficile ipotizzare che quell’obiettivo sia facilmente a portata di mano.

Per di più, non appena il Pil cresce un po’ più del previsto, pur restando ben sotto la media europea, parte la caccia all’utilizzo di (inesistenti) “tesoretti”. Capisco che si stia andando verso una campagna elettorale, ma fare più deficit significherebbe solo andare a sbattere più velocemente. Purtroppo, però, ho la sensazione che la visione del deficit come cura della bassa crescita continui (e continuerà) a essere maggioritaria in questo sgangherato Paese.

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